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Skema the Rapper torna con “L’Era dei Blame”: distopia, identità e consapevolezza in rima
Dopo aver fatto parlare di sé con Davanti al Mic, Skema the Rapper torna a scuotere le coscienze con un nuovo singolo denso di visione e riflessione: L’Era dei Blame uscito per WattMusik Rap. Un titolo che è già dichiarazione d’intenti, tra l’”incolpare” tipico dell’epoca dei social e un omaggio all’omonimo anime cyberpunk, vero manifesto estetico e concettuale del brano.
Attivo nella scena italiana dal 1998, originario di Taranto e da sempre voce fuori dal coro, Skema incrocia l’urgenza della critica sociale con la profondità della scrittura, restituendo al rap un ruolo di pensiero oltre che di suono. In questo nuovo brano – prodotto da LSV8, suo storico collaboratore – le atmosfere glitch e malinconiche fanno da sfondo a una narrazione lucida e distopica, dove l’uomo rischia di diventare strumento della tecnologia che ha creato.
Abbiamo raggiunto Skema per una chiacchierata intensa e senza filtri, tra Hip Hop, intelligenza artificiale, crisi d’identità collettiva e l’urgenza di essere “non replicabili” in un mondo sempre più standardizzato. Il risultato? Un’intervista che è molto più di una promo: è una chiamata alle armi per chi crede ancora nel potere della parola.
Skema, dopo il successo di “Davanti al Mic”, torni con “L’era dei Blame”. Qual è l’idea centrale dietro questo brano e come si collega al tuo percorso artistico?
Ciao e ben ritrovati. Davanti al mic era un brano di rottura, un gioco di incastri ed aforismi, che davano la descrizione dell’attimo, il flash, l’emozione che si prova nell’essere un emcee alle prese con l’arte del rap e dello storytelling. L’Era dei Blame capovolge di 180 gradi il paradigma. Se Davanti al mic era uno sguardo all’interno di sé stessi, l’era dei Blame è uno sguardo alla società in cui viviamo ed al rapporto che noi abbiamo con la nostra realtà. Il gioco, anzi il giogo che si instaura con la tecnologia che da strumento ci fa diventare strumento. Quale futuro ci riserva il rapporto tra uomo e tecnologia? Quale possibile soluzione all’invadenza dell’intelligenza artificiale? Come esprimerci di fronte ad una tecnica che produce strumenti in grado di fare cose che noi umani non siamo in grado di portare a compimento? Le domande che mi sono posto trovano una sorta di trascrizione in questo pezzo. Mi permetto anche di suggerire qualche soluzione, magari non pratica, ma solo al livello filosofico. L’Era dei Blame è un tentativo di immaginare il rapporto tra Hip Hop e società del futuro; inevitabilmente Cyber.
Nel singolo si parla di tecnologia e alienazione: come vedi oggi il rapporto tra uomo e macchina nella società e nella musica?
Dunque… avendo quasi 43 anni con due figlie il tema mi interroga e mi appassiona da un tot, anche perché cerco di capire in che mondo e con quali sfide si troveranno ad aver a che fare le mie bambine .. pensa che già in un altro mio pezzo del mio lavoro precedente, citavo un saggista la cui opera ‘Da animali a dei’, mi aveva abbastanza colpito, Noah Harari.
Secondo lui, l’automazione e gli algoritmi stanno per rivoluzionare il mondo del lavoro in modo catastrofico, molto maggiore di quanto stiamo già vedendo oggi (e che per i miei gusti è già molto avanti). Nel giro di 20 anni, molti lavori attuali saranno sostituiti da algoritmi che saranno in grado di fare le cose meglio di noi. Volontariamente o meno succederà che cederemo il controllo a questi algoritmi, per il motivo che saranno più efficienti e avranno accesso a tutti i dati. Ci conosceranno meglio di noi stessi e saranno in grado di prendere decisioni migliori per noi. I colossi tecnologici stanno già raccogliendo i nostri dati in cambio di servizi gratuiti, quindi avranno un vantaggio enorme. Queste dinamiche potrebbero creare nel concreto la cosiddetta ‘useless class. Come dice il Danno in una recente intervista, il futuro in declinazione Cyberpunk, che ci eravamo immaginati da piccoli, dove la macchina prevale sull’uomo e sulle masse, è già arrivato e lo guardiamo coi nostri occhi nel quotidiano. Minicomputer che parlano e ragionano, droni telecomandati, arti bionici… tutte cose che avevamo visto nei film di fantascienza ed immaginato da piccoli sono già realtà. Quindi pensa cosa potrà riservarti il futuro, in un mondo in cui, pochissimi (almeno ai miei occhi) si pongono domande sulla destinazione verso cui ci stiamo dirigendo. Su quanto sia sensato conferire indiscriminatamente tue informazioni ad un algoritmo che ti ascolta h24. Su quanto la tecnologia si stia surrogando ai sentimenti ed ai rapporti interpersonali, quanto meno intermediandoli. È necessario discutere temi come l’etica della tecnologia e l’universal basic income (reddito universale di base) per prepararci al futuro e non venirne sorpassati.
Il verso “Mi getto col parapendio pur d’essere un essere non replicabile” è molto potente. Cosa significa per te l’idea di “essere non replicabile” in un mondo sempre più omologato?
Credo che, almeno per il momento le macchine e gli algoritmi, possano emulare solo determinati comportamenti umani. In genere si tratta di replicare degli schemi (scusa il gioco di parole) già conosciuti. Ad oggi non ho ancora – per fortuna – visto un algoritmo operare sotto spinta di una pulsione creativa. La fantasia, in effetti, non è ancora nel menù delle funzioni replicabili. Spero ancora che i prossimi Klimt, Magritte, Ligabue… ma anche Curtis Mayfield, Clyde Stubblefield o Miles Davis restino esclusiva dell’umanità. Se ripenso ai primi anni in cui mi immergevo nell’ Hip Hop, ricordo quanto fosse fondamentale distinguersi, essere autentici, unici e non la copia di qualcun’altro. Al contrario di oggi, dove mi sembra che l’obiettivo del mainstream sia ricalcare cliché già visti coi relativi surrogati di fac-simile americani, questa cultura è sempre stata segnata dal recupero del rapporto con il proprio io autentico. RZA del Wu-Tang Clan, in un suo libro, ripercorre questo processo che lui stesso ha attraversato, abbandonando il layout discografico che gli era stato imposto dalla label, guardandosi dentro dandosi un nome, che rappresentasse chi era lui veramente. Nel futuro che ci attende, questa pratica potrebbe essere una vera ancora di salvezza; essere un individuo non replicabile da una macchina, in una società che tende sempre più all’omologazione, alla replica di pattern preconfezionati. Pensa, ad esempio, al Faida Clan .. cerchiamo di essere un piccolo manipolo di ‘terroristi’ – nel senso musicale del termine, sia chiaro- che in un panorama sonoro che punta e obbliga all’odierno ed al contemporaneo anzi, all’immediato, ripropone musica con un flavor che pesca dalle antiche radici, e che cerca -addirittura- di portare dei contenuti.
Hai citato l’anime cyberpunk “Blame!” come ispirazione. Cosa ti ha colpito di questa opera e come l’hai trasposta nella tua musica?
Questo brano l’ho scritto in periodo post pandemia. Era un momento in cui si usciva in modo graduale dal periodo delle zone rosse, arancioni ecc, e però in cui iniziavo a vedere tante contraddizioni. Si diceva che saremmo tornati alla normalità, ma gli approcci erano mutati irreversibilmente. Si diceva che ‘ne usciremo migliori!’ ma io già iniziavo ad intravedere tutti i limiti e le contraddizioni insite nella nostra società. E quale miglior paragone potevo trovare? Blame esplora temi come la tecnologia avanzata, la sopravvivenza in un mondo ostile e la ricerca di identità e scopo. Il protagonista è un cacciatore di virus, alla ricerca di un essere umano che ha un gene che potrebbe permettere di ripristinare la connessione tra gli esseri umani. A me pare molto molto Hip Hop, dal punto di vista filosofico. L’HipHop è il movimento consapevole di un’intera comunità che condivide una diversa visione del mondo, e produce tecniche ed espressioni mutuate dalle abilità primitive dell’uomo, per la sopravvivenza nelle metropoli. Insomma, mi pareva azzeccato!
La produzione di LSV8 mantiene un mood malinconico e glitch, un sound che accompagna perfettamente il tema. Com’è stato lavorare con lui su questo pezzo così sperimentale?
È stato come tornare indietro nel tempo. Lui è uno dei produttori più iconici del rap made in Taranto. Oltre ad essere un amico, lui ha avuto un percorso artistico e musicale diverso dal mio ma sono molti i punti che ci accomunano. Innanzitutto, la stessa attitudine verso la ricerca musicale, che seppur declinata in diversi modi ci ha portati a mantenere intatto il rispetto ed amicizia reciproca.
Le nostre prime collaborazioni risalgono addirittura al 1998. Lui in quegli anni con la sua Crew, i Pacefatta tutti provenienti da un sobborgo della nostra città portarono una ventata di freschezza e veracità nel panorama di quegli anni. Lui in particolare era il più scanzonato e dissacrante del gruppo e questa sua attitudine a rompere le gerarchie, e sfatare un certo ‘talebanisimo’ tipico quegli anni, si è sempre riflettuto anche nel suo rap oltre che nel suo modo di produrre le strumentali. Appena lui ha saputo che avevo ripreso in mano il microfono, ci siamo subito sentiti per provare a buttare giù qualche idea, e nel giro di un paio di settimane mi ha mandato una serie di provini. Il suono originario del beat che avevo scelto aveva già tutta l’essenza del brano, e quindi, trovare ispirazione è stato abbastanza immediato. Successivamente sia il testo che le musiche hanno subito una serie abbastanza rilevante di variazioni e revisioni. La cosa che ho potuto apprezzare di più è il fatto che cambiano le tecnologie, cambiano gli anni, possono anche cambiare gli strumenti e gli stili, ma l’attitudine è rimasta pressoché la medesima di quando abbiamo iniziato entrambi tanti anni fa.
“L’era dei Blame” ha richiesto due anni di lavorazione. Quali sfide hai incontrato durante la creazione di questo brano?
Questo pezzo è stato abbozzato nel settembre del 2023. Inizialmente conteneva anche una terza strofa. Ricordo che quando mi arrivò il bit andai subito a registrare un provino “casalingo”. Il tutto era abbastanza aderente a quello che avevo in testa, ma sentivo che non lo rispecchiava al 100%. Allora abbiamo prodotto un secondo arrangiamento dove, tra l’altro, i suoni di batteria erano presenti soltanto nel ritornello ed oltre a questi il ritornello conteneva solamente il giro di basso, e null’altro. Al contrario, nelle strofe la batteria era completamente assente lasciando spazio a dei suoni più minimali rispetto a quelli della versione odierna ed il rap si adagiava su quel tappeto di suoni senza alcun elemento ritmico. Questa soluzione mi sembrava molto adatta, dava un’aria ancora più distopica e fluttuante.
A un certo punto, ho deciso di eliminare la terza strofa che affrontava temi ancora più cruciali legati al mondo dei sentimenti in relazione con la tecnologia e la realtà odierna, a me piaceva tanto ma sentivo che quella parte era da sviluppare in maniera più ampia e forse meritava un testo tutto suo su un nuovo bit… Chissà forse in futuro tornerò a raccogliere questo punto di partenza per un nuovo pezzo.
Il tutto è rimasto ancora qualche mese a sedimentare, perché non mi convinceva ancora fino in fondo, fino a che non ho deciso di tornare in studio e registrarne la versione definitiva con l’aiuto di Shoot del FAIDA CLAN.
In quel momento preciso ero, tra l’altro, impegnato con una serie di altre uscite per conto del clan, ed alcuni progetti paralleli che spero vedano la luce nel breve, ma ho avuto poi la prontezza di mandare tutto giù ad LSV8, il quale sentita la nuova versione ha deciso di riaprire gli arrangiamenti ed ha messo in campo tutta la sua arte nell’aggiungere le melodie degli archi che aggiungono un velo di tristezza e di immanenza al tutto, ed ha commutato alcuni strumenti e campionamenti per lavorarli ancora un po’. La struttura è stata cambiata nuovamente e nella versione finale la batteria c’è soltanto, viceversa, sulle strofe e non nel ritornello. I casi della vita hanno voluto poi che in quel momento tornassi in contatto con una mia vecchia conoscenza, Cesare Marocco, che ha messo a disposizione tutta la sua bravura per migliorare ancora di più alcune sonorità e farle risuonare esaltandole. A quel punto, ho consegnato il master alla Watt MUSIk che lo ha subito inserito nelle uscite del mese di giugno.
Questo è un pezzo, abbastanza ragionato, che è rimasto “in botte” a raffinare un po’ di tempo, ma sono convinto che il risultato finale valga la fatica ed il tempo spesi su questo progetto.
Come pensi che il rap italiano stia affrontando le tematiche più complesse e distopiche rispetto alla scena internazionale?
Se mi avessi fatto questa domanda anche soltanto qualche mese fa avrei dato una risposta radicalmente diversa. In realtà negli ultimi mesi sto vedendo un ritorno, inaspettatamente anche da parte di molti Big, all’utilizzo della parola come esercizio al meccanismo della comunicazione. E’ un qualcosa del tutto inaspettato anche in considerazione del fatto che, se ci pensi, è un momento di grandi ritorni, accompagnato da un’annata in cui puoi contare una miriade di eventi dal vivo anche di altissimo livello sparsi per tutta la penisola, anche a pochi giorni gli uni dagli altri. Viene da chiedersi quanto tutto questo sia realmente genuino e quanto non sia un tentativo di “fishing” sulla scia di quanto di buono riesce ad emergere nel panorama musicale generalista. Di sicuro la distopìa oggi è nella totale spaccatura, nel contrasto verticale, o ancora meglio, nel progressivo distacco dell’aspetto culturale da quello puramente musicale e tecnico. Se ci pensi l’aspetto culturale era l’aspetto fondamentale che teneva unite le varie modalità di espressione dell’Hip Hop. Nella testa mia e dei miei coetanei è sempre stato del tutto naturale, sentirsi accomunati con il Djing, col Breaking e con tutte le altre manifestazioni dell’Hip Hop.
Io mi sono sempre parte di questa comunità di persone che ha questa visione diversa del mondo, riconoscendo quasi sempre, nell’altro un sistema di valori condiviso, che fosse un rapper, un deejay, un writer non faceva alcuna differenza. In questo momento particolare, invece noto che addirittura ci sono delle nette fratture all’interno di coloro i quali praticano l’arte del rap. Chi riesce ad eccellere ad esempio nel freestyle a volte appare completamente slegato da tutto il resto del discorso culturale che ci sta dietro l’arte dell’improvvisazione tramite il rap.
Poi esiste la solita infinita ambivalenza tra il mainstream e la cultura. Nulla di nuovo per carità, è roba che è in vigore dai tempi di Rapper’s delight, ma temo che oggi la tecnologia abbia giocato un ruolo determinante nello sfilacciamento delle connessioni umane reali. Cerco di darti il quadro. Oggi un artista con un po’ di seguito può arrivare in via immediata a migliaia di suoi fans. E radunarli il tal giorno alla tale ora, senza grossi problemi. Possiamo dire però che le persone radunate siano parte di una comunità di massicci, oppure sono una adunanza di singoli fan dell’artista di turno? a questa domanda non ho ancora trovato una risposta.
Quello che è certo è che invece in sud est asiatico, nelle Filippine, in africa l’HipHop sta esplodendo in modi che sono sempre più interessanti e pervasivi. Probabilmente in quei contesti c’è un aspetto culturale ancora molto forte e vivace.
Cosa ti aspetti dal pubblico con questo singolo? Qual è il messaggio che vuoi che rimanga impresso?
Mi auguro che le mie barre possano arrivare alle coscienze degli ascoltatori. Il ruolo dell’emcee è sempre più necessario dal mio punto di vista. Oggi il rap, e quindi i rapper sono sempre più sotto i riflettori, ed il mondo della musica vive una sorta di ‘astinenza da rap’, in cui diciamocelo, il rap viene inserito anche forzatamente in tutti i contesti, anche quello in cui centra poco o niente. Questo è un difetto tipico del main stream, che fagocita’ tutto il possibile, col solo fine del profitto. Ma può anche diventare un’opportunità. Oggi il mezzo comunicativo del rap (probabilmente il più potente degli ultimi 20 anni) è alla portata di tutti, e risente meno delle etichette negative di anni fa. Oggi puoi comunicare e ha la possibilità di parlare ad un pubblico. Finalmente nel mondo frastagliato che si e’ creato, se sgomiti e ti sbatti, ma soprattutto se hai dei messaggi da trasmettere, c’è la possibilità concreta di crearti un tuo spazio e conquistarti una credibilità. Ed è proprio in questo contesto che trovo la mia dimensione.
Sono Skema the RappeR, sono un Faida Clan e ho cose da dire.

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Easy Blood: quattro percorsi, un disco nato dalla stessa visione
Certe collaborazioni nascono per caso, altre perché era semplicemente arrivato il momento giusto. Easy Blood è il risultato dell’incontro tra Michael The Skillerz, Tau, G.Love e Dj Erbo, quattro artisti con storie diverse ma accomunati da una passione viscerale per l’hip hop e da un modo molto preciso di viverlo.
Tra boom bap, scratch, barre e una forte identità culturale, il progetto rappresenta il primo lavoro ufficiale di questa formazione. Abbiamo parlato con loro della nascita del disco, del rapporto umano che tiene insieme il gruppo, dell’evoluzione della scena e delle prospettive future di una collaborazione che potrebbe non fermarsi qui.
Easy Blood è il vostro primo progetto ufficiale insieme: cosa ha reso questa formazione quella giusta per un disco completo?
Mike: tutti i progetti vincenti, e questo sicuramente lo è, sono tenuti in piedi dai rapporti umani, noi quattro abbiamo tutti delle visioni simili, soprattutto per quanto riguarda il modo di intendere l’Hip Hop e l’amore viscerale per la cultura.
Tau: io e Mike ci conosciamo da tempo e nutriamo una stima reciproca sia umana che “artistica”. G.Love e Erbo sono stati per me una meravigliosa scoperta: G produce esattamente come piace a me ed è una persona divertente e professionale, Erbo è solo un ragazzo ma ha già davanti a sè un grandioso futuro, è fottutamente forte a scratchare.
Erbo: Sicuramente la nostra passione comune: l’hip hop. Dopodiché tra noi si è formata un’ottima intesa grazie alle capacità creative e alle idee riguardanti il progetto. G.Love, Mike e Tau sono delle personalità eccellenti: sono dei professionisti, ma al tempo stesso sanno metterti a tuo agio.
Venite da percorsi diversi ma complementari: come avete gestito il processo creativo per mantenere coerenza?
Mike: ci siamo lasciati tutti molto liberi di esprimerci, partivamo da un rapporto di fiducia reciproco e quindi è stato tutto molto naturale e semplice, il direttore d’orchestra è stato G.Love che ci ha proposto il sound e ci ha fatto anche da Hub per registrazioni varie, ma almeno per me è stato tutto molto semplice e naturale.
Tau: il progetto si è modellato molto lungo il sentiero, ma il risultato finale è una amalgama coerente di quattro teste hip hop che amano e rispettano questa cultura.
Erbo: Per fare un pezzo ci si trova, si buttano giù idee e si prova. ciò che piace, lo si tiene e ciò che non va bene si tenta di perfezionarlo; non c’è modo migliore per trovare un punto d’incontro e creare il prodotto giusto. La fortuna è stata che noi 4 eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, quindi diciamo che non abbiamo faticato a cooperare.
Michael, il tuo ingresso in Vibrarecords segna un passaggio importante: quanto ha influito sul progetto?
Michael The Skillerz: Siamo tutti e quattro dei grandissimi fan di Vibrarecords e del lavoro che questa etichetta ha fatto per tenere vivo l’Hip-Hop in Italia, ne conosciamo l’importanza e conosciamo anche l’importanza degli artisti che sono passati da li. Ho avuto la grandissima fortuna di entrare in questa etichetta per il mio ultimo disco da solista, nello stesso periodo ho avuto il piacere di collaborare al disco da producer di G.Love con una traccia, siamo rimasti soddisfatti entrambi e abbiamo capito subito che poteva esserci quel feeling che ci avrebbe permesso anche di lavorare a qualcosa di più grosso, nel frattempo ero rimasto in contatto anche col Tau e stavamo valutando l’idea di fare uscire un ep o qualcosa di simile, poi alla fine mi è venuta l’idea di mettere assieme tutti i mezzi discorsi aperti e di farli convergere in un unico lavoro, coinvolgendo anche Erbo per la parte scratch visto che aveva già collaborato con Gil per gli scratch di Ember e mi erano piaciuto tantissimo, e di sfruttare il fatto che fossi in Vibra per fare uscire il disco con loro… Per fortuna tutti i tasselli si sono infilati esattamente dove dovevano infilarsi.
G.Love, lavori da anni nella scena: cosa vedi oggi che prima non c’era, nel bene e nel male?
G.Love: Sicuramente nel bene e nel male è il termine corretto perchè si sono tantissime luci e ombre rispetto ai ‘90 o i ‘2000. Gli aspetti molto positivi sono legati alla velocità di produzione e di scambio di informazioni e la facilità con cui si possono creare nuovi contatti. Quelli negativi che riscontro specialmente nella parte di beatmaking sono l’omologazione e il filone dei type beat che proprio non riesco a capire ed anche questa tendenza a “vendere e comprare” beat anteponendo uno scambio commerciale ad una collaborazione basata su passione e condivisione.
Tau, quanto è cambiato il tuo approccio alla scrittura rispetto agli inizi con le crew?
Tau: Beh credo che un’evoluzione sia inevitabile, per quanto credo di avere sempre i miei “marchi di fabbrica”. Sicuramente ascoltare le strofe di Mike mi ha dato una spinta a cercare qualche citazione e qualche riferimento in più del solito. Inoltre, ci sono un paio di pezzi che potreste tranquillamente fare ascoltare alle vostre figlie.
Guardando avanti: Easy Blood è un punto di arrivo o l’inizio di qualcosa di più strutturato come collettivo?
Mike: lavorare insieme è stato molto divertente e molto piacevole, il risultato molto soddisfacente, adesso cercheremo di portarlo un po in giro con dei live, sicuramente mi sento molto aperto all’idea che possa essere una partenza piuttosto che un arrivo.
Tau: Sicuramente l’affiatamento che si è creato ci porterà a collaborare nuovamente in futuro.
Erbo: “Non escludo il ritorno.”, collaborazione troppo bella per finire qui.
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La quiete oltre il conflitto: introness1 si racconta attraverso ”inquietovivere”
Dopo anni di ricerca personale e artistica, introness1 arriva alla pubblicazione di inquietovivere, un album che mette al centro il rapporto tra conflitto interiore, consapevolezza e trasformazione. In questa intervista l’artista ripercorre la genesi del progetto, riflette sul significato dell’accettazione e racconta il percorso che lo ha portato a costruire uno dei lavori più profondi della sua discografia.
Il tuo percorso parte dal freestyle e arriva oggi a un disco così strutturato: cosa hai perso e cosa hai guadagnato lungo questo passaggio?
Potrei dire guarda “tutto di guadagnato”. Questo perché lasciar andare e perdere il peso del passato mantenendone l’esperienza ed il ricordo è l’unica cosa che nella vita fa andare avanti e trovare il proprio senso. Questo l’unico vero guadagno. Ho perso me stesso per ritrovarmi cambiato, solo se fai tabula rasa puoi andare alla radice di ciò che sei. Il tempo speso per questo è stato più che utile dato che mi ha insegnato a non viverlo come una perdita. Non conta più quanto, è quello e stop. Ma hai voglia prima quanto sentivo di averne perso! Quel ciclo ti porta a perderlo poi davvero fino all’ultimo secondo.
inquietovivere è un titolo forte. È più una condizione personale o una fotografia generazionale?
Parte da una condizione personale ma trovo possa essere anche un poco specchio dei tempi. Molti della mia generazione continuano a combattere con se stessi, e guarda caso quel processo porta solo ad essere sconfitti. Perché non è nella lotta la soluzione, ma nella pace interiore e nell’accettazione. Mai passiva, ma nel proprio agire e scegliere. Questo è fondamentale, se no vivrai sempre in un limbo confezionato per te dal volere degli altri e dalle tue scelte non fatte. Sei tu, la vita è tua, quella è la fortuna. Tutto il resto sono scuse. “Ho scelto ciò che mi fa vivere in quiete non che m’inquieta”.
Nei tuoi testi c’è molta analisi, ma anche presa di posizione. Quanto è importante per te il rap come strumento di lettura della realtà?
È il mio modo per comunicare, per trasformare in una forma artistica il vissuto. L’arte supera l’uomo, distrugge il senso compiuto per darne uno incompiuto, aperto, vivo, fruibile dalla collettività. È la nostra distinzione, la creatività è una fortuna da coltivare, puoi essere creativo dal gesto più semplice all’opera più complessa, ed ognuno dovrebbe capirlo e viverlo.
Mi piace pensare quando ascolto altri rapper o musicisti in genere di parlare lo stesso linguaggio, una famiglia con la quale mi confronto per portare avanti un messaggio comune. Per ribadire “questo è il nostro contributo” uniamo le forze e rendiamo il mondo migliore. Creativo è chi trova amore nei suoi gesti, chi aiuta senza aspettarsi nulla in cambio, come può, quando può, amando prima se stesso e poi il mondo. Nel suo male e nel suo bene. Scontrarsi con ciò che è ingiusto ne enfatizza l’effetto. “Sciogliere” è comportarsi diversamente da ciò che vediamo essere nocivo.
Hai lavorato su questo progetto per anni: cosa è cambiato nella versione finale rispetto all’idea iniziale?
Ho lavorato per anni su di me in realtà, il progetto poi si è scritto da solo, mi sento il tramite. Dall’idea iniziale è cambiato lo sviluppo, la profondità del concetto ha assunto la sua forma, non ho pensato inizialmente a come sarebbe finito, non avrebbe avuto senso. Si è aperto e poi chiuso. Sono cambiate parti dei testi durante la stesura, sono state modificate le strutture delle basi, per alcuni testi di tre strofe, ad esempio, ho scritto 12 pagine di rime e pensieri per poi arrivare al sunto ed al nocciolo, altri brani li ho scartati, ma è stato davvero un processo naturale.
In un’epoca di uscite veloci e consumo rapido, hai scelto un disco denso e senza compromessi. È una scelta controcorrente?
Non penso più di tanto, anzi. Vedo sempre più che ogni artista che non sia una costruzione preincartata ha bisogno di andare a fondo. Sta succedendo qualcosa in questi anni, ora ancor di più, se sviluppi la tua ricettività te ne rendi conto e ne vieni investito.
Sul fatto sia un’epoca di uscite veloci e consumo rapido sono più che d’accordo, questo influenza l’ascolto e destabilizza. Non è facile trovare ciò che ci piace in un mare di plastica, ma se riesci a capire come fare c’è molta musica di qualità, opere di alto livello, dense appunto, come dicevi. La scelta sta all’artista: puoi fare musica leggera ed io la amo, fare testi pieni di punchline e spaccare di brutto, ma se diffondi odio e rabbia io non ho voglia di ascoltarti. Molti dischi mainstream ultimamente stanno approfondendo aspetti meravigliosi della vita e lasciano un senso di sazietà emotiva. Tanti altri ti portano solo a stare peggio, in un fast food dove mordi poi il tavolo.
Se dovessi riassumere inquietovivere in una sola immagine mentale, quale sarebbe?
Uno yin e yang che diviene il punto sulla sommità di un Unalome, dove il 2 con i suoi multipli diventa 1 in un equilibrio nella coesistenza degli opposti e non più nel loro scontro.
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Spillo Carnera: “Overtime è il mio tempo supplementare”
Con Overtime, Spillo Carnera torna ufficialmente sulla scena dopo anni di silenzio discografico. Un ritorno che non cerca compromessi ma identità, costruito tra hip hop classico, reggae, sperimentazione e radici siciliane. In questa intervista l’artista palermitano racconta il rapporto con il tempo, il mercato musicale, il valore delle scene locali e il significato umano dietro un disco nato senza rincorrere schemi o aspettative.
Sei passato da street album a distribuzioni nazionali e poi di nuovo silenzio: quanto è cambiato il tuo modo di vivere la musica oggi?
Il mio modo di vivere la musica è radicalmente cambiato, sono passato dalle demo alle distribuzioni nazionali per poi smettere di sentirmi a mio agio con ciò che il mercato ha imposto negli anni. Sicuramente mantengo una visione più adulta e concreta, fatta di percorsi e tentativi ma senza l’ansia di raggiungere obiettivi e finalità irraggiungibili. Vivo la musica in maniera più raziocinante a volte distaccata, come in amore ci sono momenti di passione travolgente ed ed altri in cui si sente il bisogno di viverne le dinamiche con meno empatia e più giudizio critico.
Overtime nasce anche come risposta a chi ti vedeva “fuori tempo”: quanto pesa il giudizio esterno nel tuo percorso?
Poco o nulla, ho lavorato ad Overtime divertendomi durante il processo creativo, non mi sono mai chiesto cosa avrebbe funzionato e cosa no, semplicemente ho fatto musica per il gusto di farlo, coinvolgendo le persone che pensavo fossero più adatte ad aiutarmi a creare un prodotto valido con leggerezza, fregandomene degli schemi imposti, dei featuring di spicco a tutti i costi e delle strategie di mercato. Probabilmente sarò percepito come “fuori tempo massimo” dai ragazzi più giovani ma aldilà dell’età sono ancora qui, la musica cosi come la vita è ciclica, oggi Spillo Carnera è “overtime” tra qualche anno lo saranno anche loro è il ciclo della vita, si può solo imparare da tale meccanismo.
Com’è stato tornare in studio dopo anni? Più naturale o più complicato?
Tornare in studio è stato un processo abbastanza naturale, in realtà nonostante gli anni di silenzio, sono stato in studio dietro le quinte, ho prodotto tanti artisti e mi sono dedicato alla crescita artistica di alcuni elementi in particolare. Realizzare di tornare in studio per me stesso è stato emozionante poiché sento la responsabilità di portare dei contenuti maturi che possano essere strumento di condivisone e riflessione tra i più giovani.
Rimettersi davanti al microfono ed indossare le cuffie come nel mio prime mi ha riportato indietro di qualche anno, è stata una sensazione che mi ha ricordato chi sono e perché lo faccio.
Lavorare con Promo l’Inverso e The Elements cosa ha aggiunto al tuo suono?
In primis lavorare con Promo e The Elements è stato un immenso piacere. Riuscire ad amalgamare concetti sonori e stilistiche diverse in un unico album ha reso tutto più stimolante. Con i The Elements ho già lavorato in passato ed insieme abbiamo raccolto grandi soddisfazioni uscendo su compilation come Hit Mania, abbiamo firmato singoli che ci hanno portato grandi soddisfazioni, tornare a lavorare insieme è un processo naturale che sapevamo potesse ancora funzionare sia dal punto di vista umano che tecnico. Promo ha valorizzato il tutto con la sua grande esperienza e bravura, ha saputo creare dei tappeti musicali che mi hanno portato a dare il meglio di me con testi e contenuti, combo perfette!
Nel disco c’è una forte identità territoriale: pensi che oggi il rap italiano valorizzi davvero le scene locali?
Sin da quando ho memoria musicale, ricordo che alcune regioni italiane si sono sempre distinte per importanza (vedi la scena musicale Milanese o Romana) A discapito però di altre realtà più piccole ma comunque potenti. Ad oggi finalmente la grande maggioranza delle regioni italiane (sicilia compresa) si trovano sulla mappa dello scenario hip hop Italiano ed i social hanno contribuito a valorizzare molti artisti locali che qualche anno fa non avrebbero avuto la cassa di risonanza mediatica di cui dispongono oggi, direi che tutto ciò è positivo per l’intero movimento.
Dopo questo ritorno, hai già in mente una continuità o vuoi vedere come viene recepito il progetto?
Questa è una domanda alla quale non so dare una risposta certa. Sono consapevole del fatto che “Overtime” sia un progetto per appassionato di hip hop e reggae di un certo tipo, comunque vada sarà un successo e ad ogni modo valuteremo il proseguo del progetto “Spillo carnera” dopo l’uscita dell’album.

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