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”Il silenzio è stato l’anima pulsante”, il racconto del nuovo album di Casadilego

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Un dialogo aperto e una conversazione genuina, spontanea, come le parole e la musica di Casadilego, che non racconta solo il processo di realizzazione di un album dove c’è ”tutto di lei”, ma anche quel rapporto delicato quanto fondamentale con il silenzio come conforto, con il tempo non da rincorrere, ma da ascoltare, da coltivare.

CASADILEGO – SILENZIO (TUTTO DI ME)


Che ruolo ha il silenzio nella tua vita e nella realizzazione di questo nuovo progetto?

Nel progetto il silenzio è stato l’anima pulsante. Senza di esso, il disco non sarebbe mai nato; e se non gli avessi dato la possibilità di esprimersi, mi sarei arresa molto prima. Anche nella mia vita lo ha sempre avuto. Il mio primissimo insegnante di pianoforte, ad esempio, mi diceva sempre di non dire le cose prima di farle. Me lo permetteva solo dopo che le avessi fatte. Non potevo dirgli: ”settimana prossima studierò questo passaggio così”, ecc. Mi rispondeva sempre: ”Non lo voglio sapere, lo voglio soltanto sentire!”. Questo aspetto mi ha accompagnato un po’ per tutta la vita.

Un elemento che emerge fortemente e che trovo sia il punto di forza del disco e in generale della tua musica è il legame poetico, intenso quanto delicato, con il tempo; non quello che scorre inesorabile e che ci vuole ‘’cultori della prestazione’’, ma quello che ci permette di crescere e di essere ciò che siamo, dare spazio alle emozioni, alle loro sfumature. Una musica che conforta e lascia respirare e che mi è piaciuta particolarmente. Trovi ci sia una sorta di antidoto o ‘’rimedio’’ a questo agghiacciante mondo del ‘’fare tutto e subito’’? Secondo te come si evita l’autodistruzione?

Intanto ti ringrazio moltissimo e in qualche modo ti sei risposto un po’ da solo nella domanda stessa. Il prestazionismo è la morte dell’arte e questa cosa la possiamo dire ad alta voce e con coraggio. Tutto quello che diventa un prodotto, che deve essere finito e che lo rende automaticamente intrattenimento, non è più arte. Questo cosa ovviamente danneggia tutti gli artisti. Magari non danneggia gli imprenditori, anzi. Ecco, io penso che sia importante la differenza tra un imprenditore e un artista e non demonizzare nessuna di queste cifre. Nel momento in cui accettiamo quello che siamo, e ci comportiamo di conseguenza, io credo le cose siano più belle e più felici per tutti, più semplici. Nel caso dell’artista, più che felice, la conseguenza è di essere libero; che deve avere anche la libertà di soffrire a modo suo.

Guardandoti intorno, credi che le persone si stiano accorgendo che sta andando tutto ‘’troppo velocemente’’ e che si sta arrivando forse ad un punto di rottura?

Sicuramente per capire davvero se questa cosa sta cambiando oppure no, dentro e fuori ognuno di noi, dovrei entrare nei loro cuori, però c’è una differenza, soprattutto fuori dall’Italia, ma anche in Italia, di produzione artistica. Ci sono dei prodotti – e mi dispiace chiamarli prodotti – di qualità estremamente maggiore, anche per le celebrities, che sono state sfruttare fino alla morte e che si stanno prendendo il loro spazio e il loro tempo per la musica sincera. E credo che in qualche modo stia diventando una priorità sempre per più persone. Dobbiamo arrivare ancora ai piani alti, però nei piani bassi qualcosa si sta smuovendo. Forse anche un po’ nei piani alti, viste, ad esempio, le persone incredibili con cui lavoro io.

Le sonorità e la ricerca musicale sono genuine proprio come il lavoro degli artigiani. Ti andrebbe di raccontare il processo creativo, dei musicisti con cui hai collaborato?

Ti posso raccontare una delle cose di cui sono più fiera di questo progetto, ovvero la collettività, il lavorare a dieci mani e cinque menti, ognuno con la libertà di mettersi in studio e suonare la canzone, proprio perché abbiamo avuto un faro, Dani Castelar, il produttore del disco, che si comporta come si comportava Socrate con il pensiero. Ha tirato fuori il meglio di noi, oltre ai suoi ”colpi di testa” che sono delle piccole intuizioni geniali. Lui è una sorta di ostetrica che ci ha fatto partorire dei bambini sani e ci ha portato ad un qualcosa di collettivo. Il colore di questo disco è dei musicisti che hanno suonato; la loro idea di questa musica. Il suono della chitarra è fondamentale, tutti i synth scandiscono questo progetto. Ogni cosa è fatta a mano ed è frutto del nostro pensiero.

In Alberi dici: ‘’Ci sono strade piene di buche, ma sono case per gli alberi’’. E’ come se nel racconto vivessi delle rivelazioni, capissi che le cose che stanno attorno non sono come te le hanno raccontate. Anzi, c’è una sorta di rinascita interiore. Quando ti sei accorta che ‘’oltre le buche’’ ci fosse altro?

In realtà è successo ironicamente e non in maniera figurativa: stavamo andando in uno studio di amici a fare musica libera in un periodo in cui non mi era concesso. Lo studio era una baracca di legno in mezzo ad una campagna: una strumentazione vintage pazzesca, pianoforte a coda, ecc, una sorta di Bungalow. Per arrivarci c’è una strada piena di curve e piena di buche. Mentre salivamo, mi veniva da dire ”quando metteranno a posto queste buche?”. Ma, concentrandomi, queste buche erano il solco delle radici dei nostri meravigliosi alberi, e che, quindi, per metterli a posto avremmo dovuto tagliarli. Subito dopo mi sono resa conto di avere bugie che mi stavano trapanando la testa.

In che cosa ti vedi cambiata e che vorresti lasciare a chi ti ascolta?

Sicuramente sono successe tante cose nella mia vita ed esperienze musicali che mi hanno cambiata sotto certi punti di vista. Ci sono state delle aggiunte importanti e sicuramente ho delle esperienze in più. Sarebbe erroneo prendermi meriti di quello che sto per dire, perché è successo tutto con l’incontro con le persone di OTR che mi hanno permesso di sentirmi libera. Il mio pensiero è sempre stato di libertà assoluta, ma prima non lo avevo. Nonostante non sia solo merito mio, la cosa più importante e quello che vorrei arrivasse alle persone è che ci possiamo connettere con questo spirito di verità; che tutto quello che io canto assuma il proprio significato nelle loro orecchie e nei loro cuori.

BIOGRAFIA

Elisa Coclite, in arte Casadilego, nasce a Teramo nel 2003. Una formazione musicale che inizia sin dall’infanzia, incentrata sulla musica classica e corale attraverso il pianoforte.

Ha incantato giudici e pubblico della 14^ edizione di X Factor Italia, vincendola. Ha collezionato una serie di esperienze artistiche che ne confermano il calibro: duetta con Ed Sheeran, porta la sua musica dal vivo in apertura ad artisti come Carmen Consoli, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Ben Harper, Asaf Avidan.

Ha sperimentato il linguaggio cinematografico come protagonista nel film di Fabio Mollo “My Soul Summer” ed è stata scelta da Valter Malasti come co-protagonista della versione italiana di “Lazarus”, opera rock di David Bowie che nel 2023 ha registrato più di cinquanta recite, al fianco di Manuel Agnelli e Michela Lucenti.

Polistrumentista e interprete sopraffina, una voce e un carisma che rappresentano un unicum nell’attuale panorama musicale italiano.

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Onyx live al Pistoia Urban Festival (PUF): musica, writing e cultura urban il 13 giugno

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Sabato 13 giugno 2026, dalle 11:00 alle 02:00, il Parco di Monteoliveto a Pistoia si trasformerà in un punto di convergenza per tutte le anime della cultura urban con la nuova edizione del PUF – Pistoia Urban Festival. Ingresso gratuito e una visione precisa: costruire uno spazio reale dove musica, writing, sport e comunità possano convivere senza compromessi.

Organizzato dall’associazione culturale Art in the Park, realtà attiva sul territorio dal 2020, il festival entra ufficialmente in una nuova fase. A guidarlo è Gianluca Reni, in arte Pinzi, tatuatore e presidente dell’associazione, che negli anni ha sviluppato un progetto capace di crescere in modo organico, mantenendo sempre un legame diretto con la strada e con chi la vive. Il passaggio al nome PUF – Pistoia Urban Festival non è solo un rebranding, ma la definizione chiara di un’identità più ampia, più riconoscibile, più ambiziosa.

Una giornata intera pensata per chi la cultura urban la crea, la pratica e la attraversa ogni giorno.

Onyx (USA) live: energia hardcore e connessione tra generazioni

A segnare questa nuova fase è la presenza degli ONYX, storico gruppo hardcore hip hop statunitense e nome simbolo di un’attitudine che ha attraversato decenni senza perdere impatto. La loro musica, diretta e senza filtri, ha contribuito a definire un immaginario preciso, fatto di energia, identità e appartenenza.

Portare gli Onyx a Pistoia significa creare un collegamento concreto tra la scena internazionale e il contesto locale, mettendo sullo stesso piano radici e presente. Non è solo un live, ma un momento di connessione culturale che parla a più generazioni.

Ad aprire il palco saranno Clickhead + Lvnar due artisti che rappresentano una nuova sensibilità sonora e visiva, capaci di inserirsi in un contesto come PUF mantenendo un linguaggio contemporaneo e personale. Due percorsi diversi, un’unica direzione: portare sul palco qualcosa di autentico, senza filtri. La musica, in questo contesto, diventa uno dei tanti linguaggi attraverso cui il festival prende forma.

Le attività del festival: writing, battle e cultura in movimento

PUF è costruito come un ecosistema urbano a 360 gradi, dove ogni area racconta un pezzo preciso della cultura. Dall’area dedicata al writing, fino alla skate area, passando per il torneo di streetball 1vs1, la breaking battle 1vs1 e il freestyle contest, il festival si muove tra discipline diverse mantenendo un’unica linea: espressione libera e confronto diretto.

Accanto a queste attività, spazio anche allo streetwear & market, pensato come punto di incontro tra creativi, brand e pubblico, in un dialogo continuo tra estetica e identità.

Il programma dettagliato di ogni singola area – dal writing alle battle – verrà svelato progressivamente. Per partecipare alle attività, ricevere informazioni o entrare in contatto con l’organizzazione è possibile scrivere via email ( Info.artintheparkevents@gmail.com ) e seguire la pagina Instagram ufficiale di Art in the Park, dove verranno pubblicati tutti gli aggiornamenti e le call dedicate.

PUF non è solo un festival. È uno spazio vivo, in continua evoluzione. È cultura.

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Il Contagio: identità, consapevolezza e “Un Metro e un Nigiri” fuori dalle logiche del mercato

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Il Contagio torna con “Un Metro e un Nigiri”, un singolo che segna un momento preciso del suo percorso: meno rincorsa, più identità. Un brano che nasce da un’esigenza personale prima ancora che artistica, e che porta dentro riferimenti concreti, vissuti, radici. Lecco non è solo uno sfondo, ma una presenza attiva, quasi un motore creativo che negli ultimi tempi ha contribuito a rimettere tutto al suo posto.

Dopo oltre vent’anni dentro l’hip hop, il suo approccio è cambiato: via l’ossessione dell’arrivare, dentro la volontà di fare musica per ciò che è, senza adattarsi alle dinamiche del mercato. Una direzione lucida, consapevole, che oggi si traduce in una serie di singoli costruiti con BM Records e destinati a diventare qualcosa di più ampio.

In questa intervista ci racconta cosa c’è dietro “Un Metro e un Nigiri”, il rapporto con la sua città, le disillusioni della scena e la visione che sta costruendo passo dopo passo.

  1. Con questo nuovo singolo sembri puntare su immediatezza e identità: è una fase precisa del tuo percorso?

“Un Metro e Un Nigiri” è un pezzo identitario, si, in quanto è pieno di riferimenti al mio contesto di vita. Potete trovare tracce della mia cara LC sia nella canzone che nel video realizzato da S Production. Non è il primo brano in cui emerge la mia appartenenza a Lecco, ma questa componente è in crescita nell’ultimo periodo: la mia città mi ha dato tanto nell’ultimo periodo, aiutandomi a riprendermi da un brutto periodo e a ricentrarmi. Ho trovato le energie dentro di me, certo, ma l’ho fatto con lo sguardo al lago, alle montagne, allo stadio, ai pub, allo studio di registrazione. Quando un essere umano è grato a qualche cosa, è normale che decida di inserirla nella propria arte.

  1. Come nasce la collaborazione con Bolas e cosa ha portato al suono di questo pezzo?

Bolas è un giovanissimo produttore e compositore della mia zona. L’ho conosciuto anni fa, quando mi ospitò un paio di volte in un programma radiofonico che conduceva; fu una bellissima esperienza. Da lì abbiamo iniziato a parlare di musica… e noi due parliamo davvero tanto! Mi ha proposto di poter mettere la voce su una delle sue produzioni, e questa è quella che ho preferito. Adoro il groove di quel basso! Inoltre, Bolas è uno dei due membri di S Production, che ha realizzato il video che potete trovare sui social networks.

  1. Stai lavorando a una serie di singoli con BM Records: c’è una strategia dietro questa continuità?

Si, decisamente: l’intento mio e di Masta Five è quello di creare in futuro una raccolta di tutte queste canzoni, uno spaccato del periodo che sto vivendo e mettendo in rima. Mi piace l’idea di una raccolta, è una dimensione inedita per me.

Per ora sono uscite: “Lei, Lui, Loro, Noi”, “La Giusta Distanza”, “Dopo Il Sereno”, “Tagliaecucidisinapsi”. Con “Un Metro e Un Nigiri” siamo a 5, e in arrivo ci sono altre chicche firmate Il Contagio!

  1. Dopo tanti anni nella scena, cos’è cambiato nel tuo approccio alla musica e al pubblico?

20 anni tondi tondi nell’hip hop… e si, i cambiamenti ci sono stati, eccome! Ad esempio, c’è stato un momento in cui volevo sfondare, emergere. Idea quantomeno bizzarra nell’hip hop underground, tanto che l’ho fatta a piccoli pezzi e l’ho riposta nell’apposito cassonetto. A ciò ho sostitutito la volontà di spaccare, di fare musica bella, per il gusto di farla, senza una finalità ulteriore. “Art for art’s sake”. Un altro esempio è la volontà passata di arrivare a tutti: ora so che la mia musica è destinata a un determinato pubblico, a determinati ascoltatori. Preferisco ricevere il consenso di chi stimo nell’hip hop, piuttosto che “bravo” da chi ha appena finito di ascoltare Sal Da Vinci.

In generale, il cambiamento, l’evoluzione del mio approccio alla musica, al pubblico e all’hip hop è sotto questo segno: ho capito da dove vengo, quindi ho capito chi sono, perciò mi è chiaro dove sto andando. E, soprattutto, mi ricordo sempre che sto facendo il rap… in Italia.

  1. Hai mai avuto momenti di disillusione rispetto al mercato o alla scena?

Solo un folle non ne avrebbe. Soprattutto dopo tutto questo tempo. Quando vedo sedicenti paladini dell’hip hop fare un restyling di loro stessi per poter cantare sulla Rai a febbraio… quando mi capitano le storie Instagram di artisti underground che si rivolgono al loro cellulare come se stessero parlando a grandi folle… quando sento gli ex duri e puri fare i props ai peggiori scemi di plastica… si, lo ammetto, vacillo. Se no quando, mi è appena successo, nessuno alza il telefono per mesi per propormi una data… o quando vedo che vengono spinti signori e signore Nessuno, ancora prima che pubblichino una canzone.

Ma poi mi ricordo quanto ti dicevo poco fa rispetto a cosa mi spinge a fare musica. E mi ricordo del ritornello di questo singolo: “lo faccio con la solita passione, anche se il mercato va nell’altra direzione” e via dicendo…!

  1. Guardando avanti, stai costruendo un progetto più ampio o preferisci restare su uscite singole?

C’è l’idea della raccolta, come ti dicevo. Ma è anche vero che questa sfornata di singoli mi sta stimolando: per tanto tempo ho solo lavorato stando nel concetto di album, quindi in questo periodo mi ritrovo a potermi concentrare maggiormente sul dettaglio della singola canzone. E NicoFuzz, che pazientemente mi mixa i brani, sa bene quanto io ami i dettagli!

Non escludo, comunque, di tornare a lavorare a progetti unitari, come l’ep realizzato con Nix l’anno scorso e i miei due album solisti. Collaboro con tanti produttori, ho davvero l’imbarazzo della scelta… e nessuna fretta.

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Centochili riportano il boom bap al centro con The Craft. Intervista

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The Craft non è un disco che nasce per caso. È il risultato di anni messi da parte, beat lasciati lì a maturare e una scelta precisa: fermarsi, chiudere un capitolo e tornare a fare musica nel modo più diretto possibile.

Centochili arrivano da un percorso fatto di dj set, connessioni e cultura vissuta sul campo, ma con questo progetto spostano il focus sulla produzione, riportando tutto all’essenziale. Niente scorciatoie, niente rincorsa ai trend: solo un suono costruito con tempo, identità e visione.

Dentro The Craft c’è una direzione chiara e una rete internazionale che si è creata in modo naturale, partendo dai beat e arrivando alle persone. Un disco che non vuole dimostrare nulla, ma che mette in fila anni di lavoro e li trasforma in qualcosa di concreto.

The Craft è un progetto che arriva dopo anni di lavoro e di pausa. Cosa rappresenta oggi questo disco per voi?

E + S: È la chiusura di un cerchio iniziato anni fa ed allo stesso tempo un nuovo inizio. E’ l’ennesimo percorso fatto insieme, fianco a fianco e come altri prima di questo siamo curiosi di vedere in cosa ci siamo buttati!

Per molto tempo siete stati attivi soprattutto come DJ. Che differenza c’è tra suonare hip hop e produrlo?

E + S: Credo sia come quando si organizza una cena. Quando si è invitati, bisogna portare qualcosa che piaccia in base al tipo di occasione. Quando si ospita, invece, devi accogliere al meglio le persone che hanno accettato il tuo invito. La differenza tra suonare e produrre penso sia proprio questa. In entrambe le situazioni però, lo si fa per la community, per il piacere di condividere e questo è importantissimo.


Il disco nasce da un’idea di EP tra amici e si è trasformato in un album con numerosi featuring internazionali. Quando avete capito che stava diventando qualcosa di più grande?

E: Personalmente, quando Afu-Ra ci ha mandato il suo numero di telefono. xD

S: Oppure, quando sempre Afu-Ra, chiamò Edo a notte fonda per chiedergli come si pronunciava “Centochili”! 🙂

Il primo singolo “Waoh” ha segnato un momento chiave nel progetto. Cosa rende speciale quella traccia per voi?

E + S: È la traccia che ha dato il via a tutto. Senza quella probabilmente il disco non esisterebbe. Ringraziamo Casual e Ice B per aver creduto in noi dall’inizio e per averci dato la carica giusta per concretizzare il lavoro di tanti anni insieme.

Il vostro suono mantiene una forte identità boom bap. Quanto è importante per voi rimanere legati a certe radici sonore?

E + S: Siamo cresciuti con quello. Non è una scelta strategica, è quello che ci rappresenta. Anche volendo, credo faremmo una fatica pazzesca a tentare di emulare o realizzare un sound che non ci identifica.

Nel disco convivono punchline hip hop e tracce più conscious. Quanto è importante per voi mantenere questa doppia dimensione?

E + S: È importante ed automatico. Ci interessa mostrare entrambe le anime dell’hip hop. Fa parte della cultura e vogliamo mantenerla il più autentica possibile.

In che modo lavorate sui beat: partite da un campione, da una batteria o da un’idea di atmosfera?

E + S: Quasi sempre partiamo dall’ascolto di vecchi brani, dall’estrapolazione di suoni ricreandone un sample ed in seguito realizzare tutto il resto. Più che la tecnica, per noi, conta molto l’atmosfera che vogliamo creare ed ottenere per ogni singolo beat.

Dopo The Craft, cosa vi piacerebbe esplorare musicalmente nel prossimo futuro?

E + S: Desideriamo continuare a produrre musica internazionale mantenendo lo stesso approccio e trattamento di questo album, connettendo artisti da tutto il mondo. Vogliamo continuare a rendere omaggio all’hip hop in modo globale restando ciò che siamo sempre stati.

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