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CanovA ci racconta “Benedetto l’inferno” il suo nuovo singolo con Gianna Nannini e Rosa Chemical: “Voglio creare qualcosa di sorprendente”
E’ disponibile da venerdì 7 gennaio, “BENEDETTO L’INFERNO” (Columbia Records/Sony Music Italy), il nuovo singolo di CanovA feat. Gianna Nannini e Rosa Chemical.
Dopo aver lanciato il suo nuovo progetto artistico con “Sorpresa”, nato dalla collaborazione con Nayt, nonché versione speciale del brano del rapper contenuto nel suo ultimo album DOOM, “Benedetto l’inferno” prende vita dall’incontro tra CanovA, la regina del rock e uno degli artisti più poliedrici e richiesti degli ultimi anni. Il producer ha messo insieme due anime esplosive, a prima vista molto diverse, che hanno generato una traccia passionale e travolgente.
Chi meglio dello stesso CanovA poteva raccontarci la genesi di “Benedetto l’inferno” e tutto il percorso artistico che lo ha portato alla realizzazione di questo suo nuovo progetto? Noi di Honiro Journal lo abbiamo intervistato!

Sappiamo che “Benedetto l’inferno” assieme alla nuova versione di “Sorpresa” è uno dei tasselli che andrà a comporre il grande mosaico del tuo nuovo progetto. Ti andrebbe di raccontarci qual è la tua idea e come è nata l’ispirazione per un lavoro di questo tipo?
L’idea di questo progetto è nata tempo fa. Durante il lockdown del 2020 ho costruito uno studio in casa e questo mi ha portato ad espormi maggiormente sui social, raccontando tecnicamente il mio lavoro e mostrando tutte le sfaccettature della mia professione.
In particolare, ho iniziato due impegni settimanali che sto continuando tutt’ora. Ogni giovedì ascolto i pezzi dei ragazzi che vogliono farmi sentire la loro musica e do loro dei consigli. Ogni martedì invece faccio ascoltare le sessioni originali di Pro Tools dei brani che ho realizzato in passato con artisti come Giorgia, Tiziano Ferro, Marco Mengoni, ecc… Mostro traccia per traccia l’evoluzione della produzione, facendo vedere come si arriva alla versione definitiva del brano.
Queste iniziative mi hanno avvicinato a Maria de Filippi e a collaborare con la scuola di “Amici”. Mi interfaccio a distanza con gli artisti e lavoro alla produzione dei loro brani. Queste esperienze mi hanno fatto capire che in vent’anni di carriera “dietro le quinte” ho curato a 360° molti progetti, ma sempre di altri artisti. Così è nata l’idea di crearne uno tutto mio. In questo lavoro coinvolgerò personalità del mondo musicale con cui ho già collaborato, ma anche artisti con cui non avevo ancora avuto il piacere di lavorare, come è stato con Nayt per la nuova versione di “Sorpresa”.
Come è nata l’idea di far incontrare due anime così diverse come Gianna Nannini e Rosa Chemical nello stesso brano?
Volevo unire in un unico pezzo degli artisti apparentemente molto lontani tra loro, per creare qualcosa di sorprendente e inaspettato. Ho conosciuto Gianna Nannini nel 2006, ho lavorato a diversi suoi dischi. Stavo producendo “Diamante” ed ero in studio con lei e Francesco De Gregori. In quel momento ho avuto l’idea di far ascoltare a Gianna “Polka” di Rosa Chemical, artista con cui avevo collaborato poche settimane prima. Gianna si è innamorata immediatamente della personalità artistica e dei brani di Rosa. Dall’energia del loro incontro si è creato “Benedetto l’inferno”, il brano è nato in sole 4 ore!
CanovA, in “Benedetto l’inferno” Gianna Nannini afferma “devi cadere in basso per tornare più su”. Il tuo lavoro porta sicuramente a grandi soddisfazioni, spesso però molte persone non si accorgono di tutti i sacrifici e le rinunce che sono fondamentali per avere una carriera come la tua. Qual è un aspetto che pensi il pubblico non conosca del tuo lavoro?
Le persone non possono immaginare che si stia, soprattutto per la prima parte di questa professione, moltissime ore in studio al giorno, compreso il sabato e la domenica. C’è tanto da imparare tecnicamente, c’è molto da sacrificare ma, personalmente, essendo sempre stata una grande passione, a me questo non è mai dispiaciuto. Paradossalmente, quando non ero in studio, avvertivo la mancanza di fare musica.
Credo che il pubblico non sappia quanto tempo ci voglia per imparare come registrare propriamente una voce, una chitarra, ma anche semplicemente conoscere l’armonia e saper suonare gli accordi in modo corretto. Arrangiare e accompagnare un brano musicale è il traguardo che arriva dopo un lungo percorso, dopo anni passati ad imparare a conoscere gli strumenti, gli amplificatori. In ogni processo creativo poi, è fondamentale avere una mente più aperta possibile, in modo da poter imparare da tutto e da tutti.

Una carriera come la tua non può che derivare da una grandissima passione, da qualcuno che fa le cose con il cuore. Questa è una cosa che ultimamente si è un po’ persa. Molti giovani fanno cose per farle e non mettendoci davvero sentimento, che consiglio daresti ai ragazzi per inseguire la loro strada con passione? Come si trova o si ritrova questa passione?
La passione si incontra o si rincontra nel tempo. In questo periodo noto che le persone che fanno musica decidono di intraprendere questa strada perché veramente ci credono e veramente nella loro vita vogliono fare questo.
Non c’è momento migliore di oggi per trovare o ritrovare la passione ed imparare da soli, anche da autodidatti. YouTube, ad esempio, è un database formidabile. Certo, bisogna saper scegliere i tutorial validi, ma fino a qualche anno fa piattaforme simili non erano nemmeno a disposizione. Mi sembra un buon periodo per cominciare a cercare e coltivare questa passione.
Io stesso, grazie ai miei canali social, mi imbatto in tantissimi giovani che hanno voglia di esprimersi, di confrontarsi, di far ascoltare la propria musica. Il consiglio che posso dare per iniziare è di acquistare il minimo indispensabile e cominciare a fare musica, ormai abbiamo degli strumenti e dei mezzi che lo permettono.
A proposito di passione, in un mondo ormai così tecnologico e frenetico quanto è importante per un produttore e in particolar modo per te, cercare e mantenere l’aspetto umano della musica, l’emozione?
Penso che siamo riusciti a valorizzare questa importante sfaccettatura della musica durante il lockdown. Nel periodo che ormai tutti conosciamo bene, noi musicisti, come anche tutto il resto del mondo, siamo stati costretti a lavorare e collaborare da remoto. All’inizio in questa modalità si potevano trovare anche dei vantaggi, ma dopo un anno e mezzo di sessioni portate avanti in questo modo, abbiamo molta nostalgia del contatto umano, ci mancano le emozioni che si provano dal vivo, la magia che si respira all’interno di uno studio.
Oggi giorno i ritmi sono fulminei, dopo una media di sei ore il pezzo deve essere pronto, il lavoro in studio è quindi diventato una sorta di performance. Nei brani chiusi a distanza c’è sicuramente molto sentimento, ma penso siano un po’ privi di quell’anima che avrebbero potuto avere se creati dal vivo.
Guardando la lista di tutti i grandi artisti con i quali hai collaborato si prova un’emozione incredibile. Tu che emozione provi a sapere di aver fatto arrivare la tua musica a così tante persone? Che effetto ti fa?
La mia fortuna è stata quella di pensare di fare musica per me stesso, per mia passione e mia esigenza. Il mio lavoro deve tener conto di molti parametri: le tendenze musicali, la struttura delle canzoni e altri aspetti che variano molto con il passare del tempo. Non mi sono mai posto grandi pressioni dal punto di vista artistico ma quando collabori con altri grandi nomi è naturale desiderare che il risultato sia il migliore possibile. Ho sempre creato la musica che mi sarebbe piaciuto sentire, quindi sapere che la ascoltano e la apprezzano anche molte altre persone è un immenso piacere.

CanovA, ci hai raccontato “Benedetto l’inferno” e questo tuo nuovo progetto, volendo riavvolgere il nastro e tornare un attimo agli inizi, Come ti sei avvicinato al mondo della musica? Qual è stato il momento in cui hai compreso che eri sulla strada giusta e che questa sarebbe stata la tua vita?
Gli inizi sono stati a Padova, quando all’età di 10 anni ho deciso di intraprendere un percorso di musica classica. In seguito mi sono iscritto al conservatorio Cesare Pollini dove mi sono appassionato in particolar modo al violino. Ho deciso di convertire l’affitto del mio pianoforte nell’acquisto di una tastiera, e da lì è iniziato il vero e proprio viaggio. Si faceva sempre più viva l’idea di unire la musica alla mia altra passione, l’informatica. A sedici anni ho iniziato a conoscere i primi software e sono riuscito a costruirmi il mio primo, piccolo, studio.
Poco tempo dopo, la voglia di fare musica ha iniziato a crescere sempre di più, nonostante io non fossi nemmeno a conoscenza che questa potesse essere una vera e propria professione. Così, ho incominciato a fare i primi dischi. Poi, casualmente, ho incontrato Leandro Barsotti, che mi ha chiesto se volessi partecipare ad un suo disco. Questo mi ha portato a conoscere Mara Maionchi e Salerno, i primi produttori esecutivi di Leandro. È stato quello il momento in cui ho capito che questa poteva davvero essere la mia strada. A 19 anni, per la prima volta, mi sono ritrovato in un vero e proprio studio di registrazione. Mi sono innamorato ancor di più della musica quando ho capito che sarebbe potuta diventare il mio lavoro.
Ora che sei arrivato dove sei arrivato e dove probabilmente anni fa sognavi di arrivare, c’è qualcosa che ti manca di quando eri all’inizio? Qualcosa di cui hai particolarmente nostalgia?
Provo molta nostalgia nei confronti di Padova, la mia città natale. Quando ci sono tornato, pochi mesi fa, mi ha fatto particolarmente piacere rincontrare tutti i miei amici del liceo e tutte le persone che avevano caratterizzato la mia adolescenza. Da ragazzi si tenta in tutti i modi di “evadere” dal proprio mondo, dal posto in cui si è nati, per raggiungere Milano o altre grandi realtà, ma quando poi questo accade ne nasce una nostalgia molto forte.
Avrei anche l’idea di realizzare, proprio a Padova, un’università della musica e inventare qualcosa di nuovo per i ragazzi che vogliono intraprendere questa strada. Ho notato che ora c’è molto movimento per quel che riguarda questo campo, andrebbe coltivato il talento di molti giovani.
Quali sono gli aspetti delle tue origini che hanno maggiormente influenzato la tua musica? Dato che attualmente vivi a Los Angeles qual è invece la parte del panorama Americano che ti affascina di più? Mi ha influenzato sicuramente la musica con la quale mia madre mi ha cresciuto quindi Battisti, De André, De Gregori, tanti cantautori italiani. Ricordo che, quando avevo all’incirca 15 anni, ascoltavo in particolar modo Jovanotti e Carboni ma anche gli U2 e i Pink Floyd.
Della musica americana mi affascina particolarmente il fatto che si possa fare qualsiasi genere e trovare comunque un pubblico vasto. In Italia, alcune volte, si tende a seguire maggiormente il genere del momento. Quando invece si guardano i Grammy ci si accorge che ci sono premi per ogni stile, spesso anche per generi che noi stessi non conosciamo ma di cui potremmo appassionarci o che, comunque, potrebbero arricchirci. Questo è l’aspetto mi sorprende particolarmente dell’America, l’essere così eclettica. La musica inoltre, qui negli USA non è vissuta come un passatempo o un hobby ma come un vero e proprio percorso, che inizia proprio dalla scuola, con lo studio di uno strumento e l’approfondimento della storia musicale.
CanovA, c’è qualcosa in particolare che vorresti i nostri lettori sapessero di “Benedetto l’inferno” del tuo nuovo progetto, della tua musica o della tua carriera?
Vorrei sapessero che ci saranno altri episodi di questo nuovo progetto, il ritmo spero possa essere un singolo ogni 2 mesi circa. Come è stato per “Sorpresa” e “Benedetto l’inferno” voglio dar vita a brani inaspettati. Voglio unire artisti o concetti che a primo impatto potrebbero sembrare incompatibili tra loro o comunque opposti. Il mio intento è quello di alimentare la curiosità e il rischio nella musica!
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vestobeats: batterie sporche, sample cupi e zero etichette
vestobeats non ha provato a recuperare il tempo perduto, ma a sopravvivere a quello più difficile. Dopo circa tre anni di quasi inattività, la produzione e la scrittura sono tornate nella sua vita come una necessità, diventando un’àncora durante un periodo segnato dall’insufficienza renale, dalla dialisi e da profondi cambiamenti personali. Da quelle notti è nato “Midnight Mixtape Vol. 1”, un lavoro di 22 tracce che rifiuta la velocità imposta dal mercato e recupera lo spirito dei grandi progetti collettivi degli anni Novanta.
Interamente prodotto da vestobeats e costruito insieme a oltre 40 ospiti, il mixtape attraversa emozioni, sonorità e storie differenti senza inseguire algoritmi o formule prestabilite. Al centro ci sono la libertà creativa, il bisogno di creare connessioni e la volontà di trasformare la difficoltà in qualcosa di condiviso.
Midnight Mixtape Vol. 1” inaugura una nuova fase che potrebbe già proseguire con altri volumi e con un progetto ancora più intimo dedicato al periodo della dialisi.
Dopo circa tre anni di quasi inattività, sei tornato con un mixtape di 22 tracce. Avevi bisogno di recuperare il tempo perduto oppure di fotografare integralmente ciò che avevi vissuto?
è stata assolutamente una necessità. Il 2025 è stato l’anno più difficile per me dal punto di vista personale, ed il rimettermi a produrre e scrivere è stata un’àncora di salvataggio che paradossalmente mi ha permesso di rimanere a galla ed esternare quello che dovevo buttare fuori. Anche la psicologa che mi seguiva mi ha consigliato di coltivare la vena creativa e buttare tutto quello che avevo da dare. Così è stato ed il fatto di aver collaborato con gente a me vicina sia fisicamente che spiritualmente mi ha dato una iniezione di fiducia incredibile. Li ringrazio tutti più volte tra le barre del tape, e non smetterò mai di farlo!
In un mercato orientato verso singoli brevi e uscite frequenti, che valore ha per te pubblicare un progetto così corposo?
Ho voluto ricreare un po’ quello che era il trend negli anni ’90: un lavoro corposo, con tantissimi ospiti, con l’obiettivo di intrattenere, ma anche far riflettere. Far provare un range di emozioni e non solo fare banger dopo banger. Sono cosciente che va contro il senso del mercato, ma non ho mai fatto musica per appagare i consumatori, ma solo ed esclusivamente per creare rete, collaborare e creare connessioni anche al di fuori della mia persona. Questa è la soddisfazione che ne traggo, al punto che non guardo neanche quanto tempo e denaro investo nel progetto: ne è valsa la pena dal primo minuto all’ultimo euro. Un detto veneto dice: “I schei sarà che noi no saremo”
Il titolo contiene la dicitura “Vol. 1”: indica già l’esistenza di un seguito oppure rappresenta soprattutto la volontà di lasciare aperto un nuovo capitolo?
Ci sono già un buon numero di pezzi che non sono finiti nel Vol 1, più per non farlo durare troppo o perchè non erano ancora abbastanza rifiniti. Il Mixtape uscirà il 28 Agosto perchè il 30 Agosto lo presenterò qui a Pordenone all’interno di una serata in cui suoneranno anche il 33170 Project, Ari Guada dalla Spagna, Venigos e poi Armani Doc come main event. Non nego che la pressione si sta accumulando, ma anche la voglia di spaccare tutto con un prodotto che ritengo davvero valido. Poi come al solito ho altre mille idee anche per un volume 3, 4, 5 e via. Potrei anche fare solo mixtape da oggi in poi, in quanto adoro il workflow e la possibilità di andare in totale libertà da tutti i punti di vista. Per certi aspetti, un album vero e proprio ha molti più limiti e vincoli di un mixtape e la totale libertà mi piace moltissimo. Piuttosto farei degli EP con dei temi specifici, ne ho già uno che racconta il periodo della dialisi da un punto di vista molto intimo, credo uscirà dopo Midnight, ma prima della fine dell’anno. È un progetto molto “freddo”, quindi quale migliore stagione se non l’inverno?
Coordinare oltre 40 ospiti richiede una visione molto precisa. Qual è stata la difficoltà maggiore nel trasformare tanti contributi individuali in un’opera coerente?
Al costo di suonare arrogante, è stato molto facile. Principalmente perchè tutti hanno partecipato con entusiasmo e professionalità, a volte facendo le capriole per mandarmi le strofe. Soprattutto Totò Nasty: gli avevo dato una scadenza e ha davvero fatto i salti mortali per mandare tutto, solo che poi sono stato chiamato per il trapianto e tutto ha avuto una pausa di un paio di mesi. Però apprezzo tantissimo l’impegno suo, come di tutti quanti gli altri. Lancetta ed Ari Guada, per esempio, sono stati chiamati in causa a tre settimane dalla deadline che avevo messo e hanno tutti mandato le strofe con largo anticipo per il mix. Per questo posso dire che è stato semplice. Poi chi ha chiamato gli amici ha incluso persone che non conoscevo, come DNA, ‘U Kippr e U.C dalla Danimarca, che hanno anche loro messo un impegno incredibile, oltre che un livello altissimo. Quando si lavora con gente così, le difficoltà si sgretolano.
Dopo il trapianto è cambiato anche il tuo modo di programmare il futuro musicale, di gestire il tempo e di stabilire le priorità?
Assolutamente sì! Musicalmente mi ha dato un altro boot creativo: infatti mentre ero in recupero, in 12 giorni ho scritto 18 pezzi, che andranno a fare parte del prossimo mixtape. Ancora non so se lo metterò nel treno di Midnight o se avrà un progetto standalone, ma anche in quello ho coinvolto vari artisti presenti anche in questo mixtape. Quel lavoro è molto più personale ed intimo, ma non sono riuscito a resistere all’idea di coinvolgere altre persone. La gestione del tempo è sicuramente migliorata: sono sempre stato una capra a farlo e ne ho perso un sacco negli anni, ma adesso sono molto più focalizzato sugli obiettivi e sul come portarli a termine. Le priorità sono senz’altro più chiare anche a livello sociale. In un certo modo possiamo dire che ha rafforzato certi legami, cosa che mi ha aiutato a lavorare su me stesso, riflettere e fare il punto sugli aspetti del mio agire da potenziare e quelli da ridimensionare. Posso dire con convinzione che è stato un punto di svolta nella mia vita, sia personale che artistica. Ho imparato a lasciare andare certe zavorre che mi tenevano indietro, come sentimenti negativi, e concentrarmi su quanto di positivo ho intorno. Lo consiglio a tutti. Non è facile, ma una volta sbloccato, ti cambia davvero la prospettiva di tutto.
Che consiglio daresti a un artista che sta vivendo una fase di blocco e non riesce più a riconoscere nella musica il luogo in cui sentirsi libero?
Di non abbattersi per nessun motivo. La creatività è una sinusoide con frequenza variabile: va su, e in quei momenti ti senti Dio in terra, ma poi va giù, ed è lì che vorresti mollare tutto. All’inizio non avevo capito questo trend perchè nessuno me lo aveva spiegato, e ho passato momenti brutti in cui pensavo di aver finito la creatività, che non sarei mai più riuscito a mettere insieme un kick e uno stare o due concetti in croce. In realtà, avevo solo bisogno di ricaricare le batterie, lasciare che la vita mi guidasse e facesse succedere cose per darmi uno stimolo a riprendere. Accettare questa dinamica ti salverà la sanità mentale!

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MR MELT inaugura una nuova fase con “Presidential”
Il rapper MR MELT torna con “Presidential”, il nuovo singolo che apre ufficialmente il percorso verso il suo prossimo album, atteso dopo l’estate. Un brano che non rappresenta soltanto un nuovo capitolo discografico, ma anche un’ulteriore evoluzione di un artista che negli anni ha costruito un’identità ben definita, muovendosi tra Italia, Europa e Stati Uniti senza mai perdere il legame con la cultura hip hop.
Il disco che seguirà il singolo non ha ancora una data di uscita ufficiale e il titolo rimane volutamente riservato, una scelta che contribuisce ad alimentare l’attesa per un progetto destinato a raccogliere il percorso artistico maturato negli ultimi anni.
Per “Presidential”, MR MELT sceglie di affiancarsi a RJ Payne, uno degli MC più rispettati dell’underground americano, mentre la produzione è affidata a Stimena, producer già conosciuto per il suo lavoro su Ferragosto Hate di Primo. L’incontro tra questi tre mondi dà vita a una traccia dal respiro internazionale, dove liriche incisive e produzione moderna convivono in perfetto equilibrio.
Il beat si sviluppa attraverso 808 profonde, batterie serrate, synth atmosferici, texture digitali e un sound cinematografico che accompagna due rapper accomunati da una forte identità tecnica. L’obiettivo non è inseguire le tendenze del momento, ma costruire un brano che sappia parlare tanto agli appassionati della nuova scuola quanto a chi continua a cercare contenuti, scrittura e personalità.
Tra lusso, riscatto e desiderio di evasione
Il titolo “Presidential” prende ispirazione dal celebre soprannome del Rolex Day-Date, uno degli orologi più iconici al mondo, da sempre associato a figure di potere e successo. Nel brano, però, questo simbolo assume un significato più ampio: non rappresenta soltanto ricchezza materiale, ma diventa l’emblema di un percorso di crescita, affermazione personale e conquista della propria libertà.
Le immagini raccontate nel testo alternano yacht, limousine, ville affacciate sul mare e destinazioni esotiche come Indonesia e Thailandia a riflessioni più profonde sul bisogno di allontanarsi da una quotidianità percepita come limitante. L’evasione non viene raccontata esclusivamente come fuga fisica, ma come ricerca di una nuova prospettiva, di un’esistenza costruita attraverso sacrificio, determinazione e ambizione.
Accanto al tema del successo economico emerge anche un forte senso di appartenenza. Nei versi trovano spazio richiami alla fratellanza, agli amici rimasti indietro, all’underground e a chi continua a combattere contro un sistema che spesso lascia poco spazio a chi proviene dalla strada. Il denaro diventa così simbolo di emancipazione, ma anche misura del riscatto conquistato con il proprio lavoro.
Dal punto di vista musicale, “Presidential” conferma la volontà di MR MELT di sviluppare un linguaggio sempre più internazionale. La presenza di RJ Payne rafforza questo dialogo tra due scene apparentemente lontane ma accomunate dagli stessi valori: tecnica, autenticità e rispetto per la cultura hip hop. Il risultato è un brano potente, diretto e cinematografico, capace di anticipare il tono di un album che promette di raccontare una nuova fase del percorso artistico del rapper romano.
Con “Presidential”, MR MELT firma quindi il primo tassello di un progetto più ampio, destinato a essere svelato nei prossimi mesi e pensato per consolidare ulteriormente il suo ponte artistico tra Europa e Stati Uniti.
Cenni biografici, Due artisti, un’unica direzione
MR MELT è un rapper italiano, classe 1988, nato a Roma e residente ad Amsterdam. Il suo stile unisce attitudine street, tecnica lirica e sonorità contemporanee, con testi diretti, punchline incisive e un flow potente. Nel corso della sua carriera ha pubblicato quattro album, tra cui Justice e il joint album Ghost In The Shell con Mad G, collaborando con artisti italiani e internazionali come RJ Payne, Big Twins (Infamous Mobb), El Da Sensei (The Artifacts), Maztek e Bremont420. Con “Presidential” inaugura il percorso che porterà al suo nuovo album, previsto dopo l’estate.
RJ Payne è uno dei nomi più autorevoli dell’hip hop underground americano. Originario di New York, si è affermato prima nella scena delle battle e poi come artista indipendente grazie a una scrittura tecnica, intensa e ricca di punchline. Dopo un’esperienza con Def Jam Records, ha costruito una carriera prolifica diventando un punto di riferimento del rap hardcore statunitense. La collaborazione con MR MELT in “Presidential” rafforza il carattere internazionale del progetto.
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Ken Greed torna con ”Tra le Dune”, il nuovo singolo tra elettronica e introspezione
Dopo aver inaugurato l’estate con il primo capitolo del suo nuovo percorso, Ken Greed torna con “Tra le Dune”, il secondo singolo della stagione. Un brano che conferma la direzione artistica intrapresa dal rapper pugliese, spostando ancora di più l’attenzione verso una scrittura personale e una ricerca sonora che fonde rap ed elettronica.
Prodotto da Frana, con cui negli ultimi mesi si è consolidata una forte sintonia artistica, Tra le Dune esplora l’interiorità umana attraverso immagini essenziali e atmosfere sospese. Le dune diventano il simbolo di un paesaggio mentale in continuo movimento, dove emozioni, dubbi e cambiamenti si alternano senza mai trovare una forma definitiva. Il risultato è un brano introspettivo che lascia spazio tanto alle parole quanto alle suggestioni create dalla produzione.
Per Ken Greed questo singolo rappresenta un nuovo tassello del percorso iniziato dopo il ritorno sulla scena con Massafra Rosso Fuoco e proseguito con l’EP The Wormhole. Negli ultimi mesi l’artista ha avviato la collaborazione con il collettivo GroovyPlanet e ha intensificato il lavoro creativo con Frana, dando vita a una nuova identità musicale costruita sull’incontro tra metriche serrate, sonorità hardcore e contaminazioni elettroniche.
Originario di Massafra e classe 2002, Ken Greed si avvicina al rap nel 2018 attraverso le battle di freestyle, esperienza che contribuisce a definire il suo approccio alla scrittura. Dopo una lunga pausa dalla musica, il ritorno segna l’inizio di una fase più consapevole, nella quale ogni pubblicazione contribuisce alla costruzione di un immaginario artistico sempre più personale.
Ad accompagnare l’uscita di Tra le Dune è il videoclip diretto da Bounty, mentre la registrazione del brano è stata realizzata presso gli studi di Frana. Il singolo non anticipa un album, ma conferma la volontà dell’artista di proseguire un percorso fatto di pubblicazioni capaci di raccontare, passo dopo passo, la sua evoluzione musicale e personale.
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