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Abbiamo intervistato Mai in occasione dell'uscita di "Cara Città Che Non Sei La Mia"

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2018

08 GIU

 
Abbiamo intervistato Mai in occasione dell'uscita di

Abbiamo intervistato Mai in occasione dell'uscita di "Cara Città Che Non Sei La Mia"


Mai si è scelto un nome dal suono dolce e dal significato categorico. Non è nuovo alla musica, ma è nuovo al rap. Ha suonato punk per una decina d'anni in Italia, e a volte ancora lo fa. Poi, quando ha lasciato il Bel Paese, la voglia di provare nuove cose e di sperimentare con le parole lo ha avvicinato all'hip hop.

Sì perché lui è un patito di parole, ci lavora pure, scrive, legge, "sporca l'agenda" in continuazione, come dice Johnny Marsiglia. Vive tanto a Dublino e poco a San Francisco, ma rappa in italiano, forse per sentirsi un po' più vicino a casa, forse semplicemente perché gli viene meglio. O anche solo per sentirsi accanto agli amici lontani, in una terra che - da quando è via, che paradosso - sotto sotto ama.

"Cara città che non sei la mia" è il suo primo singolo, interamente DIY, dalla registrazione al montaggio video. Lui si augura gli possa servire per trovare connessioni, collaborazioni, nuovi stimoli, entusiasmi. E spera di trovare qualche cervello affine, per trasferire qualche emozione, anche a distanza. Che poi è la definizione di telepatia.

Prima di registrare ha ascoltato tanta roba italiana, da Mezzosangue a Bassi, dal già nominato Marsiglia ai Coma_Cose, da Priestess e Shiva a Rancore. Non tanto perché potessero insegnargli qualcosa - anche se possono, e spera lo abbiano fatto - ma semplicemente perché gli piacevano, e ancora gli piacciono, da matti.

Mai, se letto al contrario, è un'affermazione di esistenza. Abbiamo deciso di scambiarci quattro chiacchiere per conoscerlo meglio. Buona lettura!

Ciao Mai, benvenuto, presentati ai lettori di Honiro Journal
Ciao a tutti. Molto semplicemente, sono un rapper italiano che da 5 anni vive a Dublino. Ho la fortuna di lavorare con le parole, che sono da sempre la mia passione principale, quindi era solo una questione di tempo prima che mi avvicinassi al rap, che ascolto da tempo, e provassi a scrivere qualcosa di mio.

Quando nasce la tua passione per la musica?
Da piccolo, ascoltavo i vinili di mio padre e ogni canzone riuscissi a procurarmi. La prima passione seria è stata per il metal, in particolare il goth-doom della Peaceville - Anathema, Paradise Lost, My Dying Bride, cose del genere - e per i Type O Negative (il loro Bloody Kisses mi ha cambiato la vita, in un certo senso). Poi, un giorno, un amico mi ha detto "Hey, ascolta questo". Erano i Rancid. Canzoni di 3 minuti massimo, molto diverse dai brani di 9 o 10 minuti che ascoltavo solitamente, arrabbiate, rapide, dritte al punto. Tutto è cambiato di nuovo. Ho suonato punk per svariati anni. E ho cominciato ad ascoltare tanta roba diversa: dalla darkwave all'indie, dall'elettronica più intransigente all'hip hop. Il mio interesse per la musica "non organica", per così dire, è aumentato molto da quando mi sono trasferito qui a Dublino, tanto che nella mia mente associo l'Italia alla musica "suonata" con la classica formazione rock e Dublino alla musica elettronica e hip hop.

Dal punk al rap, due generi che hanno un sacco di cose in comune, parlaci di questo cambiamento
Concordo che abbiano parecchio in comune, forse più di quanto si è portati a credere dopo un'analisi di superficie. Sono - o sono stati - entrambi generi di rottura, che in qualche modo sfidano lo status quo. Vengono entrambi dalla strada, sono urbani, raccontano il vivere quotidiano, e sono entrambi generi molto democratici, lontani dallo snobismo culturale, nel senso che, così come chiunque può prendere in mano una chitarra e imparare a suonare una canzone punk nel giro di qualche giorno, allo stesso modo l'hip hop ha permesso anche ai "non cantanti" e ai "non musicisti" di esprimersi, dal basso. Ora tra tutto il parlare di ricchezza, culi e macchinone questa spinta dal basso è un po' nascosta, ma c'è, ancora viva, sotto le macerie.

Cosa ti ha spinto ad andare via dall'Italia?
Credo di essermene andato fondamentalmente per due motivi, uno negativo e uno positivo. Il primo è che facevo fatica a guadagnarmi da vivere, quindi sono fuggito da una situazione economica che iniziava a non essere ottimale per cercare di reinventarmi altrove. L'aspetto positivo invece è la semplice voglia di vedere altre porzioni di mondo, non come un turista che sta due settimane e poi se ne va, ma come qualcuno che in un determinato luogo ci vive. È una pulsione che ho sempre avuto, per questo non escludo che, in futuro, potrei trasferirmi altrove, anche se la mia situazione lavorativa ed economica è molto migliorata.

Rappi in italiano dall'estero, a memoria diremmo che è un unicum
Sì? Ahah, non pensavo di essere il primo. Non so, da quando sono via l'Italia - dove comunque ritorno almeno una settimana ogni tre o quattro mesi - ne sento la mancanza. Rappare in italiano è un modo per non perdere il contatto, per sentirmi ancora vicino al Bel Paese. Non escludo qualche esperimento in inglese in futuro ma, per quanto ormai lo conosca più che bene, difficilmente riuscirò a replicare la precisione e la capacità dialettica con la quale riesco a esprimermi nella mia lingua madre.

"Cara città che non sei la mia" è il tuo singolo d'esordio, lo hai annunciato con "la hit dell'estate", cosa dobbiamo aspettarci?
Ahah, quello era più che altro uno scherzo. È vero, ho annunciato che sarà l'hit dell'estate, ma è altrettanto vero che ho subito aggiunto che l'estate qui a Dublino dura all'incirca una settimana. E la battuta non è nemmeno mia, credo l'abbia detto la mia grande amica Fede, che ha fatto le riprese del video. La canzone sarebbe l'hit dell'estate più improbabile di sempre, quindi perché non augurarselo?



In Italia ormai ci sono tantissimi artisti che fanno rap, perchè gli utenti di Honiro Journal ti dovrebbero ascoltare? Quali sono le peculiarità della tua musica?
Ottima domanda. Credo dovrebbero ascoltarmi perché sono in una posizione diversa rispetto alla maggioranza dei rapper, e non mi riferisco solo al fatto che vivo all'estero. Innanzitutto, ho già un lavoro che amo, quindi gli ascoltatori possono stare sicuri che ciò che faccio è dettato da una pura urgenza comunicativa, senza calcoli di sorta per diventare ricchi o famosi. La tranquillità economica mi permette di fare solo ciò che mi piace, e di comunicarlo come preferisco, senza l'ansia di dover arrivare. È una garanzia di onesta intellettuale che penso possa essere apprezzata. Un altro motivo per ascoltarmi è che non me ne frega molto di rappare dei soliti cliché. C'è una strofa, nella canzone, che dice: "E i rapper in centro parlano ancora di weed, pussy e ricchezza - Quando li sento vorrei dire loro che va tutto bene e fargli una carezza". Non ho alcun interesse in quelle tematiche, così come non trovo interessante l'egotripping. Se mi guardo dentro trovo un sacco di cose di cui parlare, e i soldi e la droga non sono di certo tra queste.

"Cara città che non sei la mia" è l'apripista di un progetto ufficiale?
Questo è il mio primo brano hip hop. È stato estremamente divertente - per quanto impegnativo - scriverla, registrarla, mixarla, masterizzarla e girarne il video. Essendomi occupato di quasi tutto, mi ha fatto sentire molto appagato. Come tutte le cose che mi portano benessere e felicità, mi piacerebbe rifarla. Quindi sì, Mai è un progetto ufficiale, che proseguirà con altre canzoni, sia che questa ottenga o non ottenga un buon riscontro. Come già detto, lo faccio soprattutto per me, anche se la possibilità di comunicare emozioni e sensazioni ad altri è preziosa e mi auguro che accada il più possibile. A questo proposito, sono apertissimo a collaborazioni musicali, scambi di testi, di poesie, di birre e di qualsiasi cosa possa accendere la scintilla della creatività.

Qual è il tuo sogno, musicale, nel cassetto?
Non so. Credo che, in questo momento, il mio sogno musicale sia semplicemente quello di far sentire qualcosa a qualcuno. Per esempio, ricevere un messaggio di qualcuno che mi dica "ho sentito la tua canzone e sembra che parli di me". Cose così. Non è un sogno così irrealizzabile, dopotutto.

Saluti
Ciao, grazie per l'intervista e complimenti per tutto ciò che fate!

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