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CanovA ci racconta “Benedetto l’inferno” il suo nuovo singolo con Gianna Nannini e Rosa Chemical: “Voglio creare qualcosa di sorprendente”

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E’ disponibile da venerdì 7 gennaio, “BENEDETTO L’INFERNO” (Columbia Records/Sony Music Italy), il nuovo singolo di CanovA feat. Gianna Nannini e Rosa Chemical.

Dopo aver lanciato il suo nuovo progetto artistico con “Sorpresa”, nato dalla collaborazione con Nayt, nonché versione speciale del brano del rapper contenuto nel suo ultimo album DOOM, “Benedetto l’inferno” prende vita dall’incontro tra CanovA, la regina del rock e uno degli artisti più poliedrici e richiesti degli ultimi anni. Il producer ha messo insieme due anime esplosive, a prima vista molto diverse, che hanno generato una traccia passionale e travolgente.

Chi meglio dello stesso CanovA poteva raccontarci la genesi di “Benedetto l’inferno” e tutto il percorso artistico che lo ha portato alla realizzazione di questo suo nuovo progetto? Noi di Honiro Journal lo abbiamo intervistato!

Sappiamo che “Benedetto l’inferno” assieme alla nuova versione di “Sorpresa” è uno dei tasselli che andrà a comporre il grande mosaico del tuo nuovo progetto. Ti andrebbe di raccontarci qual è la tua idea e come è nata l’ispirazione per un lavoro di questo tipo?
L’idea di questo progetto è nata tempo fa. Durante il lockdown del 2020 ho costruito uno studio in casa e questo mi ha portato ad espormi maggiormente sui social, raccontando tecnicamente il mio lavoro e mostrando tutte le sfaccettature della mia professione.

In particolare, ho iniziato due impegni settimanali che sto continuando tutt’ora. Ogni giovedì ascolto i pezzi dei ragazzi che vogliono farmi sentire la loro musica e do loro dei consigli. Ogni martedì invece faccio ascoltare le sessioni originali di Pro Tools dei brani che ho realizzato in passato con artisti come Giorgia, Tiziano Ferro, Marco Mengoni, ecc… Mostro traccia per traccia l’evoluzione della produzione, facendo vedere come si arriva alla versione definitiva del brano.

Queste iniziative mi hanno avvicinato a Maria de Filippi e a collaborare con la scuola di “Amici”. Mi interfaccio a distanza con gli artisti e lavoro alla produzione dei loro brani. Queste esperienze mi hanno fatto capire che in vent’anni di carriera “dietro le quinte” ho curato a 360° molti progetti, ma sempre di altri artisti. Così è nata l’idea di crearne uno tutto mio. In questo lavoro coinvolgerò personalità del mondo musicale con cui ho già collaborato, ma anche artisti con cui non avevo ancora avuto il piacere di lavorare, come è stato con Nayt per la nuova versione di “Sorpresa”.

Come è nata l’idea di far incontrare due anime così diverse come Gianna Nannini e Rosa Chemical nello stesso brano?
Volevo unire in un unico pezzo degli artisti apparentemente molto lontani tra loro, per creare qualcosa di sorprendente e inaspettato. Ho conosciuto Gianna Nannini nel 2006, ho lavorato a diversi suoi dischi. Stavo producendo “Diamante” ed ero in studio con lei e Francesco De Gregori. In quel momento ho avuto l’idea di far ascoltare a Gianna “Polka” di Rosa Chemical, artista con cui avevo collaborato poche settimane prima. Gianna si è innamorata immediatamente della personalità artistica e dei brani di Rosa. Dall’energia del loro incontro si è creato “Benedetto l’inferno”, il brano è nato in sole 4 ore!

CanovA, in “Benedetto l’inferno” Gianna Nannini afferma “devi cadere in basso per tornare più su”. Il tuo lavoro porta sicuramente a grandi soddisfazioni, spesso però molte persone non si accorgono di tutti i sacrifici e le rinunce che sono fondamentali per avere una carriera come la tua. Qual è un aspetto che pensi il pubblico non conosca del tuo lavoro?
Le persone non possono immaginare che si stia, soprattutto per la prima parte di questa professione, moltissime ore in studio al giorno, compreso il sabato e la domenica. C’è tanto da imparare tecnicamente, c’è molto da sacrificare ma, personalmente, essendo sempre stata una grande passione, a me questo non è mai dispiaciuto. Paradossalmente, quando non ero in studio, avvertivo la mancanza di fare musica.

Credo che il pubblico non sappia quanto tempo ci voglia per imparare come registrare propriamente una voce, una chitarra, ma anche semplicemente conoscere l’armonia e saper suonare gli accordi in modo corretto. Arrangiare e accompagnare un brano musicale è il traguardo che arriva dopo un lungo percorso, dopo anni passati ad imparare a conoscere gli strumenti, gli amplificatori. In ogni processo creativo poi, è fondamentale avere una mente più aperta possibile, in modo da poter imparare da tutto e da tutti.

Una carriera come la tua non può che derivare da una grandissima passione, da qualcuno che fa le cose con il cuore. Questa è una cosa che ultimamente si è un po’ persa. Molti giovani fanno cose per farle e non mettendoci davvero sentimento, che consiglio daresti ai ragazzi per inseguire la loro strada con passione? Come si trova o si ritrova questa passione?
La passione si incontra o si rincontra nel tempo. In questo periodo noto che le persone che fanno musica decidono di intraprendere questa strada perché veramente ci credono e veramente nella loro vita vogliono fare questo.

Non c’è momento migliore di oggi per trovare o ritrovare la passione ed imparare da soli, anche da autodidatti. YouTube, ad esempio, è un database formidabile. Certo, bisogna saper scegliere i tutorial validi, ma fino a qualche anno fa piattaforme simili non erano nemmeno a disposizione. Mi sembra un buon periodo per cominciare a cercare e coltivare questa passione.

Io stesso, grazie ai miei canali social, mi imbatto in tantissimi giovani che hanno voglia di esprimersi, di confrontarsi, di far ascoltare la propria musica. Il consiglio che posso dare per iniziare è di acquistare il minimo indispensabile e cominciare a fare musica, ormai abbiamo degli strumenti e dei mezzi che lo permettono.

A proposito di passione, in un mondo ormai così tecnologico e frenetico quanto è importante per un produttore e in particolar modo per te, cercare e mantenere l’aspetto umano della musica, l’emozione?
Penso che siamo riusciti a valorizzare questa importante sfaccettatura della musica durante il lockdown. Nel periodo che ormai tutti conosciamo bene, noi musicisti, come anche tutto il resto del mondo, siamo stati costretti a lavorare e collaborare da remoto. All’inizio in questa modalità si potevano trovare anche dei vantaggi, ma dopo un anno e mezzo di sessioni portate avanti in questo modo, abbiamo molta nostalgia del contatto umano, ci mancano le emozioni che si provano dal vivo, la magia che si respira all’interno di uno studio.

Oggi giorno i ritmi sono fulminei, dopo una media di sei ore il pezzo deve essere pronto, il lavoro in studio è quindi diventato una sorta di performance. Nei brani chiusi a distanza c’è sicuramente molto sentimento, ma penso siano un po’ privi di quell’anima che avrebbero potuto avere se creati dal vivo.

Guardando la lista di tutti i grandi artisti con i quali hai collaborato si prova un’emozione incredibile. Tu che emozione provi a sapere di aver fatto arrivare la tua musica a così tante persone? Che effetto ti fa?
La mia fortuna è stata quella di pensare di fare musica per me stesso, per mia passione e mia esigenza. Il mio lavoro deve tener conto di molti parametri: le tendenze musicali, la struttura delle canzoni e altri aspetti che variano molto con il passare del tempo. Non mi sono mai posto grandi pressioni dal punto di vista artistico ma quando collabori con altri grandi nomi è naturale desiderare che il risultato sia il migliore possibile. Ho sempre creato la musica che mi sarebbe piaciuto sentire, quindi sapere che la ascoltano e la apprezzano anche molte altre persone è un immenso piacere.

CanovA, ci hai raccontato “Benedetto l’inferno” e questo tuo nuovo progetto, volendo riavvolgere il nastro e tornare un attimo agli inizi, Come ti sei avvicinato al mondo della musica? Qual è stato il momento in cui hai compreso che eri sulla strada giusta e che questa sarebbe stata la tua vita?
Gli inizi sono stati a Padova, quando all’età di 10 anni ho deciso di intraprendere un percorso di musica classica. In seguito mi sono iscritto al conservatorio Cesare Pollini dove mi sono appassionato in particolar modo al violino. Ho deciso di convertire l’affitto del mio pianoforte nell’acquisto di una tastiera, e da lì è iniziato il vero e proprio viaggio. Si faceva sempre più viva l’idea di unire la musica alla mia altra passione, l’informatica. A sedici anni ho iniziato a conoscere i primi software e sono riuscito a costruirmi il mio primo, piccolo, studio.

Poco tempo dopo, la voglia di fare musica ha iniziato a crescere sempre di più, nonostante io non fossi nemmeno a conoscenza che questa potesse essere una vera e propria professione. Così, ho incominciato a fare i primi dischi. Poi, casualmente, ho incontrato Leandro Barsotti, che mi ha chiesto se volessi partecipare ad un suo disco. Questo mi ha portato a conoscere Mara Maionchi e Salerno, i primi produttori esecutivi di Leandro. È stato quello il momento in cui ho capito che questa poteva davvero essere la mia strada. A 19 anni, per la prima volta, mi sono ritrovato in un vero e proprio studio di registrazione. Mi sono innamorato ancor di più della musica quando ho capito che sarebbe potuta diventare il mio lavoro.

Ora che sei arrivato dove sei arrivato e dove probabilmente anni fa sognavi di arrivare, c’è qualcosa che ti manca di quando eri all’inizio? Qualcosa di cui hai particolarmente nostalgia?
Provo molta nostalgia nei confronti di Padova, la mia città natale. Quando ci sono tornato, pochi mesi fa, mi ha fatto particolarmente piacere rincontrare tutti i miei amici del liceo e tutte le persone che avevano caratterizzato la mia adolescenza. Da ragazzi si tenta in tutti i modi di “evadere” dal proprio mondo, dal posto in cui si è nati, per raggiungere Milano o altre grandi realtà, ma quando poi questo accade ne nasce una nostalgia molto forte.

Avrei anche l’idea di realizzare, proprio a Padova, un’università della musica e inventare qualcosa di nuovo per i ragazzi che vogliono intraprendere questa strada. Ho notato che ora c’è molto movimento per quel che riguarda questo campo, andrebbe coltivato il talento di molti giovani.

Quali sono gli aspetti delle tue origini che hanno maggiormente influenzato la tua musica? Dato che attualmente vivi a Los Angeles qual è invece la parte del panorama Americano che ti affascina di più? Mi ha influenzato sicuramente la musica con la quale mia madre mi ha cresciuto quindi Battisti, De André, De Gregori, tanti cantautori italiani. Ricordo che, quando avevo all’incirca 15 anni, ascoltavo in particolar modo Jovanotti e Carboni ma anche gli U2 e i Pink Floyd.

Della musica americana mi affascina particolarmente il fatto che si possa fare qualsiasi genere e trovare comunque un pubblico vasto. In Italia, alcune volte, si tende a seguire maggiormente il genere del momento. Quando invece si guardano i Grammy ci si accorge che ci sono premi per ogni stile, spesso anche per generi che noi stessi non conosciamo ma di cui potremmo appassionarci o che, comunque, potrebbero arricchirci. Questo è l’aspetto mi sorprende particolarmente dell’America, l’essere così eclettica. La musica inoltre, qui negli USA non è vissuta come un passatempo o un hobby ma come un vero e proprio percorso, che inizia proprio dalla scuola, con lo studio di uno strumento e l’approfondimento della storia musicale.

CanovA, c’è qualcosa in particolare che vorresti i nostri lettori sapessero di “Benedetto l’inferno” del tuo nuovo progetto, della tua musica o della tua carriera?
Vorrei sapessero che ci saranno altri episodi di questo nuovo progetto, il ritmo spero possa essere un singolo ogni 2 mesi circa. Come è stato per “Sorpresa” e “Benedetto l’inferno” voglio dar vita a brani inaspettati. Voglio unire artisti o concetti che a primo impatto potrebbero sembrare incompatibili tra loro o comunque opposti. Il mio intento è quello di alimentare la curiosità e il rischio nella musica!

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Psycho Red sperimenta con “Maschine / Still Pushin’”: il rap incontra una produzione fuori dagli schemi

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Due produzioni, due strofe e un unico singolo. Psycho Red sceglie una struttura insolita per “Maschine / Still Pushin’”, il nuovo brano che introduce un elemento inedito nella sua discografia: la produzione musicale curata direttamente dall’artista.

Il rapper, originario di Rieti e attualmente residente in Germania, è attivo dal 2016 e ha sviluppato nel corso degli anni un repertorio legato al rap e alle sue contaminazioni contemporanee. Con questa pubblicazione propone una soluzione compositiva che si distingue dalla struttura più convenzionale del singolo, suddividendo il brano in due sezioni caratterizzate da beat differenti.

“Maschine / Still Pushin’” non si limita quindi a un semplice cambio di ritmo, ma sviluppa due momenti musicali all’interno della stessa traccia. La seconda parte introduce una variazione nella costruzione sonora senza allontanarsi completamente dall’atmosfera iniziale. A collegare le due sezioni rimangono le sonorità trap e l’impostazione rap che caratterizza l’intero lavoro.

La particolarità di questa uscita riguarda anche il processo di realizzazione. Psycho Red ha infatti assunto per la prima volta il ruolo di producer, curando personalmente la base musicale oltre alla scrittura e all’interpretazione. Un ampliamento delle attività in studio che comprende anche la realizzazione della copertina, concepita direttamente dall’artista.

Per il mix e il master è stato coinvolto DJ Arm, collaboratore già presente nella storia discografica di Psycho Red, al quale è stata affidata la finalizzazione tecnica del brano. Una collaborazione che si inserisce in un progetto caratterizzato da una gestione prevalentemente autonoma delle diverse fasi di lavorazione.

Anche sul piano della comunicazione, l’uscita viene accompagnata da contenuti realizzati direttamente dal rapper, tra reel e materiali destinati principalmente a Instagram e TikTok. Un lavoro che affianca la distribuzione del singolo e ne sostiene la presenza sulle piattaforme digitali.

A differenza di molte pubblicazioni utilizzate come anticipazione di progetti più ampi, “Maschine / Still Pushin’” non è attualmente associato all’annuncio di un nuovo disco. Si tratta di un singolo che trova una propria collocazione nella discografia di Psycho Red e che introduce una modalità di produzione destinata a poter essere sviluppata anche nelle successive pubblicazioni.

A dieci anni dai primi passi nella musica, il rapper aggiunge dunque una nuova competenza al proprio lavoro, scegliendo una traccia dalla struttura particolare per presentare questa evoluzione.

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Capstan e Muttofunk riattivano F.U.E.L.: “Space Program 45” porta il rap fuori orbita

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Sedici anni dopo il primo capitolo, Capstan e Muttofunk tornano a firmare insieme un disco con “F.U.E.L. 2: Space Program 45”, pubblicato da Vibrarecords / Bootay. Un ritorno che rimette in movimento un progetto nato molto prima del 2010, quando i due artisti veronesi avevano già alle spalle anni di musica condivisa, demo, live e sperimentazioni.

F.U.E.L. — acronimo di Funk Union Editing Loops — è sempre stato un territorio comune, un punto d’incontro tra due identità diverse ma complementari. Da una parte Capstan, rapper e DJ con una forte cultura del digging e del rap; dall’altra Muttofunk, produttore e polistrumentista con un approccio più legato alla composizione, ai synth e alla costruzione del suono. “Space Program 45” nasce proprio nell’incastro tra questi due mondi e restituisce un album che mette il groove al centro senza ridurlo a semplice citazione.

Il nuovo lavoro si muove tra hip hop, funk, G-Funk, West Coast ed elettronica, ma lo fa con una produzione molto più ampia rispetto al primo F.U.E.L. Se allora il campionamento aveva un peso centrale, oggi il suono è costruito in larga parte attraverso strumenti, sintetizzatori, batterie programmate e linee di basso che danno al disco una fisionomia precisa. Il risultato mantiene una matrice profondamente rap, ma evita di rimanere ancorato a una sola epoca o a un unico codice sonoro.

A tenere insieme il progetto c’è anche la scrittura di Capstan, capace di passare con naturalezza da momenti più leggeri ad altri maggiormente osservativi, senza trasformare il disco in una raccolta di brani scollegati. L’album conserva una forte componente ludica, quasi cinematografica, ma sotto la superficie resta sempre riconoscibile uno sguardo sul presente.

Il titolo “Space Program 45” riprende inoltre l’immaginario fantascientifico che aveva già accompagnato il primo F.U.E.L., aggiornandolo attraverso una nuova identità visiva. La copertina firmata da Tommy Verità, costruita attorno a una televisione CRT, prosegue idealmente quel mondo fatto di segnali, trasmissioni, tecnologia e riferimenti retrofuturisti. Un’estetica che acquista ancora più peso nell’edizione fisica, pensata come parte integrante del progetto e non come semplice supporto.

Nel disco compaiono anche DJ Zeta, Sebastiano De Gaspari, Snapcat, Lord One e DJ Maroder, presenze inserite senza snaturare il nucleo centrale del lavoro. Sul fronte tecnico, il mix porta la firma di Manny Mani, mentre il mastering è stato affidato a Bassi Maestro; il pressing del vinile è curato da Mother Tongue Records.

“F.U.E.L. 2: Space Program 45” arriva inoltre dopo anni in cui entrambi hanno continuato a muoversi tra progetti e collaborazioni differenti. Capstan ha lavorato, tra gli altri, con Jack the Smoker, Asher Kuno, Egreen, DJ Zeta e Re-Tko, pubblicando nel 2024 “V-troit” insieme a Dankery Harv dei Frank-N-Dank. Muttofunk ha invece continuato ad attraversare rap, funk, soul ed elettronica, affiancando alla produzione il lavoro da musicista e partecipando anche a North Of Loreto di Bassi Maestro.

Il nuovo F.U.E.L. raccoglie quindi due percorsi cresciuti parallelamente e li riporta dentro uno stesso spazio creativo. Non una riedizione del passato, ma un nuovo capitolo costruito con strumenti, esperienza e prospettive diverse: stesso nome, altra traiettoria.

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Naesh: «Il rap deve essere autentico, senza costruirsi un personaggio». L’intervista su “N”

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Dopo alcuni anni di distanza dalla musica, Naesh riprende il proprio percorso con “N”, il nuovo album interamente prodotto da RameBiz. Un progetto che nasce da un’esigenza personale, lontano dalle strategie e dalla necessità di inseguire le tendenze, e che mette insieme scrittura introspettiva, ego trip e una visione dell’hip hop maturata attraverso vent’anni di esperienze.

Dalla collaborazione con un amico di lunga data al rapporto con la propria identità artistica, passando per il valore della credibilità e la libertà di muoversi tra linguaggi differenti, Naesh racconta la genesi del disco e il significato che la musica continua ad avere nella sua vita.

“N” arriva dopo un periodo in cui avevi seriamente pensato di chiudere con la musica. Quando hai ricominciato a scrivere, hai ritrovato immediatamente il Naesh di prima oppure hai dovuto conoscere una versione diversa di te stesso?

Credo che a spingermi a ricominciare sia stata soprattutto l’esigenza di raccontare storie nuove. Negli ultimi anni ho ascoltato prevalentemente rap classico e ad un certo punto ho sentito che quella fosse la forma più adatta per esprimere quello che avevo in mente. Rispetto alla trap, mi dava maggiori possibilità di sviluppare certi temi e raccontare determinate esperienze con una maturità diversa, senza rinunciare al mio modo di scrivere. Con “N” non ho cercato di recuperare il passato né di dimostrare qualcosa a qualcuno. Ho semplicemente ricominciato a fare quello che mi piaceva, partendo da quello che sono oggi.

Nel disco convivono due anime: una più riflessiva e una che lascia spazio all’ego e alla competizione. Quanto è importante, per te, non dover scegliere tra il raccontare le proprie fragilità e il mostrare sicurezza al microfono?

La cosa che mi ha fatto innamorare del rap è proprio la sua capacità di affrontare praticamente qualsiasi argomento e di farlo attraverso linguaggi e attitudini anche molto diversi tra loro. Non sono mai stato un ascoltatore legato ad un’unica forma di rap: mi è sempre piaciuto esplorarlo a 360 gradi, dal racconto più introspettivo e conscious fino alla competizione, al puro esercizio di stile, alla ricerca della reference che possa creare un certo tipo di immaginario e alla punchline potente. Per me non c’è nessuna contraddizione tra queste due anime. Anzi, credo che la ricchezza del rap stia proprio nella possibilità di passare da una dimensione all’altra senza perdere la propria identità. Con “N” ho voluto concedermi questa libertà, senza impormi limiti e senza sentirmi obbligato a scegliere un’unica direzione. La sicurezza al microfono fa parte di quello che sei così come le tue fragilità. L’importante è che entrambe le dimensioni siano sincere e che ci sia una ragione per esprimerle.

Hai raccontato di aver costruito questo album con RameBiz mettendo il vostro rapporto umano davanti a tutto. Quanto cambia il risultato creativo quando lavori con qualcuno che conosce la tua storia anche fuori dallo studio?

Con RameBiz ci sono cresciuto. Siamo amici da tanti anni e non potrei chiedere di meglio a livello di produzioni, perché ci capiamo al volo e condividiamo una visione musicale molto simile. Questo non significa che siamo sempre d’accordo, anzi, spesso nascono discussioni, ma credo che il confronto sia fondamentale per arrivare ad un risultato che soddisfi entrambi. Faccio fatica ad immaginare di realizzare un album affidandomi ad un produttore distante o semplicemente acquistando dei beats. Sono ancora un inguaribile romantico: credo nel concept album e penso che il tappeto sonoro debba essere omogeneo e coerente con ciò che si vuole raccontare. Per “N” abbiamo lavorato insieme ad ogni produzione, costruendo il disco passo dopo passo. Credo che questo abbia dato al progetto una forte identità e, allo stesso tempo, ci abbia uniti ancora di più.

Si parla spesso della musica come di qualcosa che aiuta a elaborare le esperienze. Nel tuo caso, scrivere “N” ti ha permesso di comprendere meglio alcuni momenti della tua vita oppure è stato soprattutto un modo per raccontarli?

Ho cominciato a fare rap per un’esigenza personale e ogni pezzo che ho scritto ha sempre avuto un significato preciso. Alcuni brani nascono semplicemente dal piacere di fare rap e dalla voglia di mettermi alla prova, altri invece hanno una dimensione più intima. In “N” c’è un pezzo che è stato un vero e proprio sfogo: avevo bisogno di esternare determinate cose e scriverle mi ha aiutato a buttarle fuori. I brani più introspettivi sono anche una sorta di promemoria delle esperienze che ho vissuto e delle lezioni, a volte molto dure, che ho imparato. Inciderle su un beat mi ha permesso di esorcizzarle e di dare loro una forma. Più che trovare tutte le risposte, la musica mi ha dato un modo per raccontarle e, in qualche misura, fare pace con esse.

Hai scelto una sola lettera per rappresentare un intero disco. In un’epoca in cui gli artisti tendono a spiegare e mostrare continuamente tutto di sé, quanto conta per te lasciare qualcosa all’interpretazione di chi ascolta?

Per me è fondamentale lasciare spazio all’interpretazione di chi ascolta. Quando pubblichi un disco, smette di essere soltanto tuo e diventa anche di chi lo ascolta, che lo rielabora attraverso le proprie esperienze. Non credo che un autore debba sentire il bisogno di spiegare continuamente ciò che scrive: deve riuscire a comunicare attraverso la propria musica. Personalmente, cerco di sapere il meno possibile degli artisti che ascolto, perché non voglio che la loro personalità influenzi il mio giudizio sulla musica. Credo che l’opera debba poter vivere indipendentemente dal suo autore, e mi piace pensare che “N” possa assumere significati diversi a seconda di chi lo ascolta.

In brani come “Vita lenta”, “Re Carlo” e “California” emergono già titoli che suggeriscono immaginari differenti. Come scegli quali aspetti della tua personalità trasformare in canzoni e quali, invece, tenere per te?

Credo che nei miei lavori ci siano tutte le sfaccettature della mia personalità. Sono una persona profonda e malinconica, ma allo stesso tempo amo la leggerezza, ridere e far divertire. Non vedo queste dimensioni come contraddittorie: fanno tutte parte di me e non voglio rinunciare a nessuna di esse quando faccio musica. L’unico limite che mi pongo riguarda le cose che potrebbero ferire inutilmente qualcuno. Non amo fare nomi e cognomi e difficilmente farei un dissing: preferisco raccontare situazioni attraverso il mio punto di vista, senza trasformare una canzone in un attacco personale.

Se pensi alle persone che ti ascoltavano nei primi anni della tua carriera e a quelle che potrebbero scoprirti oggi, quale parte di Naesh vorresti che entrambe riuscissero a riconoscere?

Mi piacerebbe che il filo conduttore di tutti i miei lavori fosse la credibilità, l’autenticità. Ho sempre preso molto sul serio il “keep it real”, che per me significa essere coerente con quello che sono, senza costruirmi un personaggio per piacere agli altri o inseguire le tendenze del momento.

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