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Skema the Rapper torna con “L’Era dei Blame”: distopia, identità e consapevolezza in rima
Dopo aver fatto parlare di sé con Davanti al Mic, Skema the Rapper torna a scuotere le coscienze con un nuovo singolo denso di visione e riflessione: L’Era dei Blame uscito per WattMusik Rap. Un titolo che è già dichiarazione d’intenti, tra l’”incolpare” tipico dell’epoca dei social e un omaggio all’omonimo anime cyberpunk, vero manifesto estetico e concettuale del brano.
Attivo nella scena italiana dal 1998, originario di Taranto e da sempre voce fuori dal coro, Skema incrocia l’urgenza della critica sociale con la profondità della scrittura, restituendo al rap un ruolo di pensiero oltre che di suono. In questo nuovo brano – prodotto da LSV8, suo storico collaboratore – le atmosfere glitch e malinconiche fanno da sfondo a una narrazione lucida e distopica, dove l’uomo rischia di diventare strumento della tecnologia che ha creato.
Abbiamo raggiunto Skema per una chiacchierata intensa e senza filtri, tra Hip Hop, intelligenza artificiale, crisi d’identità collettiva e l’urgenza di essere “non replicabili” in un mondo sempre più standardizzato. Il risultato? Un’intervista che è molto più di una promo: è una chiamata alle armi per chi crede ancora nel potere della parola.
Skema, dopo il successo di “Davanti al Mic”, torni con “L’era dei Blame”. Qual è l’idea centrale dietro questo brano e come si collega al tuo percorso artistico?
Ciao e ben ritrovati. Davanti al mic era un brano di rottura, un gioco di incastri ed aforismi, che davano la descrizione dell’attimo, il flash, l’emozione che si prova nell’essere un emcee alle prese con l’arte del rap e dello storytelling. L’Era dei Blame capovolge di 180 gradi il paradigma. Se Davanti al mic era uno sguardo all’interno di sé stessi, l’era dei Blame è uno sguardo alla società in cui viviamo ed al rapporto che noi abbiamo con la nostra realtà. Il gioco, anzi il giogo che si instaura con la tecnologia che da strumento ci fa diventare strumento. Quale futuro ci riserva il rapporto tra uomo e tecnologia? Quale possibile soluzione all’invadenza dell’intelligenza artificiale? Come esprimerci di fronte ad una tecnica che produce strumenti in grado di fare cose che noi umani non siamo in grado di portare a compimento? Le domande che mi sono posto trovano una sorta di trascrizione in questo pezzo. Mi permetto anche di suggerire qualche soluzione, magari non pratica, ma solo al livello filosofico. L’Era dei Blame è un tentativo di immaginare il rapporto tra Hip Hop e società del futuro; inevitabilmente Cyber.
Nel singolo si parla di tecnologia e alienazione: come vedi oggi il rapporto tra uomo e macchina nella società e nella musica?
Dunque… avendo quasi 43 anni con due figlie il tema mi interroga e mi appassiona da un tot, anche perché cerco di capire in che mondo e con quali sfide si troveranno ad aver a che fare le mie bambine .. pensa che già in un altro mio pezzo del mio lavoro precedente, citavo un saggista la cui opera ‘Da animali a dei’, mi aveva abbastanza colpito, Noah Harari.
Secondo lui, l’automazione e gli algoritmi stanno per rivoluzionare il mondo del lavoro in modo catastrofico, molto maggiore di quanto stiamo già vedendo oggi (e che per i miei gusti è già molto avanti). Nel giro di 20 anni, molti lavori attuali saranno sostituiti da algoritmi che saranno in grado di fare le cose meglio di noi. Volontariamente o meno succederà che cederemo il controllo a questi algoritmi, per il motivo che saranno più efficienti e avranno accesso a tutti i dati. Ci conosceranno meglio di noi stessi e saranno in grado di prendere decisioni migliori per noi. I colossi tecnologici stanno già raccogliendo i nostri dati in cambio di servizi gratuiti, quindi avranno un vantaggio enorme. Queste dinamiche potrebbero creare nel concreto la cosiddetta ‘useless class. Come dice il Danno in una recente intervista, il futuro in declinazione Cyberpunk, che ci eravamo immaginati da piccoli, dove la macchina prevale sull’uomo e sulle masse, è già arrivato e lo guardiamo coi nostri occhi nel quotidiano. Minicomputer che parlano e ragionano, droni telecomandati, arti bionici… tutte cose che avevamo visto nei film di fantascienza ed immaginato da piccoli sono già realtà. Quindi pensa cosa potrà riservarti il futuro, in un mondo in cui, pochissimi (almeno ai miei occhi) si pongono domande sulla destinazione verso cui ci stiamo dirigendo. Su quanto sia sensato conferire indiscriminatamente tue informazioni ad un algoritmo che ti ascolta h24. Su quanto la tecnologia si stia surrogando ai sentimenti ed ai rapporti interpersonali, quanto meno intermediandoli. È necessario discutere temi come l’etica della tecnologia e l’universal basic income (reddito universale di base) per prepararci al futuro e non venirne sorpassati.
Il verso “Mi getto col parapendio pur d’essere un essere non replicabile” è molto potente. Cosa significa per te l’idea di “essere non replicabile” in un mondo sempre più omologato?
Credo che, almeno per il momento le macchine e gli algoritmi, possano emulare solo determinati comportamenti umani. In genere si tratta di replicare degli schemi (scusa il gioco di parole) già conosciuti. Ad oggi non ho ancora – per fortuna – visto un algoritmo operare sotto spinta di una pulsione creativa. La fantasia, in effetti, non è ancora nel menù delle funzioni replicabili. Spero ancora che i prossimi Klimt, Magritte, Ligabue… ma anche Curtis Mayfield, Clyde Stubblefield o Miles Davis restino esclusiva dell’umanità. Se ripenso ai primi anni in cui mi immergevo nell’ Hip Hop, ricordo quanto fosse fondamentale distinguersi, essere autentici, unici e non la copia di qualcun’altro. Al contrario di oggi, dove mi sembra che l’obiettivo del mainstream sia ricalcare cliché già visti coi relativi surrogati di fac-simile americani, questa cultura è sempre stata segnata dal recupero del rapporto con il proprio io autentico. RZA del Wu-Tang Clan, in un suo libro, ripercorre questo processo che lui stesso ha attraversato, abbandonando il layout discografico che gli era stato imposto dalla label, guardandosi dentro dandosi un nome, che rappresentasse chi era lui veramente. Nel futuro che ci attende, questa pratica potrebbe essere una vera ancora di salvezza; essere un individuo non replicabile da una macchina, in una società che tende sempre più all’omologazione, alla replica di pattern preconfezionati. Pensa, ad esempio, al Faida Clan .. cerchiamo di essere un piccolo manipolo di ‘terroristi’ – nel senso musicale del termine, sia chiaro- che in un panorama sonoro che punta e obbliga all’odierno ed al contemporaneo anzi, all’immediato, ripropone musica con un flavor che pesca dalle antiche radici, e che cerca -addirittura- di portare dei contenuti.
Hai citato l’anime cyberpunk “Blame!” come ispirazione. Cosa ti ha colpito di questa opera e come l’hai trasposta nella tua musica?
Questo brano l’ho scritto in periodo post pandemia. Era un momento in cui si usciva in modo graduale dal periodo delle zone rosse, arancioni ecc, e però in cui iniziavo a vedere tante contraddizioni. Si diceva che saremmo tornati alla normalità, ma gli approcci erano mutati irreversibilmente. Si diceva che ‘ne usciremo migliori!’ ma io già iniziavo ad intravedere tutti i limiti e le contraddizioni insite nella nostra società. E quale miglior paragone potevo trovare? Blame esplora temi come la tecnologia avanzata, la sopravvivenza in un mondo ostile e la ricerca di identità e scopo. Il protagonista è un cacciatore di virus, alla ricerca di un essere umano che ha un gene che potrebbe permettere di ripristinare la connessione tra gli esseri umani. A me pare molto molto Hip Hop, dal punto di vista filosofico. L’HipHop è il movimento consapevole di un’intera comunità che condivide una diversa visione del mondo, e produce tecniche ed espressioni mutuate dalle abilità primitive dell’uomo, per la sopravvivenza nelle metropoli. Insomma, mi pareva azzeccato!
La produzione di LSV8 mantiene un mood malinconico e glitch, un sound che accompagna perfettamente il tema. Com’è stato lavorare con lui su questo pezzo così sperimentale?
È stato come tornare indietro nel tempo. Lui è uno dei produttori più iconici del rap made in Taranto. Oltre ad essere un amico, lui ha avuto un percorso artistico e musicale diverso dal mio ma sono molti i punti che ci accomunano. Innanzitutto, la stessa attitudine verso la ricerca musicale, che seppur declinata in diversi modi ci ha portati a mantenere intatto il rispetto ed amicizia reciproca.
Le nostre prime collaborazioni risalgono addirittura al 1998. Lui in quegli anni con la sua Crew, i Pacefatta tutti provenienti da un sobborgo della nostra città portarono una ventata di freschezza e veracità nel panorama di quegli anni. Lui in particolare era il più scanzonato e dissacrante del gruppo e questa sua attitudine a rompere le gerarchie, e sfatare un certo ‘talebanisimo’ tipico quegli anni, si è sempre riflettuto anche nel suo rap oltre che nel suo modo di produrre le strumentali. Appena lui ha saputo che avevo ripreso in mano il microfono, ci siamo subito sentiti per provare a buttare giù qualche idea, e nel giro di un paio di settimane mi ha mandato una serie di provini. Il suono originario del beat che avevo scelto aveva già tutta l’essenza del brano, e quindi, trovare ispirazione è stato abbastanza immediato. Successivamente sia il testo che le musiche hanno subito una serie abbastanza rilevante di variazioni e revisioni. La cosa che ho potuto apprezzare di più è il fatto che cambiano le tecnologie, cambiano gli anni, possono anche cambiare gli strumenti e gli stili, ma l’attitudine è rimasta pressoché la medesima di quando abbiamo iniziato entrambi tanti anni fa.
“L’era dei Blame” ha richiesto due anni di lavorazione. Quali sfide hai incontrato durante la creazione di questo brano?
Questo pezzo è stato abbozzato nel settembre del 2023. Inizialmente conteneva anche una terza strofa. Ricordo che quando mi arrivò il bit andai subito a registrare un provino “casalingo”. Il tutto era abbastanza aderente a quello che avevo in testa, ma sentivo che non lo rispecchiava al 100%. Allora abbiamo prodotto un secondo arrangiamento dove, tra l’altro, i suoni di batteria erano presenti soltanto nel ritornello ed oltre a questi il ritornello conteneva solamente il giro di basso, e null’altro. Al contrario, nelle strofe la batteria era completamente assente lasciando spazio a dei suoni più minimali rispetto a quelli della versione odierna ed il rap si adagiava su quel tappeto di suoni senza alcun elemento ritmico. Questa soluzione mi sembrava molto adatta, dava un’aria ancora più distopica e fluttuante.
A un certo punto, ho deciso di eliminare la terza strofa che affrontava temi ancora più cruciali legati al mondo dei sentimenti in relazione con la tecnologia e la realtà odierna, a me piaceva tanto ma sentivo che quella parte era da sviluppare in maniera più ampia e forse meritava un testo tutto suo su un nuovo bit… Chissà forse in futuro tornerò a raccogliere questo punto di partenza per un nuovo pezzo.
Il tutto è rimasto ancora qualche mese a sedimentare, perché non mi convinceva ancora fino in fondo, fino a che non ho deciso di tornare in studio e registrarne la versione definitiva con l’aiuto di Shoot del FAIDA CLAN.
In quel momento preciso ero, tra l’altro, impegnato con una serie di altre uscite per conto del clan, ed alcuni progetti paralleli che spero vedano la luce nel breve, ma ho avuto poi la prontezza di mandare tutto giù ad LSV8, il quale sentita la nuova versione ha deciso di riaprire gli arrangiamenti ed ha messo in campo tutta la sua arte nell’aggiungere le melodie degli archi che aggiungono un velo di tristezza e di immanenza al tutto, ed ha commutato alcuni strumenti e campionamenti per lavorarli ancora un po’. La struttura è stata cambiata nuovamente e nella versione finale la batteria c’è soltanto, viceversa, sulle strofe e non nel ritornello. I casi della vita hanno voluto poi che in quel momento tornassi in contatto con una mia vecchia conoscenza, Cesare Marocco, che ha messo a disposizione tutta la sua bravura per migliorare ancora di più alcune sonorità e farle risuonare esaltandole. A quel punto, ho consegnato il master alla Watt MUSIk che lo ha subito inserito nelle uscite del mese di giugno.
Questo è un pezzo, abbastanza ragionato, che è rimasto “in botte” a raffinare un po’ di tempo, ma sono convinto che il risultato finale valga la fatica ed il tempo spesi su questo progetto.
Come pensi che il rap italiano stia affrontando le tematiche più complesse e distopiche rispetto alla scena internazionale?
Se mi avessi fatto questa domanda anche soltanto qualche mese fa avrei dato una risposta radicalmente diversa. In realtà negli ultimi mesi sto vedendo un ritorno, inaspettatamente anche da parte di molti Big, all’utilizzo della parola come esercizio al meccanismo della comunicazione. E’ un qualcosa del tutto inaspettato anche in considerazione del fatto che, se ci pensi, è un momento di grandi ritorni, accompagnato da un’annata in cui puoi contare una miriade di eventi dal vivo anche di altissimo livello sparsi per tutta la penisola, anche a pochi giorni gli uni dagli altri. Viene da chiedersi quanto tutto questo sia realmente genuino e quanto non sia un tentativo di “fishing” sulla scia di quanto di buono riesce ad emergere nel panorama musicale generalista. Di sicuro la distopìa oggi è nella totale spaccatura, nel contrasto verticale, o ancora meglio, nel progressivo distacco dell’aspetto culturale da quello puramente musicale e tecnico. Se ci pensi l’aspetto culturale era l’aspetto fondamentale che teneva unite le varie modalità di espressione dell’Hip Hop. Nella testa mia e dei miei coetanei è sempre stato del tutto naturale, sentirsi accomunati con il Djing, col Breaking e con tutte le altre manifestazioni dell’Hip Hop.
Io mi sono sempre parte di questa comunità di persone che ha questa visione diversa del mondo, riconoscendo quasi sempre, nell’altro un sistema di valori condiviso, che fosse un rapper, un deejay, un writer non faceva alcuna differenza. In questo momento particolare, invece noto che addirittura ci sono delle nette fratture all’interno di coloro i quali praticano l’arte del rap. Chi riesce ad eccellere ad esempio nel freestyle a volte appare completamente slegato da tutto il resto del discorso culturale che ci sta dietro l’arte dell’improvvisazione tramite il rap.
Poi esiste la solita infinita ambivalenza tra il mainstream e la cultura. Nulla di nuovo per carità, è roba che è in vigore dai tempi di Rapper’s delight, ma temo che oggi la tecnologia abbia giocato un ruolo determinante nello sfilacciamento delle connessioni umane reali. Cerco di darti il quadro. Oggi un artista con un po’ di seguito può arrivare in via immediata a migliaia di suoi fans. E radunarli il tal giorno alla tale ora, senza grossi problemi. Possiamo dire però che le persone radunate siano parte di una comunità di massicci, oppure sono una adunanza di singoli fan dell’artista di turno? a questa domanda non ho ancora trovato una risposta.
Quello che è certo è che invece in sud est asiatico, nelle Filippine, in africa l’HipHop sta esplodendo in modi che sono sempre più interessanti e pervasivi. Probabilmente in quei contesti c’è un aspetto culturale ancora molto forte e vivace.
Cosa ti aspetti dal pubblico con questo singolo? Qual è il messaggio che vuoi che rimanga impresso?
Mi auguro che le mie barre possano arrivare alle coscienze degli ascoltatori. Il ruolo dell’emcee è sempre più necessario dal mio punto di vista. Oggi il rap, e quindi i rapper sono sempre più sotto i riflettori, ed il mondo della musica vive una sorta di ‘astinenza da rap’, in cui diciamocelo, il rap viene inserito anche forzatamente in tutti i contesti, anche quello in cui centra poco o niente. Questo è un difetto tipico del main stream, che fagocita’ tutto il possibile, col solo fine del profitto. Ma può anche diventare un’opportunità. Oggi il mezzo comunicativo del rap (probabilmente il più potente degli ultimi 20 anni) è alla portata di tutti, e risente meno delle etichette negative di anni fa. Oggi puoi comunicare e ha la possibilità di parlare ad un pubblico. Finalmente nel mondo frastagliato che si e’ creato, se sgomiti e ti sbatti, ma soprattutto se hai dei messaggi da trasmettere, c’è la possibilità concreta di crearti un tuo spazio e conquistarti una credibilità. Ed è proprio in questo contesto che trovo la mia dimensione.
Sono Skema the RappeR, sono un Faida Clan e ho cose da dire.

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Quando la festa non è una sorpresa, ma una doccia fredda: ”Ora che siamo grandi”, il quarto disco di Cannella
Quando la festa non è una sorpresa, ma una doccia fredda: Ora che siamo grandi, il quarto disco di Cannella in uscita il 13 febbraio per Honiro Label
Le aspettative degli altri si incrociano spesso con una realtà più cinica, più disorientata, in cui costruire appare un miraggio e crescere diventa una salita non solo tortuosa, ma a tratti difficile da comprendere: la stabilità lavorativa, la famiglia, l’acquisto della prima casa e tanti altri miti dell’età adulta. Ma cosa succede, quando – proprio a trent’anni – si diventa adulti e, all’improvviso, le certezze di sempre si dissolvono tra le responsabilità che diventano ‘’pugni in faccia’’ e il non sentirsi ancora pronti al ‘’mondo dei grandi’’?
Il quarto disco di Cannella è dapprima il diario di Enrico nei tre capitoli più emblematici della sua vita di ventinovenne che diventa trentenne: il sogno nel cassetto che non riesce a chiudersi, ma che muta la sua forma, il rapporto con la figura paterna che vive la delicatezza della malattia e una relazione duratura che, all’apice dei grandi progetti, si sfalda in mille pezzi. Non un manifesto generazionale di un futuro che non si riesce a vedere, nemmeno una semplice confessione o riassunto delle cose che vanno e non vanno nei propri ecosistemi emotivi, ma la libertà di prendere in mano le proprie scelte e vivere il cambiamento come un’opportunità, con quello che ne deriva.
Ora che siamo grandi, c’è solo da vivere.
‘’Ora che siamo grandi’’ è il mio personale racconto di come la direzione di vita cambi durante la crescita. I trent’anni, un momento in cui non siamo né grandi né piccoli, ma le responsabilità che dobbiamo metabolizzare si confrontano con il senso di incertezza che pervade la nostra generazione. Ho visto cambiare il mio rapporto con la musica, i miei riferimenti ribaltarsi, una relazione che aveva come intento costruire un futuro spegnersi di colpo. Forse non si è mai abbastanza ‘’grandi’’.’’ – ci racconta l’artista.
Tracklist:
- Sette
- Glaciale
- Solamente
- Chiamalo destino
- 60Mq
- 9/11 (interludio)
- Tutta a posto
- Qualcosa di forte
- Non sono un mostro
- Bussole
- Grandi
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FUTURO, i consigli della settimana di Honiro – week #32
Il mondo che scorre attorno, ogni forma come ologramma non si riesce a tangere per la troppa velocità e l’urgenza che, ad un certo punto, ferma ogni cosa. Protagonista della cover digitale Lea Gavino.
I TRENI – LEA GAVINO
Le partenze, gli arrivi, il tempo che ci sfugge dalle nostre intenzioni, le responsabilità diventano fermate a cui scendere per poi risalire. Nel durante, il tragitto, il momento d’incontro con i nostri pensieri e sensazioni. Più di un semplice brano: un attestato di crescita e cura di se stessi, del proprio tempo.
CIAO CORE – VENERDI’20
Tendiamo al senso di felicità e, allo stesso tempo, possediamo la consapevolezza del suo essere effimero. Tuttavia, per quanto non sempre duraturo, è salvifico, è uno stimolo al cinismo dilagante di un mondo che spegne man mano. Un inno a non dare e nemmeno chiedere spiegazioni a ciò che scalda l’anima, almeno una volta.
AL SUO RIPOSO, IN LUCE – GAIA BANFI
Il mondo che scorre attorno, ogni forma come ologramma non si riesce a tangere per la troppa velocità e l’urgenza che, ad un certo punto, ferma ogni cosa. Un atto musicale puro, naturale e che richiama alla naturalezza della propria espressione, trovando nel vortice un galleggiante esistenziale.
CHIAMAMI ANCORA LOVE – AURA
Concludere un rapporto lascia sempre ad un bivio: considerare razionalmente la fine o trovare delle possibilità di reiterare l’imminente, godendosi ciò che ci fa sentire vivi. Non c’è un vero rimedio, se non accettare la concretezza di un nuovo possibile inizio, dentro cui, però, conservare le sfumature passate.
MIRABILMENTE CALVO – ELIO GARRELLO
Penna irriverente e sonorità sperimentali fanno da contorno ad un’efficace e dinamica visione delle cose, in cui l’unico modo per irrompere nello schema e decostruirlo, destabilizzarlo, con una cassa in quattro e lo spirito critico, ormai carente oggigiorno. E proprio perché carente, la rivoluzione è necessaria.
DIMMI CHE NON E’ LA FINE – LYSA
La consueta voce sublime e la scrittura poetica descrivono il tortuoso cammino di una fine che si spera non arrivi mai, ma che incombe con fermezza. Il legame che si dissolve si trasforma in dipendenza inconscia, suggestionando emozioni che vorremmo continuamente a provare. E sono proprio quelle a renderci migliori.
SANG – DARIO JACQUE
Nonostante una conclusione, l’amore resta un ricordo sospirato. Questo non è possibile cancellarlo. Si compensa nella distrazione, ma il sentimento è un tratto della nostra storia. Un inno leggero e profondo, allo stesso tempo, alla sincerità di quello che si prova e che può mutare, ma non può essere rimosso.
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Ill Grosso: Roma, fragilità e verità nell’Hip-Hop
Ill Grosso, artista romano da sempre legato a una visione autentica e viscerale dell’Hip-Hop, torna con Messa di Mezzanotte, un progetto che affonda le radici nel vissuto personale e nella necessità di raccontare anche le zone d’ombra. Roma non è solo uno sfondo, ma una presenza costante: nei silenzi, nelle crepe, in quella tensione tra durezza e umanità che attraversa tutto il disco.
In questa intervista per Honiro, Ill Grosso parla apertamente di depressione, fragilità e del ruolo centrale che la musica ha avuto nel tenerlo a galla nei momenti più difficili. Un dialogo diretto, senza pose, che restituisce il senso di un ritorno consapevole e di un rap che non ha paura di mostrarsi vulnerabile senza perdere credibilità.
Messa di Mezzanotte diventa così non solo un disco, ma una testimonianza lucida e necessaria, capace di ricordare perché l’Hip-Hop continua a essere uno strumento potente per raccontare la realtà, soprattutto quando fa male.
- In più passaggi del disco si percepisce un periodo buio. Quanto è stato difficile trasformare la depressione in linguaggio artistico?
Non è stata una passeggiata, lo devo ammettere. La depressione è qualcosa che ti toglie le energie e che ti svuota, mentre fare musica, farla bene e fare il rap quello vero, ti chiede tutto. Trasformare quel buio in linguaggio artistico significa dover guardare in faccia cose che preferiresti ignorare. Non è stato difficile scriverlo, perché le parole venivano fuori da sole come un’emorragia ma è stato difficile viverlo prima di poterlo mettere in rima. È un processo di distillazione: prendi il veleno che hai dentro e cerchi di farne una medicina, o almeno una testimonianza che resti. È ORA DI PIANTARLA DI ACCONTENTARE I MEDIOCRI! - Scrivere e produrre musica è stato, per te, una forma di terapia?
Assolutamente sì. Per me è l’unica terapia che funziona davvero, quella che non trovi in farmacia. Piu che mai a sto giro la musica mi ha salvato. Quando sei lì, piegato davanti al pc a produrre o davanti al microfono a registrare le tue rime, scarichi un peso che altrimenti ti schiaccerebbe. Se non avessi avuto il rap, la mia valvola di sfogo, non so dove sarei finito in questi anni di silenzio. La musica non ti guarisce magicamente, ma ti dà gli strumenti per gestire il dolore, per dargli una forma e, quindi, per poterlo dominare invece di farti dominare. - C’è stato un momento in cui la musica ti ha letteralmente tenuto a galla?
Più di uno. Ci sono stati giorni in cui l’unico motivo per alzarmi dal letto era quel beat che dovevo finire, o quella strofa che non suonava ancora bene. La musica ti impone una disciplina quasi militare, ti dà un obiettivo quando tutto il resto sembra non avere senso. Nei momenti più neri, sapere di avere un progetto da portare a termine è stato il mio salvagente. Senza questo disco, quel periodo buio avrebbe potuto inghiottirmi del tutto. - Pensi che il rap abbia ancora la forza di parlare di fragilità senza perdere credibilità?
La credibilità non è fare il duro a tutti i costi, quello é recitare. Credibilità è essere veri, sempre e comunque, punto. Se sei a pezzi e fai finta di essere un superuomo, sei finto, e la gente se ne accorge. Se sali sul palco e racconti storie non tue, la gente se ne accorge. Il rap ha una forza enorme proprio perché può essere crudo e vulnerabile allo stesso tempo. Parlare delle proprie fragilità richiede molta più forza che fare i soliti pezzi autocelebrativi. Chi mi ascolta da anni sa chi sono: se ti racconto la mia caduta, sono più credibile di chi ti racconta solo di successi che magari non ha neanche. - Quanto è importante oggi raccontare anche il lato vulnerabile dell’essere umano, soprattutto nella cultura hip hop?
È vitale. Oggi l’Hip Hop è diventato troppo spesso una fiera delle vanità, dove tutti devono mostrare di essere i più ricchi, quelli con la catena piu costosa al collo, col Rolex piu pimpato degli altri. Ma la vita di chi ti ascolta sta in strada, lavora e soffre, ha problemi ad arrivare a fine mese pure con due lavori. Tornare a raccontare la vulnerabilità significa riconnettersi con la realtà. La cultura Hip Hop è nata per dar voce a chi era ai margini, e spesso chi è ai margini non sa rialzarsi dalle sconfitte e chi é ai margini spesso si sente fragile. Ritornare ad essere umani nella vita di tutti i giorni è l’unica vera rivoluzione rimasta da fare. - Se qualcuno che sta attraversando un periodo simile ascoltasse Messa di Mezzanotte, cosa vorresti che sentisse oltre alle parole?
Vorrei che sentisse i silenzi. Che ascoltasse le pause e i vuoti che ci sono nella musica perché é sopratutto in essi che c’é da sentire. Vorrei che le vibrazioni della musica lo facessero sentire bene e che gli dicessero che non è solo in quel momento buio. Vorrei che percepisse quella spinta che c’è sotto ogni beat. Vorrei che sentisse che il dolore può essere trasformato in qualcosa di solido, di tangibile. Se sono riuscito io a chiudere questo progetto partendo dal fondo, significa che c’è sempre un modo per risalire. Vorrei che chi ascolta sentisse la fatica, ma anche la dignità di chi non si è arreso.
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