Connect with us

News

CanovA ci racconta “Benedetto l’inferno” il suo nuovo singolo con Gianna Nannini e Rosa Chemical: “Voglio creare qualcosa di sorprendente”

Pubblicato

il

E’ disponibile da venerdì 7 gennaio, “BENEDETTO L’INFERNO” (Columbia Records/Sony Music Italy), il nuovo singolo di CanovA feat. Gianna Nannini e Rosa Chemical.

Dopo aver lanciato il suo nuovo progetto artistico con “Sorpresa”, nato dalla collaborazione con Nayt, nonché versione speciale del brano del rapper contenuto nel suo ultimo album DOOM, “Benedetto l’inferno” prende vita dall’incontro tra CanovA, la regina del rock e uno degli artisti più poliedrici e richiesti degli ultimi anni. Il producer ha messo insieme due anime esplosive, a prima vista molto diverse, che hanno generato una traccia passionale e travolgente.

Chi meglio dello stesso CanovA poteva raccontarci la genesi di “Benedetto l’inferno” e tutto il percorso artistico che lo ha portato alla realizzazione di questo suo nuovo progetto? Noi di Honiro Journal lo abbiamo intervistato!

Sappiamo che “Benedetto l’inferno” assieme alla nuova versione di “Sorpresa” è uno dei tasselli che andrà a comporre il grande mosaico del tuo nuovo progetto. Ti andrebbe di raccontarci qual è la tua idea e come è nata l’ispirazione per un lavoro di questo tipo?
L’idea di questo progetto è nata tempo fa. Durante il lockdown del 2020 ho costruito uno studio in casa e questo mi ha portato ad espormi maggiormente sui social, raccontando tecnicamente il mio lavoro e mostrando tutte le sfaccettature della mia professione.

In particolare, ho iniziato due impegni settimanali che sto continuando tutt’ora. Ogni giovedì ascolto i pezzi dei ragazzi che vogliono farmi sentire la loro musica e do loro dei consigli. Ogni martedì invece faccio ascoltare le sessioni originali di Pro Tools dei brani che ho realizzato in passato con artisti come Giorgia, Tiziano Ferro, Marco Mengoni, ecc… Mostro traccia per traccia l’evoluzione della produzione, facendo vedere come si arriva alla versione definitiva del brano.

Queste iniziative mi hanno avvicinato a Maria de Filippi e a collaborare con la scuola di “Amici”. Mi interfaccio a distanza con gli artisti e lavoro alla produzione dei loro brani. Queste esperienze mi hanno fatto capire che in vent’anni di carriera “dietro le quinte” ho curato a 360° molti progetti, ma sempre di altri artisti. Così è nata l’idea di crearne uno tutto mio. In questo lavoro coinvolgerò personalità del mondo musicale con cui ho già collaborato, ma anche artisti con cui non avevo ancora avuto il piacere di lavorare, come è stato con Nayt per la nuova versione di “Sorpresa”.

Come è nata l’idea di far incontrare due anime così diverse come Gianna Nannini e Rosa Chemical nello stesso brano?
Volevo unire in un unico pezzo degli artisti apparentemente molto lontani tra loro, per creare qualcosa di sorprendente e inaspettato. Ho conosciuto Gianna Nannini nel 2006, ho lavorato a diversi suoi dischi. Stavo producendo “Diamante” ed ero in studio con lei e Francesco De Gregori. In quel momento ho avuto l’idea di far ascoltare a Gianna “Polka” di Rosa Chemical, artista con cui avevo collaborato poche settimane prima. Gianna si è innamorata immediatamente della personalità artistica e dei brani di Rosa. Dall’energia del loro incontro si è creato “Benedetto l’inferno”, il brano è nato in sole 4 ore!

CanovA, in “Benedetto l’inferno” Gianna Nannini afferma “devi cadere in basso per tornare più su”. Il tuo lavoro porta sicuramente a grandi soddisfazioni, spesso però molte persone non si accorgono di tutti i sacrifici e le rinunce che sono fondamentali per avere una carriera come la tua. Qual è un aspetto che pensi il pubblico non conosca del tuo lavoro?
Le persone non possono immaginare che si stia, soprattutto per la prima parte di questa professione, moltissime ore in studio al giorno, compreso il sabato e la domenica. C’è tanto da imparare tecnicamente, c’è molto da sacrificare ma, personalmente, essendo sempre stata una grande passione, a me questo non è mai dispiaciuto. Paradossalmente, quando non ero in studio, avvertivo la mancanza di fare musica.

Credo che il pubblico non sappia quanto tempo ci voglia per imparare come registrare propriamente una voce, una chitarra, ma anche semplicemente conoscere l’armonia e saper suonare gli accordi in modo corretto. Arrangiare e accompagnare un brano musicale è il traguardo che arriva dopo un lungo percorso, dopo anni passati ad imparare a conoscere gli strumenti, gli amplificatori. In ogni processo creativo poi, è fondamentale avere una mente più aperta possibile, in modo da poter imparare da tutto e da tutti.

Una carriera come la tua non può che derivare da una grandissima passione, da qualcuno che fa le cose con il cuore. Questa è una cosa che ultimamente si è un po’ persa. Molti giovani fanno cose per farle e non mettendoci davvero sentimento, che consiglio daresti ai ragazzi per inseguire la loro strada con passione? Come si trova o si ritrova questa passione?
La passione si incontra o si rincontra nel tempo. In questo periodo noto che le persone che fanno musica decidono di intraprendere questa strada perché veramente ci credono e veramente nella loro vita vogliono fare questo.

Non c’è momento migliore di oggi per trovare o ritrovare la passione ed imparare da soli, anche da autodidatti. YouTube, ad esempio, è un database formidabile. Certo, bisogna saper scegliere i tutorial validi, ma fino a qualche anno fa piattaforme simili non erano nemmeno a disposizione. Mi sembra un buon periodo per cominciare a cercare e coltivare questa passione.

Io stesso, grazie ai miei canali social, mi imbatto in tantissimi giovani che hanno voglia di esprimersi, di confrontarsi, di far ascoltare la propria musica. Il consiglio che posso dare per iniziare è di acquistare il minimo indispensabile e cominciare a fare musica, ormai abbiamo degli strumenti e dei mezzi che lo permettono.

A proposito di passione, in un mondo ormai così tecnologico e frenetico quanto è importante per un produttore e in particolar modo per te, cercare e mantenere l’aspetto umano della musica, l’emozione?
Penso che siamo riusciti a valorizzare questa importante sfaccettatura della musica durante il lockdown. Nel periodo che ormai tutti conosciamo bene, noi musicisti, come anche tutto il resto del mondo, siamo stati costretti a lavorare e collaborare da remoto. All’inizio in questa modalità si potevano trovare anche dei vantaggi, ma dopo un anno e mezzo di sessioni portate avanti in questo modo, abbiamo molta nostalgia del contatto umano, ci mancano le emozioni che si provano dal vivo, la magia che si respira all’interno di uno studio.

Oggi giorno i ritmi sono fulminei, dopo una media di sei ore il pezzo deve essere pronto, il lavoro in studio è quindi diventato una sorta di performance. Nei brani chiusi a distanza c’è sicuramente molto sentimento, ma penso siano un po’ privi di quell’anima che avrebbero potuto avere se creati dal vivo.

Guardando la lista di tutti i grandi artisti con i quali hai collaborato si prova un’emozione incredibile. Tu che emozione provi a sapere di aver fatto arrivare la tua musica a così tante persone? Che effetto ti fa?
La mia fortuna è stata quella di pensare di fare musica per me stesso, per mia passione e mia esigenza. Il mio lavoro deve tener conto di molti parametri: le tendenze musicali, la struttura delle canzoni e altri aspetti che variano molto con il passare del tempo. Non mi sono mai posto grandi pressioni dal punto di vista artistico ma quando collabori con altri grandi nomi è naturale desiderare che il risultato sia il migliore possibile. Ho sempre creato la musica che mi sarebbe piaciuto sentire, quindi sapere che la ascoltano e la apprezzano anche molte altre persone è un immenso piacere.

CanovA, ci hai raccontato “Benedetto l’inferno” e questo tuo nuovo progetto, volendo riavvolgere il nastro e tornare un attimo agli inizi, Come ti sei avvicinato al mondo della musica? Qual è stato il momento in cui hai compreso che eri sulla strada giusta e che questa sarebbe stata la tua vita?
Gli inizi sono stati a Padova, quando all’età di 10 anni ho deciso di intraprendere un percorso di musica classica. In seguito mi sono iscritto al conservatorio Cesare Pollini dove mi sono appassionato in particolar modo al violino. Ho deciso di convertire l’affitto del mio pianoforte nell’acquisto di una tastiera, e da lì è iniziato il vero e proprio viaggio. Si faceva sempre più viva l’idea di unire la musica alla mia altra passione, l’informatica. A sedici anni ho iniziato a conoscere i primi software e sono riuscito a costruirmi il mio primo, piccolo, studio.

Poco tempo dopo, la voglia di fare musica ha iniziato a crescere sempre di più, nonostante io non fossi nemmeno a conoscenza che questa potesse essere una vera e propria professione. Così, ho incominciato a fare i primi dischi. Poi, casualmente, ho incontrato Leandro Barsotti, che mi ha chiesto se volessi partecipare ad un suo disco. Questo mi ha portato a conoscere Mara Maionchi e Salerno, i primi produttori esecutivi di Leandro. È stato quello il momento in cui ho capito che questa poteva davvero essere la mia strada. A 19 anni, per la prima volta, mi sono ritrovato in un vero e proprio studio di registrazione. Mi sono innamorato ancor di più della musica quando ho capito che sarebbe potuta diventare il mio lavoro.

Ora che sei arrivato dove sei arrivato e dove probabilmente anni fa sognavi di arrivare, c’è qualcosa che ti manca di quando eri all’inizio? Qualcosa di cui hai particolarmente nostalgia?
Provo molta nostalgia nei confronti di Padova, la mia città natale. Quando ci sono tornato, pochi mesi fa, mi ha fatto particolarmente piacere rincontrare tutti i miei amici del liceo e tutte le persone che avevano caratterizzato la mia adolescenza. Da ragazzi si tenta in tutti i modi di “evadere” dal proprio mondo, dal posto in cui si è nati, per raggiungere Milano o altre grandi realtà, ma quando poi questo accade ne nasce una nostalgia molto forte.

Avrei anche l’idea di realizzare, proprio a Padova, un’università della musica e inventare qualcosa di nuovo per i ragazzi che vogliono intraprendere questa strada. Ho notato che ora c’è molto movimento per quel che riguarda questo campo, andrebbe coltivato il talento di molti giovani.

Quali sono gli aspetti delle tue origini che hanno maggiormente influenzato la tua musica? Dato che attualmente vivi a Los Angeles qual è invece la parte del panorama Americano che ti affascina di più? Mi ha influenzato sicuramente la musica con la quale mia madre mi ha cresciuto quindi Battisti, De André, De Gregori, tanti cantautori italiani. Ricordo che, quando avevo all’incirca 15 anni, ascoltavo in particolar modo Jovanotti e Carboni ma anche gli U2 e i Pink Floyd.

Della musica americana mi affascina particolarmente il fatto che si possa fare qualsiasi genere e trovare comunque un pubblico vasto. In Italia, alcune volte, si tende a seguire maggiormente il genere del momento. Quando invece si guardano i Grammy ci si accorge che ci sono premi per ogni stile, spesso anche per generi che noi stessi non conosciamo ma di cui potremmo appassionarci o che, comunque, potrebbero arricchirci. Questo è l’aspetto mi sorprende particolarmente dell’America, l’essere così eclettica. La musica inoltre, qui negli USA non è vissuta come un passatempo o un hobby ma come un vero e proprio percorso, che inizia proprio dalla scuola, con lo studio di uno strumento e l’approfondimento della storia musicale.

CanovA, c’è qualcosa in particolare che vorresti i nostri lettori sapessero di “Benedetto l’inferno” del tuo nuovo progetto, della tua musica o della tua carriera?
Vorrei sapessero che ci saranno altri episodi di questo nuovo progetto, il ritmo spero possa essere un singolo ogni 2 mesi circa. Come è stato per “Sorpresa” e “Benedetto l’inferno” voglio dar vita a brani inaspettati. Voglio unire artisti o concetti che a primo impatto potrebbero sembrare incompatibili tra loro o comunque opposti. Il mio intento è quello di alimentare la curiosità e il rischio nella musica!

Condividi sui social

News

SACE, fuori dagli schemi: «Il vero successo è restare nel tempo»

Pubblicato

il

C’è una differenza sostanziale tra cambiare per inseguire il mercato e cambiare perché si ha ancora voglia di sperimentare. SACE sembra avere le idee piuttosto chiare al riguardo. Da anni porta avanti un percorso che lo ha visto attraversare realtà discografiche differenti, confrontarsi con altri artisti e mettere continuamente alla prova il proprio modo di fare musica, senza preoccuparsi troppo di rientrare in una definizione precisa.

Il nuovo singolo “RAPAPAMPAM”, prodotto da MDM, è un altro esempio di questa attitudine: una scrittura viscerale, nata prima della produzione musicale, che lascia emergere pensieri e riflessioni senza cercare formule accomodanti.

Ma quanto spazio resta oggi per la sperimentazione in un’industria che pretende contenuti sempre nuovi e risultati immediati? E quanto conta mantenere una propria riconoscibilità mentre cambiano suoni, linguaggi e modalità di ascolto?

Ne abbiamo parlato con SACE, entrando nel merito del suo processo creativo, delle collaborazioni, del rapporto con i social e di una visione della musica che continua a privilegiare la ricerca personale rispetto alle logiche del momento.

SACE, negli anni hai costruito un percorso che ti ha portato a confrontarti con ambienti musicali e realtà discografiche differenti. In quale momento hai sentito la necessità di rimettere in discussione il tuo linguaggio artistico e cercare una nuova direzione?

Mi metto sempre in discussione per cercare di fare meglio, difficilmente faccio la stessa cosa, amo sperimentare e mettermi continuamente in gioco senza ricalcare terreni già esplorati, soprattutto in singoli o progetti più strutturati mentre magari nei freestyle è tutto impulso senza troppo studio alle spalle, poi naturalmente la matrice testuale cerco di renderla sempre riconoscibile spaziando tra le sfumature che può avere un testo e/o concetto. Dopo i miei primi tre Ep “Giovane e Forte”, già da “Excelsior Mixtape” in poi si può notare questa continua ricerca e più che nuova direzione la definirei come un puzzle a cui ogni volta aggiungo un nuovo pezzo.

“RAPAPAMPAM” affronta temi come le amicizie opportuniste, la superficialità dei rapporti e la perdita di umanità. Quanto di quello che racconti nasce da esperienze personali e quanto, invece, dall’osservazione della società che ti circonda?

Questo brano in particolare è un flusso di coscienza, di sensazioni e vissuti che mi portavo dentro, sono letteralmente esplose sul foglio e abbiamo costruito a posteriori il tappeto musicale. In generale parto sempre dal beat e da cosa mi suscita, dando vita a un mix di cose che ho vissuto ed altre che invece mi circondano ma che non mi toccano in prima persona, immedesimarsi per rendersi portavoce mi piace ma dev’esserci sempre un po’ del mio. Penso che moltissimi di noi purtroppo hanno avuto a che fare con amicizie opportuniste, rendersi conto alle volte della superficialità di esse e che il mondo sta andando sempre più incontro alla perdita di umanità, quindi anche se tutto nasce da un vissuto personale, credo che in molti possano rispecchiarcisi, ed è questo il mio obiettivo, comunicare alle persone fornendogli una chiave di pensiero e ogni tanto anche di svolta.

Il singolo è prodotto da MDM. Come avete lavorato insieme per trovare il giusto equilibrio tra una produzione dal suono moderno e un testo così denso di significati? Quali aspetti del tuo modo di interpretare il rap avete voluto valorizzare?

Come accennavo prima, in questo caso è nato prima il testo e poi il tappeto musicale, il rap è stata sempre la mia matrice ma mi piace contaminarla con suoni particolari o strutture della batteria non canoniche, con MDM lavoriamo ormai da anni insieme e più passa il tempo, più siamo affini. In questo brano il testo è centrale quindi abbiamo lavorato in modo che tutto il resto fosse un contorno ma non per questo è da meno anzi, è stato un lavoro molto certosino perché l’obiettivo era quello di creare l’ambient perfetto senza sovrastare le parole ma allo stesso tempo anche il sound doveva essere d’impatto senza essere protagonista. Il sample dice “You play with me” riferendosi sia alle persone che al mondo che spesso si prende gioco di noi.

Nel tuo percorso convivono collaborazioni, progetti condivisi e pubblicazioni personali. Quanto è importante, per un artista che continua a evolversi, riuscire a mantenere una propria riconoscibilità anche quando cambia sonorità o metodo di lavoro?

Per quanto mi riguarda è fondamentale e detto sinceramente sono contento quando mi sento dire che il brano suona diverso dai precedenti ma che il mio modo di approcciarmici resta coerente, mi da modo di spaziare anche in un progetto più strutturato legando tra loro brani apparentemente distanti, credo che il mio progetto passato “FLOW DE D10S” sia la miglior rappresentazione di ciò che ho appena detto. Ci tengo molto a differenziare il sound è la parte centrale della sperimentazione che metto continuamente in atto. Nel progetto con Wiser è stato super interessante vedere come lui approcciava a strofe e ritornelli, mi ha dato molti spunti, trovo che collaborare con altri artisti sia tra le cose che più mi arricchisce ed è spiacevole quando dietro a delle collabo ci siano dei ragionamenti strettamente legati esclusivamente ai numeri, secondo me si perde la parte fondamentale di questa cultura che nasce anche per far si che ci sia aggregazione e condivisione.

Il rap italiano vive un momento in cui i confini tra i generi sono sempre più sfumati. Quali evoluzioni musicali trovi realmente interessanti e quali, invece, ti sembrano spesso dettate dalla necessità di inseguire ciò che funziona sul mercato?

Per me che prima del rap ho suonato svariati strumenti, trovo che la contaminazione se messa in atto con criterio è sempre un buono spunto per dare vita a qualcosa di nuovo, non voglio spaccare in due generi che mi piacciono e quelli che non sono riuscito a mandare giù, noto però che il rap unito alla dubstep o la trap fusa con la samba (prendo due esempi a caso) anche se funzionali, non sono unioni che riescono a superare uno o due anni di attività nel mercato, tutto è ciclico e come stiamo vedendo da un po’ di tempo a questa parte, si è tornati al boom bap. Personalmente resto fedele alle origini ma sono aperto a qualsiasi tipo di contaminazione, la musica è libertà di espressione, in ogni sua forma, non amo etichettarla per forza per poi doverla incasellare in compartimenti stagni.

Oggi una canzone viene spesso scoperta attraverso pochi secondi di contenuto sui social. Quanto pesa questa dinamica nelle tue scelte artistiche? Quando scrivi, riesci ancora a pensare esclusivamente alla musica oppure la comunicazione è diventata inevitabilmente parte del processo creativo?

Per me lo step del contenuto social subentra a posteriori, una volta che ho il brano pronto, capisco come veicolarlo al meglio, quale potrebbe essere la porzione di canzone più forte per poi traghettare il fruitore all’ascolto completo. Durante la scrittura ho tanti altri paletti che si sono formati negli anni ma nulla che riguarda il contenuto che poi andrò a postare o strategie di marketing in generale. È tutto sempre più veloce nel mercato e questo sta distruggendo la creatività, da qualche anno a questa parte definisco l’industria un tritacarne. La quantità, per il percorso di alcuni artisti sembra essere più importante della qualità e per tanti funziona ma sono sempre dell’idea che i cavalli si vedono all’arrivo e in questi 10 anni o più di attività ne ho visti molti perdersi per strada nonostante il talento fosse incommensurabile. Il vero successo è restare nel tempo, non i famosi 15 minuti (ad oggi secondi) di fama di Andy Warhol.

Hai anticipato la volontà di mostrare diverse sfumature della tua personalità musicale, lasciando aperta anche la possibilità di un album. Che tipo di progetto vorresti costruire per rappresentare davvero il SACE di oggi, e cosa dovrebbe avere di diverso rispetto ai tuoi lavori precedenti?

Nei miei progetti, tralasciando “Giovane e Forte Vol. 3” ci sono sempre pochi featuring, quasi zero. Ho sempre preferito che chi viene a contatto con la mia musica, deve premere play perché interessato a ciò che ho da dire non per chi ospito nel brano ma dato che ho stima di molti e questa cosa è contraccambiata, dal prossimo anno mi vedrete senz’altro affiancato da molti colleghi e non vedo l’ora perché il Sace di oggi è riuscito ad abbattere questo muro che senz’altro mi porterà ad uno scambio maggiore di visioni, sonorità, approccio e metodologie che non possono far altro che arricchire un’artista.

Condividi sui social
Continua a leggere

News

Psycho Red sperimenta con “Maschine / Still Pushin’”: il rap incontra una produzione fuori dagli schemi

Pubblicato

il

Due produzioni, due strofe e un unico singolo. Psycho Red sceglie una struttura insolita per “Maschine / Still Pushin’”, il nuovo brano che introduce un elemento inedito nella sua discografia: la produzione musicale curata direttamente dall’artista.

Il rapper, originario di Rieti e attualmente residente in Germania, è attivo dal 2016 e ha sviluppato nel corso degli anni un repertorio legato al rap e alle sue contaminazioni contemporanee. Con questa pubblicazione propone una soluzione compositiva che si distingue dalla struttura più convenzionale del singolo, suddividendo il brano in due sezioni caratterizzate da beat differenti.

“Maschine / Still Pushin’” non si limita quindi a un semplice cambio di ritmo, ma sviluppa due momenti musicali all’interno della stessa traccia. La seconda parte introduce una variazione nella costruzione sonora senza allontanarsi completamente dall’atmosfera iniziale. A collegare le due sezioni rimangono le sonorità trap e l’impostazione rap che caratterizza l’intero lavoro.

La particolarità di questa uscita riguarda anche il processo di realizzazione. Psycho Red ha infatti assunto per la prima volta il ruolo di producer, curando personalmente la base musicale oltre alla scrittura e all’interpretazione. Un ampliamento delle attività in studio che comprende anche la realizzazione della copertina, concepita direttamente dall’artista.

Per il mix e il master è stato coinvolto DJ Arm, collaboratore già presente nella storia discografica di Psycho Red, al quale è stata affidata la finalizzazione tecnica del brano. Una collaborazione che si inserisce in un progetto caratterizzato da una gestione prevalentemente autonoma delle diverse fasi di lavorazione.

Anche sul piano della comunicazione, l’uscita viene accompagnata da contenuti realizzati direttamente dal rapper, tra reel e materiali destinati principalmente a Instagram e TikTok. Un lavoro che affianca la distribuzione del singolo e ne sostiene la presenza sulle piattaforme digitali.

A differenza di molte pubblicazioni utilizzate come anticipazione di progetti più ampi, “Maschine / Still Pushin’” non è attualmente associato all’annuncio di un nuovo disco. Si tratta di un singolo che trova una propria collocazione nella discografia di Psycho Red e che introduce una modalità di produzione destinata a poter essere sviluppata anche nelle successive pubblicazioni.

A dieci anni dai primi passi nella musica, il rapper aggiunge dunque una nuova competenza al proprio lavoro, scegliendo una traccia dalla struttura particolare per presentare questa evoluzione.

Condividi sui social
Continua a leggere

News

Capstan e Muttofunk riattivano F.U.E.L.: “Space Program 45” porta il rap fuori orbita

Pubblicato

il

Sedici anni dopo il primo capitolo, Capstan e Muttofunk tornano a firmare insieme un disco con “F.U.E.L. 2: Space Program 45”, pubblicato da Vibrarecords / Bootay. Un ritorno che rimette in movimento un progetto nato molto prima del 2010, quando i due artisti veronesi avevano già alle spalle anni di musica condivisa, demo, live e sperimentazioni.

F.U.E.L. — acronimo di Funk Union Editing Loops — è sempre stato un territorio comune, un punto d’incontro tra due identità diverse ma complementari. Da una parte Capstan, rapper e DJ con una forte cultura del digging e del rap; dall’altra Muttofunk, produttore e polistrumentista con un approccio più legato alla composizione, ai synth e alla costruzione del suono. “Space Program 45” nasce proprio nell’incastro tra questi due mondi e restituisce un album che mette il groove al centro senza ridurlo a semplice citazione.

Il nuovo lavoro si muove tra hip hop, funk, G-Funk, West Coast ed elettronica, ma lo fa con una produzione molto più ampia rispetto al primo F.U.E.L. Se allora il campionamento aveva un peso centrale, oggi il suono è costruito in larga parte attraverso strumenti, sintetizzatori, batterie programmate e linee di basso che danno al disco una fisionomia precisa. Il risultato mantiene una matrice profondamente rap, ma evita di rimanere ancorato a una sola epoca o a un unico codice sonoro.

A tenere insieme il progetto c’è anche la scrittura di Capstan, capace di passare con naturalezza da momenti più leggeri ad altri maggiormente osservativi, senza trasformare il disco in una raccolta di brani scollegati. L’album conserva una forte componente ludica, quasi cinematografica, ma sotto la superficie resta sempre riconoscibile uno sguardo sul presente.

Il titolo “Space Program 45” riprende inoltre l’immaginario fantascientifico che aveva già accompagnato il primo F.U.E.L., aggiornandolo attraverso una nuova identità visiva. La copertina firmata da Tommy Verità, costruita attorno a una televisione CRT, prosegue idealmente quel mondo fatto di segnali, trasmissioni, tecnologia e riferimenti retrofuturisti. Un’estetica che acquista ancora più peso nell’edizione fisica, pensata come parte integrante del progetto e non come semplice supporto.

Nel disco compaiono anche DJ Zeta, Sebastiano De Gaspari, Snapcat, Lord One e DJ Maroder, presenze inserite senza snaturare il nucleo centrale del lavoro. Sul fronte tecnico, il mix porta la firma di Manny Mani, mentre il mastering è stato affidato a Bassi Maestro; il pressing del vinile è curato da Mother Tongue Records.

“F.U.E.L. 2: Space Program 45” arriva inoltre dopo anni in cui entrambi hanno continuato a muoversi tra progetti e collaborazioni differenti. Capstan ha lavorato, tra gli altri, con Jack the Smoker, Asher Kuno, Egreen, DJ Zeta e Re-Tko, pubblicando nel 2024 “V-troit” insieme a Dankery Harv dei Frank-N-Dank. Muttofunk ha invece continuato ad attraversare rap, funk, soul ed elettronica, affiancando alla produzione il lavoro da musicista e partecipando anche a North Of Loreto di Bassi Maestro.

Il nuovo F.U.E.L. raccoglie quindi due percorsi cresciuti parallelamente e li riporta dentro uno stesso spazio creativo. Non una riedizione del passato, ma un nuovo capitolo costruito con strumenti, esperienza e prospettive diverse: stesso nome, altra traiettoria.

Condividi sui social
Continua a leggere

Trending

Copyright Honiro.it 2018 | HONIRO SRL - P.iva : 12208631007 - Sede legale : Via del mandrione, 105 - 00181 Roma | Powered by Dam Company