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Gonzalo Baby Boy ci ha raccontato il suo nuovo, jurassico, singolo “Domenica Mattina”
Immagina di svegliarti su una spiaggia: l’acqua è limpida, il sole scalda appena la pelle, tutto sembra perfetto. Eppure, in sottofondo, qualcosa stona. Un dettaglio impercettibile incrina la quiete, lasciando spazio a una sottile inquietudine.
È da questa sensazione ambigua che nasce “Domenica Mattina”, il nuovo singolo di Gonzalo Baby Boy, che gioca con le sonorità caraibiche contaminandole con divagazioni jazz e un’ironia leggera ma tagliente. Il groove è stratificato, tra accenni esotici e un portamento volutamente “jurassico” – termine con cui l’artista ama definire il suo stile fuori dal tempo.
Il brano culla l’ascoltatore in un’atmosfera sospesa, come in quella tipica domenica in cui il mondo sembra fermarsi, ma la mente continua a viaggiare. Abbiamo scambiato due chiacchiere con l’artista siciliano e scoperto nuove cose sulla sua musica e sul suo progetto.

Il tuo nuovo singolo “Domenica Mattina” ci trasporta su una spiaggia suggestiva, con acqua limpida e un sottile senso di inquietudine. Com’è nata questa immagine e qual è il suo significato nel contesto del brano?
“Domenica Mattina” è il residuo di tanti ricordi messi insieme, l’immagine “estiva” che ne viene fuori è solo un possibile ingresso, una delle porte che ho deciso di utilizzare per entrare dentro delle considerazioni veloci ma fulminanti su questioni puramente sentimentali.
Tutto ciò che è limpido e leggero per me è un’ottima fonte di inquietudine.
Descrivi il tuo “portamento jurassico” come uno stile fuori dal tempo: da dove parte questa idea, come si evolve nel tempo e come si concretizza nel sound di del nuovo singolo?
Sono sempre stato una sorta di outsider, uno che parte sempre da lontano, per spostarmi con il corpo e per spostarmi con la parola. A partire da questo strutturale dato di fatto, quasi esistenziale, sto provando a sviluppare un’idea di musica al limite tra ciò che ho sempre ascoltato e quel dato di imprevedibilità che concerne il processo creativo. Lo stile “jurassico” è un gioco tra amici, il principio di una ricerca musicale ancora in evoluzione, interessante pensarla così sapendo che la specie in questione si è completamente estinta… o forse no?
Forse siamo rimasti io e i Dinosaucerz, forse portiamo avanti la nostra musica non per distinguerci ma per estinguerci.
“Domenica Mattina” mescola sonorità caraibiche a divagazioni jazz: come strutturi il lavoro in studio con Dinosaucers e come lavorate per far convivere questi elementi in una stessa traccia?
Frutti ancestrali, così considero le intuizioni dei Dinosaucerz (nella fattispecie il beat di Eramo Nubi, check it!). Il lavoro in studio nasce sempre da una sinergia quasi priva di regole o strutture ben precise, in questo caso volevamo creare un’atmosfera che potesse depistare facilmente un immaginario da “pezzo dell’estate” pur comportandosi da tale, volevamo dare un gusto catchy ma con gusto per l’appunto.
A modo nostro abbiamo lavorato in maniera non scontata, costruendo un suono molto preciso, che non divaga per niente e che trova il collante per le sue diverse modulazioni nel flow e nella metrica delle parole, nel personaggio che le esprime.
Da messaggi in un gruppo WhatsApp a un progetto musicale: vuoi raccontarci questo tuo percorso e dirci chi c’è dietro Gonzalo Baby Boy?
Questo progetto parte dall’amicizia e dalla noia, due punti focali definitivi per dare il via ad un’avventura, qualsiasi essa sia. Questa in particolare ha avuto a che fare con la musica e con un desiderio che probabilmente covavo da anni. Ho sempre condiviso la musica come principio di alleanze e di scoperte, da queste e non solo ne è derivato un senso di aggregazione che oggi, a distanza di molti anni, mi unisce alla mia squadra ovvero i famigerati Dinosaucerz. Ognuno di loro alimenta il progetto in più sfaccettature : Stefano e Marco (aka Condensed Studio) mi sostengono dal punto di vista della logistica, organizzazione e strutturazione del progetto anche grazie alle loro esperienze da grafici. Sono soundboy e owners di etichette indipendenti che negli anni hanno spinto musica emergente di grande qualità. Alessandro aka Zol mi accompagna come art director e lavora con me alla regia dei videoclip, sostiene fortemente l’aspetto creativo e visuale anche lui con grande sapienza dal punto di vista della ricerca musicale, e infine ma non di certo per importanza Gaetano aka Eramo Nubi, Giacomo aka Sleaf e Fabrizio aka Breez sono i producer, musicisti che muovono le fila della vera vibe jurassica. Singolarmente hanno già progetti personali meravigliosi e mettono a servizio del Gonzalo il loro estro, per regalarmi suoni inaspettati che io cerco di rispettare e abitare con grande goduria.
Infine veramente, ci sono io, Sebastiano, attore siciliano con la testardaggine di non voler essere mai un’unica e sola entità, partito da qualche rec su WathasApp per poi credere veramente di poter fare musica, per il bello di farla, perchè infondo è come il teatro per me: una maschera per stare veramente nel mondo.

“Domenica Mattina” sarà inserito nel tuo prossimo EP, di cui ancora non si conosce il nome o la data di uscita, per “misteriosi motivi”. Davvero non ci puoi anticipare nulla?
Il prossimo EP sarebbe anche il primo ufficiale dopo mixtape, summer pack, singoli e un po’ di freestyle. Quello che verrà sarà un primo compendio di un viaggio nel suono, articolato negli ultimi tre anni, frutto di residenze sparse per i meandri della Sicilia, dal mare all’entroterra. Il concept è un pò come quello di “Domenica Mattina”, un intreccio di sonorità che mi e ci divertono, dal boom bap rap alla trap, dal soul all’afrobeat, alle influenze italo-disco e dream-pop.
Sembrerà un’accozzaglia di roba ma a me piace pensarlo come un “pastiche” che in realtà mi orienta nella varietà di ciò che mi diverte surfare. Il titolo e la data dell’EP non lo dichiaro, vi lascio nel mistero o nel dubbio o nel nulla, d’altronde così è la vita.
Sarà forse come un’opera prima, un primo lungometraggio, o forse sarà che non ho idea e come sempre tergiverso.
Ai prossimi estinti l’ardua sentenza.
Baci jurassici!
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Psycho Red sperimenta con “Maschine / Still Pushin’”: il rap incontra una produzione fuori dagli schemi
Due produzioni, due strofe e un unico singolo. Psycho Red sceglie una struttura insolita per “Maschine / Still Pushin’”, il nuovo brano che introduce un elemento inedito nella sua discografia: la produzione musicale curata direttamente dall’artista.
Il rapper, originario di Rieti e attualmente residente in Germania, è attivo dal 2016 e ha sviluppato nel corso degli anni un repertorio legato al rap e alle sue contaminazioni contemporanee. Con questa pubblicazione propone una soluzione compositiva che si distingue dalla struttura più convenzionale del singolo, suddividendo il brano in due sezioni caratterizzate da beat differenti.
“Maschine / Still Pushin’” non si limita quindi a un semplice cambio di ritmo, ma sviluppa due momenti musicali all’interno della stessa traccia. La seconda parte introduce una variazione nella costruzione sonora senza allontanarsi completamente dall’atmosfera iniziale. A collegare le due sezioni rimangono le sonorità trap e l’impostazione rap che caratterizza l’intero lavoro.
La particolarità di questa uscita riguarda anche il processo di realizzazione. Psycho Red ha infatti assunto per la prima volta il ruolo di producer, curando personalmente la base musicale oltre alla scrittura e all’interpretazione. Un ampliamento delle attività in studio che comprende anche la realizzazione della copertina, concepita direttamente dall’artista.
Per il mix e il master è stato coinvolto DJ Arm, collaboratore già presente nella storia discografica di Psycho Red, al quale è stata affidata la finalizzazione tecnica del brano. Una collaborazione che si inserisce in un progetto caratterizzato da una gestione prevalentemente autonoma delle diverse fasi di lavorazione.
Anche sul piano della comunicazione, l’uscita viene accompagnata da contenuti realizzati direttamente dal rapper, tra reel e materiali destinati principalmente a Instagram e TikTok. Un lavoro che affianca la distribuzione del singolo e ne sostiene la presenza sulle piattaforme digitali.
A differenza di molte pubblicazioni utilizzate come anticipazione di progetti più ampi, “Maschine / Still Pushin’” non è attualmente associato all’annuncio di un nuovo disco. Si tratta di un singolo che trova una propria collocazione nella discografia di Psycho Red e che introduce una modalità di produzione destinata a poter essere sviluppata anche nelle successive pubblicazioni.
A dieci anni dai primi passi nella musica, il rapper aggiunge dunque una nuova competenza al proprio lavoro, scegliendo una traccia dalla struttura particolare per presentare questa evoluzione.
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Capstan e Muttofunk riattivano F.U.E.L.: “Space Program 45” porta il rap fuori orbita
Sedici anni dopo il primo capitolo, Capstan e Muttofunk tornano a firmare insieme un disco con “F.U.E.L. 2: Space Program 45”, pubblicato da Vibrarecords / Bootay. Un ritorno che rimette in movimento un progetto nato molto prima del 2010, quando i due artisti veronesi avevano già alle spalle anni di musica condivisa, demo, live e sperimentazioni.
F.U.E.L. — acronimo di Funk Union Editing Loops — è sempre stato un territorio comune, un punto d’incontro tra due identità diverse ma complementari. Da una parte Capstan, rapper e DJ con una forte cultura del digging e del rap; dall’altra Muttofunk, produttore e polistrumentista con un approccio più legato alla composizione, ai synth e alla costruzione del suono. “Space Program 45” nasce proprio nell’incastro tra questi due mondi e restituisce un album che mette il groove al centro senza ridurlo a semplice citazione.
Il nuovo lavoro si muove tra hip hop, funk, G-Funk, West Coast ed elettronica, ma lo fa con una produzione molto più ampia rispetto al primo F.U.E.L. Se allora il campionamento aveva un peso centrale, oggi il suono è costruito in larga parte attraverso strumenti, sintetizzatori, batterie programmate e linee di basso che danno al disco una fisionomia precisa. Il risultato mantiene una matrice profondamente rap, ma evita di rimanere ancorato a una sola epoca o a un unico codice sonoro.
A tenere insieme il progetto c’è anche la scrittura di Capstan, capace di passare con naturalezza da momenti più leggeri ad altri maggiormente osservativi, senza trasformare il disco in una raccolta di brani scollegati. L’album conserva una forte componente ludica, quasi cinematografica, ma sotto la superficie resta sempre riconoscibile uno sguardo sul presente.
Il titolo “Space Program 45” riprende inoltre l’immaginario fantascientifico che aveva già accompagnato il primo F.U.E.L., aggiornandolo attraverso una nuova identità visiva. La copertina firmata da Tommy Verità, costruita attorno a una televisione CRT, prosegue idealmente quel mondo fatto di segnali, trasmissioni, tecnologia e riferimenti retrofuturisti. Un’estetica che acquista ancora più peso nell’edizione fisica, pensata come parte integrante del progetto e non come semplice supporto.
Nel disco compaiono anche DJ Zeta, Sebastiano De Gaspari, Snapcat, Lord One e DJ Maroder, presenze inserite senza snaturare il nucleo centrale del lavoro. Sul fronte tecnico, il mix porta la firma di Manny Mani, mentre il mastering è stato affidato a Bassi Maestro; il pressing del vinile è curato da Mother Tongue Records.
“F.U.E.L. 2: Space Program 45” arriva inoltre dopo anni in cui entrambi hanno continuato a muoversi tra progetti e collaborazioni differenti. Capstan ha lavorato, tra gli altri, con Jack the Smoker, Asher Kuno, Egreen, DJ Zeta e Re-Tko, pubblicando nel 2024 “V-troit” insieme a Dankery Harv dei Frank-N-Dank. Muttofunk ha invece continuato ad attraversare rap, funk, soul ed elettronica, affiancando alla produzione il lavoro da musicista e partecipando anche a North Of Loreto di Bassi Maestro.
Il nuovo F.U.E.L. raccoglie quindi due percorsi cresciuti parallelamente e li riporta dentro uno stesso spazio creativo. Non una riedizione del passato, ma un nuovo capitolo costruito con strumenti, esperienza e prospettive diverse: stesso nome, altra traiettoria.
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Naesh: «Il rap deve essere autentico, senza costruirsi un personaggio». L’intervista su “N”
Dopo alcuni anni di distanza dalla musica, Naesh riprende il proprio percorso con “N”, il nuovo album interamente prodotto da RameBiz. Un progetto che nasce da un’esigenza personale, lontano dalle strategie e dalla necessità di inseguire le tendenze, e che mette insieme scrittura introspettiva, ego trip e una visione dell’hip hop maturata attraverso vent’anni di esperienze.
Dalla collaborazione con un amico di lunga data al rapporto con la propria identità artistica, passando per il valore della credibilità e la libertà di muoversi tra linguaggi differenti, Naesh racconta la genesi del disco e il significato che la musica continua ad avere nella sua vita.
“N” arriva dopo un periodo in cui avevi seriamente pensato di chiudere con la musica. Quando hai ricominciato a scrivere, hai ritrovato immediatamente il Naesh di prima oppure hai dovuto conoscere una versione diversa di te stesso?
Credo che a spingermi a ricominciare sia stata soprattutto l’esigenza di raccontare storie nuove. Negli ultimi anni ho ascoltato prevalentemente rap classico e ad un certo punto ho sentito che quella fosse la forma più adatta per esprimere quello che avevo in mente. Rispetto alla trap, mi dava maggiori possibilità di sviluppare certi temi e raccontare determinate esperienze con una maturità diversa, senza rinunciare al mio modo di scrivere. Con “N” non ho cercato di recuperare il passato né di dimostrare qualcosa a qualcuno. Ho semplicemente ricominciato a fare quello che mi piaceva, partendo da quello che sono oggi.
Nel disco convivono due anime: una più riflessiva e una che lascia spazio all’ego e alla competizione. Quanto è importante, per te, non dover scegliere tra il raccontare le proprie fragilità e il mostrare sicurezza al microfono?
La cosa che mi ha fatto innamorare del rap è proprio la sua capacità di affrontare praticamente qualsiasi argomento e di farlo attraverso linguaggi e attitudini anche molto diversi tra loro. Non sono mai stato un ascoltatore legato ad un’unica forma di rap: mi è sempre piaciuto esplorarlo a 360 gradi, dal racconto più introspettivo e conscious fino alla competizione, al puro esercizio di stile, alla ricerca della reference che possa creare un certo tipo di immaginario e alla punchline potente. Per me non c’è nessuna contraddizione tra queste due anime. Anzi, credo che la ricchezza del rap stia proprio nella possibilità di passare da una dimensione all’altra senza perdere la propria identità. Con “N” ho voluto concedermi questa libertà, senza impormi limiti e senza sentirmi obbligato a scegliere un’unica direzione. La sicurezza al microfono fa parte di quello che sei così come le tue fragilità. L’importante è che entrambe le dimensioni siano sincere e che ci sia una ragione per esprimerle.
Hai raccontato di aver costruito questo album con RameBiz mettendo il vostro rapporto umano davanti a tutto. Quanto cambia il risultato creativo quando lavori con qualcuno che conosce la tua storia anche fuori dallo studio?
Con RameBiz ci sono cresciuto. Siamo amici da tanti anni e non potrei chiedere di meglio a livello di produzioni, perché ci capiamo al volo e condividiamo una visione musicale molto simile. Questo non significa che siamo sempre d’accordo, anzi, spesso nascono discussioni, ma credo che il confronto sia fondamentale per arrivare ad un risultato che soddisfi entrambi. Faccio fatica ad immaginare di realizzare un album affidandomi ad un produttore distante o semplicemente acquistando dei beats. Sono ancora un inguaribile romantico: credo nel concept album e penso che il tappeto sonoro debba essere omogeneo e coerente con ciò che si vuole raccontare. Per “N” abbiamo lavorato insieme ad ogni produzione, costruendo il disco passo dopo passo. Credo che questo abbia dato al progetto una forte identità e, allo stesso tempo, ci abbia uniti ancora di più.
Si parla spesso della musica come di qualcosa che aiuta a elaborare le esperienze. Nel tuo caso, scrivere “N” ti ha permesso di comprendere meglio alcuni momenti della tua vita oppure è stato soprattutto un modo per raccontarli?
Ho cominciato a fare rap per un’esigenza personale e ogni pezzo che ho scritto ha sempre avuto un significato preciso. Alcuni brani nascono semplicemente dal piacere di fare rap e dalla voglia di mettermi alla prova, altri invece hanno una dimensione più intima. In “N” c’è un pezzo che è stato un vero e proprio sfogo: avevo bisogno di esternare determinate cose e scriverle mi ha aiutato a buttarle fuori. I brani più introspettivi sono anche una sorta di promemoria delle esperienze che ho vissuto e delle lezioni, a volte molto dure, che ho imparato. Inciderle su un beat mi ha permesso di esorcizzarle e di dare loro una forma. Più che trovare tutte le risposte, la musica mi ha dato un modo per raccontarle e, in qualche misura, fare pace con esse.
Hai scelto una sola lettera per rappresentare un intero disco. In un’epoca in cui gli artisti tendono a spiegare e mostrare continuamente tutto di sé, quanto conta per te lasciare qualcosa all’interpretazione di chi ascolta?
Per me è fondamentale lasciare spazio all’interpretazione di chi ascolta. Quando pubblichi un disco, smette di essere soltanto tuo e diventa anche di chi lo ascolta, che lo rielabora attraverso le proprie esperienze. Non credo che un autore debba sentire il bisogno di spiegare continuamente ciò che scrive: deve riuscire a comunicare attraverso la propria musica. Personalmente, cerco di sapere il meno possibile degli artisti che ascolto, perché non voglio che la loro personalità influenzi il mio giudizio sulla musica. Credo che l’opera debba poter vivere indipendentemente dal suo autore, e mi piace pensare che “N” possa assumere significati diversi a seconda di chi lo ascolta.
In brani come “Vita lenta”, “Re Carlo” e “California” emergono già titoli che suggeriscono immaginari differenti. Come scegli quali aspetti della tua personalità trasformare in canzoni e quali, invece, tenere per te?
Credo che nei miei lavori ci siano tutte le sfaccettature della mia personalità. Sono una persona profonda e malinconica, ma allo stesso tempo amo la leggerezza, ridere e far divertire. Non vedo queste dimensioni come contraddittorie: fanno tutte parte di me e non voglio rinunciare a nessuna di esse quando faccio musica. L’unico limite che mi pongo riguarda le cose che potrebbero ferire inutilmente qualcuno. Non amo fare nomi e cognomi e difficilmente farei un dissing: preferisco raccontare situazioni attraverso il mio punto di vista, senza trasformare una canzone in un attacco personale.
Se pensi alle persone che ti ascoltavano nei primi anni della tua carriera e a quelle che potrebbero scoprirti oggi, quale parte di Naesh vorresti che entrambe riuscissero a riconoscere?
Mi piacerebbe che il filo conduttore di tutti i miei lavori fosse la credibilità, l’autenticità. Ho sempre preso molto sul serio il “keep it real”, che per me significa essere coerente con quello che sono, senza costruirmi un personaggio per piacere agli altri o inseguire le tendenze del momento.
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