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Solo Biasso: tra strada, poesia e verità
Con ”Sulla Strada”, il suo primo album solista, Solo Biasso firma un’opera cruda e sincera che affonda le radici nella tradizione boom bap, ma guarda con profondità al presente, alle solitudini e alle connessioni che ci definiscono. Il titolo omaggia Jack Kerouac, ma diventa anche metafora di un percorso artistico e umano costruito passo dopo passo, tra Roma, le amicizie, la musica, e una costante tensione verso il senso.
In questa lunga chiacchierata con Honiro, Solo Biasso racconta il cuore del disco: le influenze che lo hanno formato, i luoghi e le persone che lo hanno ispirato, l’importanza dell’intimità creativa e il valore del collettivo. Ne emerge un ritratto lucido e appassionato di un artista che non ha paura di stare “sulla strada”, né di raccontarla.
Il titolo del tuo album, Sulla Strada, richiama il celebre romanzo di Jack Kerouac. Cosa ti ha spinto a scegliere questo titolo e come si collega al tuo percorso artistico?
Il titolo ha almeno due origini: la prima, come dici tu, rimanda al famoso romanzo di Kerouac. Sulla Strada è forse il primo libro di “contro-cultura” che ho letto in vita mia, intorno ai 14-15 anni. Un romanzo scritto su un unico rotolo di carta lungo 36 metri, proprio per essere pensato a tutti gli effetti come una strada. Una strada, metaforica e reale, che allontana il protagonista dalla staticità della sua vita borghese proiettandolo in una dimensione di libertà apparentemente senza limiti. La strada percorsa dal protagonista è una specie di deserto mistico che diventa simbolo di tutto ciò che “sfugge” al controllo, un viaggio iniziatico che ha come solo scopo quello di non fissare mai una meta. Un annetto fa, durante un trasloco, mi è capitato di ritrovarlo e rileggerlo dopo quindici anni, ma nel farlo ho provato una sensazione di nausea, perché in qualche modo ci ho trovato dentro la stessa spasmodica e individuale ricerca di senso della mia generazione — ma soprattutto la stessa solitudine. Una fuga da un capitalismo ancora più estremo che in realtà rimane impigliata nello stesso verbo capitalista: “Solo da soli ci si può salvare”. Il secondo motivo per cui ho scelto questo titolo deriva invece da tutta una serie di coincidenze, una su tutte la collaborazione con Unblasfemo, unico feat. del progetto. Quando ci siamo conosciuti avevo da poco riletto il libro, e parlando del suo nome d’arte abbiamo scoperto di avere in comune questa passione per De André, e in particolare per l’album Non all’amore, né al denaro né al cielo, a cui si ispira il nome Unblasfemo. Parlando di quel disco, notavamo quanto il tema della strada e della marginalità accomunasse il rap e un certo tipo di canzone italiana. Così ci siamo detti di provare a creare un ponte tra il rap e uno dei pezzi più sperimentali — e, se vogliamo, “street” — che ha mai fatto De André: Un Ottico. In quel pezzo c’è una frase: “Vedo gli amici ancora SULLA STRADA, loro non hanno fretta.” Una frase che ho scritto a pennarello su ogni muro di ogni casa dove ho abitato e che per me simboleggia il valore del tempo e dell’amicizia. Come Kerouac e De André, la strada che ho voluto raccontare è innanzitutto un simbolo: un simbolo legato al gioco, alla libertà, allo scorrere delle cose e del tempo. Stare sulla strada è diverso dal camminare per strada: implica già non avere un controllo, come se fossero la strada e le cose a scorrere attraverso di te — ed è questo che fa un rapper quando fa rivivere in musica le proprie strade.
In che modo la scena rap romana ha influenzato la tua musica e la tua crescita come artista?
Da un lato penso che, nonostante abbia vissuto tutta la mia vita qui, ho davvero poco di romano: con padre brianzolo e madre di origine sarda ho masticato pochissimo accento e cultura popolare romana. Ma il rap ha compensato parecchio. Quello che ho sempre apprezzato della scena romana è il cosiddetto “cuore + cervello”: un tipo di rap senza fronzoli che mira sempre alla sostanza e mette la tecnica esclusivamente a servizio di essa. Se la cifra per definire un rapper forte all’epoca era la propria autenticità, i rapper romani erano davvero i più forti, per il senso di missione che mettevano nella penna e al microfono.
Penso a gente come Primo, Danno, più tardi Rancore e Noyz. Ho vissuto tante fasi e tante “chiuse”: il Truceklan alle medie, l’Xtream Team, i Cor Veleno e Rancore al liceo. Il mio quasi coetaneo Ketama più tardi. Tutti artisti di cui mastico a memoria l’intera discografia e a cui ho cercato di rubare ognuno qualcosa. Mi piace pensare la musica, e in particolare il rap, come il libro di Kerouac: un unico manoscritto infinito. Il rap, attraverso l’arte del campionamento, della citazione e della fusione di generi, ti fa calare in questo flusso unico dove tradizione e innovazione dialogano continuamente. Roma, in particolare, è una città fortemente identitaria ma che lascia anche molto spazio alla solitudine e alla ricerca di sè.
Il disco esplora temi di solitudine e crescita personale. Come hai affrontato questi temi nel processo creativo?
Come scrivo nel secondo pezzo dell’album, HH: “Ho sempre pensato contro me stesso, rappato contro me stesso”, per dire che quando mi metto su un foglio l’obiettivo non è combattere un nemico immaginario, ma in primis non avere pietà verso me stesso. Solo dopo essermi smontato posso pensare a eventuali nemici esterni. Grazie a Dio sono tutto tranne che una persona sola. Ho una famiglia frammentata ma numerosa, tanti amici veri, una ragazza stupenda. Ma la mia solitudine è sacra, ed ho sempre combattuto per strapparla al rumore dei giudizi altrui, all’eccessiva influenza del branco. Penso che la solitudine sia una condizione costitutiva di ogni persona, perché dentro sé stesso ognuno di noi è solo, e deve rispondere a delle domande che sono solo sue. Il rap è un ottimo mezzo per farci i conti, e per fare il punto con me stesso quando mi sento sopraffatto dal mondo. Quando cresci lasci un mondo protetto: quello della scuola, della famiglia, della comitiva e la solitudine forse si fa sentire di più ma lo stesso si può dire della vecchiaia e dell’infanzia. Esistono tanti tipi di solitudine e bisogna farsene carico perché l’altra faccia della medaglia, quella della compagnia “a tutti i costi”, a me fa molta più paura.
Hai dichiarato che ogni traccia è ispirata a una persona o un luogo specifico. Puoi raccontarci di più su questo approccio?
Quasi ogni traccia che scrivo segue un processo induttivo: parto da un particolare per arrivare ad un universale, a qualcosa che possa rimanere vero nel tempo — e magari non solo per me.
La passione per il rap mi ha portato da un certo punto in poi a pensare letteralmente in rima, e ad appuntarmi ogni cosa degna di nota che vedo o ascolto per strada, al bar o sulla metro.
Per molto tempo la mia produzione è stata caotica e figlia del mero impulso a scrivere.
Da un po’ di anni a questa parte, invece, scrivo sempre partendo da un tema, da una conversazione, da una frase o un pensiero che mi colpisce particolarmente.
Per fare un esempio concreto: uno dei primi pezzi dell’album, Prima Di Fare Il Cash, è stato scritto qualche giorno dopo che alla mia ragazza è stata sequestrata la patente.
In quei giorni — che sono diventati mesi — questo episodio l’aveva messa parecchio in crisi, facendola sentire limitata e trattata come una specie di criminale.
Quindi ho deciso di scriverle una specie di lettera, che poi è diventata quel pezzo lì.
Il messaggio che volevo imprimere era questo: non dare mai più potere all’autorità di quanto l’autorità se ne possa prendere da sola. Un po’ la stessa cosa che cantava Inoki in Non mi avrete mai: possono prendersi la tua patente, le tue canne, trattarti come un criminale — ma non dargli mai il potere di determinare la tua salute e la tua serenità.
La produzione del disco è caratterizzata da un sound boom bap arricchito da strumenti analogici. Come hai scelto i produttori con cui collaborare e quale atmosfera volevi creare?
Fin da quando ho cominciato ho fatto la scelta di collaborare solo con persone a cui sono legato da rapporti di stima o affetto — meglio se entrambi.
Ma ho aspettato quasi dieci anni prima di incontrare una persona che credesse in me: il primo è stato Dario Castelli, uno dei produttori del disco e mio ex coinquilino, che nel 2019 mi ha presentato Tak, diventato poi il mio socio storico in questi ultimi anni.
Con il tempo la cosa si è allargata ed ho iniziato a lavorare anche con Dario (fondatore del gruppo romano “Sinnerman”), che viene da mondi sonori completamente diversi, che per me all’inizio erano totalmente esoterici. La nostra affiliazione musicale è andata di pari passo allo sviluppo della nostra amicizia. In questo progetto si sono aggiunti anche Dario Migali e Giacomo Nardelli. Con il primo abbiamo già lavorato insieme in una realtà di gruppo che si chiamava Interferenzer, e che rappresenta il mio primo lavoro ufficiale (2020).
Con Nino invece — bassista degli Innacantina Sound, nonché della mia ragazza, anche lei cantante — ci siamo conosciuti quest’anno, ed è stato fondamentale nella direzione sonora di tutto il disco, in veste sia di bassista che di produttore.
Ogni produttore di questo disco rappresenta un’anima e mi ha messo in contatto con un lato diverso di me: Dario con la mia parte più introspettiva e sognante,Tak con la mia autostima generale, nell’essere stato il primo a farmi credere di poter fare seriamente questa cosa; è anche la persona che musicalmente mi conosce forse meglio. Nino con le mie radici “culturali”. Dario Migali con la mia rabbia più vera ed elementare.
Il brano Notti Belle è un omaggio all’amicizia. Come è nato questo pezzo e cosa rappresenta per te?
Questo pezzo nasce nell’autunno 2024, da una poesia di Cesare Pavese che si chiama Lettera a una ragazza. I primi versi riflettono quella che è la sua più grande paura di quel momento, che forse è anche quella di ogni persona che scrive: “Sai qual è il mio terrore? Svegliarmi un giorno e non avere più una poesia per te.” Che per è stato come leggere: “Sai qual è il mio terrore? Svegliarmi un giorno e non avere più l’anima.” Quando l’ho letta, questa frase mi è rimasta impressa per giorni come un monito, e mi ha fatto pensare in un colpo solo ai miei amici, alla mia ragazza, alla mia famiglia. Alle mie “responsabilità” nei loro confronti. Dopo giorni che ci ragionavo, ho iniziato anche io a pensare alle mie paure, e mi è venuto spontaneo canalizzare quei pensieri verso i miei amici d’infanzia che vedo tutte le estati in Sardegna, terra dei miei nonni, con cui tutta la mia famiglia ha un legame molto profondo. Si tratta di una colonia, più che di una comitiva di amici, perché i nostri stessi genitori e nonni erano anche loro amici sin da bambini, e ci hanno concepiti praticamente tutti nello stesso momento.
Ho avuto la fortuna di crescere insieme a loro e di passare estati meravigliose in loro compagnia. Ma, com’è normale, quando si cresce ciò che divide è sempre di più di ciò che unisce, e non è semplice restare vicini quando ognuno ha preso una strada completamente diversa. Notti belle nasce pensando a quei momenti di pura spensieratezza che forse non torneranno mai del tutto, ma sono pur sempre dentro di noi — e ogni tanto vengono risvegliati da una festa, da un momento di unione senza pretese. Quando scrivo cerco sempre di parlare con la parte più intima di me e degli altri, quella che resiste al tempo e alle sovrastrutture.
Ho scritto questo pezzo col cuore, pensando agli scalini del bar dove ancora ci sediamo a fumare, alle sere in macchina girando senza una meta, alle estati da bambini che duravano tre mesi. In poche parole, a quelle “Notti belle senza la brama di arrivare a niente.”
Il tuo nome d’arte, Solo Biasso, riflette un progetto solista. Come concili la solitudine del percorso artistico con la collaborazione con altri artisti?
Per me è importante coltivare entrambe le sfere: quella della solitudine e quella della condivisione. Dalla prima deriva la concentrazione e la ricerca della propria unicità; dalla seconda, il confronto che ti permette di evolvere e di godere di quello che fai. È una banalità, ma credo anche io che la felicità sia tale solo se condivisa. Allo stesso tempo, avere complicità con se stessi e non fluttuare in base al giudizio degli altri, è altrettanto importante.
La mia è sicuramente una musica che nasce dalla solitudine, ma se sono musicalmente cresciuto più negli ultimi due-tre anni che nei primi dieci di pseudo attività, lo devo solo agli incontri che la musica mi ha permesso di fare. Sia nella solitudine che nel branco tutti corriamo il rischio di spersonalizzarci, ed è difficile trovare un equilibrio.
Il mio l’ho cercato restando sempre ai margini di ogni gruppo che ho frequentato, investendo molto nei rapporti individuali — cosa che ancora oggi mi permette di avere più nuclei affettivi, senza mai sentirmi schiacciato su una logica di gruppo.
Guardando al futuro, quali sono i tuoi prossimi progetti musicali e come pensi di evolvere come artista?
A proposito della domanda precedente, posso già dire che rispetto a questo i miei progetti futuri saranno tutti lavori collettivi — e sono già in fase di elaborazione.
Per quanto riguarda la mia evoluzione, mi rendo conto di avere ancora tanti limiti da superare, ma anche di avere l’attitudine giusta per imparare qualcosa di nuovo da ogni persona e situazione che incontro. Non mi spaventa il confronto, la critica, il biasimo del pubblico.
Molto di più l’accondiscendenza, o la gentilezza facile.
Non so in che direzione andrà il mio percorso, sinceramente. La mia evoluzione dipenderà da me, ma soprattutto dagli incontri che farò da qui in avanti.
Da come saprò lasciarmi permeare positivamente da chi ha qualcosa che io non ho — e viceversa. Negli ultimi anni ho iniziato a lavorare con dei pischelli più piccoli, che mi stanno insegnando tantissimo, e con cui ci completiamo a meraviglia. Col tempo mi auguro di condividere anche un po’ più di responsabilità, e smettere di accollarmi tutto da solo. Perché già scrivere un disco è una fatica, ma non è neanche l’1% di quello che poi serve per rendergli giustizia e farlo vivere veramente. L’anno prossimo vedrà la luce anche un disco in duo con Dario Castelli — che sarà una cosa aliena rispetto a tutto quello che ho fatto finora. Ma non anticipo nulla, perché stiamo ancora nel pieno del lavoro.

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Self Made Men: identità, visione e costanza nel percorso di Flesha & Jap
In un momento in cui tutto corre veloce e spesso si assomiglia, restare fedeli a sé stessi è forse la scelta più difficile — ma anche quella più importante. Self Made Men nasce proprio da qui: da un percorso costruito nel tempo, senza scorciatoie, senza compromessi, con la consapevolezza di chi sa esattamente cosa vuole raccontare.
Flesha & Jap tornano con un progetto che unisce esperienza e attitudine, radici Hip Hop e sguardo contemporaneo. Un lavoro che non cerca di inseguire le mode, ma di dare continuità a una visione chiara, fatta di identità, scrittura e crescita costante.
In questa intervista ci raccontano cosa significa oggi essere davvero “self made”, tra cambiamenti della scena, evoluzione personale e la voglia, ancora intatta, di dire qualcosa che resti.
- Self Made Men racconta il percorso di due artisti che hanno costruito tutto con le proprie mani. Quanto è importante oggi difendere la propria identità artistica?
È fondamentale. Oggi è facile perdersi, seguire i trend, ma così il rischio è diventare uno dei tanti. L’identità è ciò che ti rende riconoscibile nel tempo. Se non sai chi sei artisticamente, il pubblico lo percepisce subito. Difendere la propria identità significa anche accettare di andare controcorrente. In quasi 30 anni di carriera abbiamo sempre cercato di difendere la nostra integrità musicale lottando con i denti, non abbiamo mai fatto scelte convenienti anche quando avremo potuto farlo, spesso non siamo stati capiti, ma a noi non interessa. Il 90% dei nostri colleghi alla nostra età solitamente molla la presa, si dedica ad altro: figli, famiglia, lavoro; cosa giusta per altro, ognuno ha i suoi progetti e obiettivi nella vita, noi dal canto nostro ci sentiamo ancora di dire la nostra con la musica, questa roba è una missione, il nostro viaggio prosegue.
- Nel disco convivono energia classica e sensibilità contemporanea. Come avete trovato l’equilibrio tra questi due elementi?
È venuto naturale. Siamo cresciuti con un certo tipo di rap, ma viviamo il presente. Non volevamo imitare il passato né inseguire il futuro. Abbiamo preso il meglio di entrambi: la sostanza e la scrittura da una parte, i suoni e le vibes dall’altra. Un altro aspetto che abbiamo voluto enfatizzare è soprattutto l’originalità, senza ripeterci con i precedenti lavori, “Self Made Man” è un upgrade rispetto al nostro primo progetto come duo (“Longevity” del 2021) sicuramente più dinamico e fresco, è un Mixtape, ma come tale non deve essere visto come un tappabuchi o un lavoro superficiale, tutt’altro. Per noi è una sorta di “Street Album”, i contenuti sono quelli di un disco ufficiale, la forma è quella di un Tape, questo rende “Sel Made Men” speciale ed unico nel suo genere.
- Il rap nasce come espressione diretta della realtà. Quanto della vostra vita personale entra nelle tracce di questo progetto?
Tanto. Anche quando non è esplicito, c’è sempre qualcosa di vissuto. Non riusciremmo a scrivere altrimenti. Ogni barra ha dentro esperienze, errori, momenti veri, oltre alla componente autocelebrativa che è parte integrante del nostro genere. Il vissuto personale è quello che rende tutto più autentico. Ti diamo 2 titoli su tutti: “Senza Paura” e “La Giostra”, sicuramente i due brani più intimi dell’intero Album. Non spoileriamo il contenuto dei brani, vi invitiamo caldamente ad ascoltarli per comprendere appieno ciò che intendiamo.
- Collaborare con artisti che condividono la stessa visione quanto ha influenzato il risultato finale del disco?
Tantissimo. Quando lavori con persone sulla stessa lunghezza d’onda, tutto scorre meglio. Sono dei Plus che alzano il livello. Una vera collaborazione ti spinge a dare di più, perché sai che dall’altra parte c’è qualcuno che tiene davvero al progetto; è giusto citarli, quindi ringraziamo vivamente: Eyem Bars, Esa, Herman Medrano & Kalibro, Alessandra Ferrari, Tripla B, Dok The Beatmaker, DJ Berthony, JK, Sonbudo, Paggio, Sethisfaction, Bassi Maestro ed Eleine Suarez per i mix, Jack The Smoker che ha curato il Master, Michele Rodella per le grafiche. Senza di voi tutto questo non sarebbe stato possibile.
- Nel vostro percorso avete vissuto diverse fasi dell’industria musicale. Come è cambiato il modo di fare rap oggi rispetto agli anni Novanta?
Oggi è tutto più veloce. Negli anni ’90 c’era più attesa, più costruzione. Adesso hai più mezzi, più accesso, ma anche più confusione. Prima dovevi conquistarti ogni spazio, oggi devi difendere la tua credibilità. In passato era tutto più lento ma anche più “pesante” a livello di valore. Dovevi guadagnarti ogni passo: studio, live, passaparola. Non c’erano scorciatoie. Oggi puoi arrivare subito a tanta gente, ma proprio per questo devi lavorare il doppio per restare. È cambiato l’approccio. Prima c’era più fame e meno distrazioni, oggi hai mille opportunità ma anche mille copie. La differenza vera la fa sempre la sostanza: tecnologia e piattaforme cambiano, ma se non hai qualcosa da dire, duri poco.
- Lavorando insieme da anni, qual è l’aspetto che rende la vostra collaborazione ancora stimolante?
Il fatto che non è mai scontata. Ognuno evolve, cambia, e questo mantiene viva la dinamica. E la fiducia. Possiamo sperimentare senza paura, perché sappiamo di avere una base solida. Non diventa mai routine. Anche se ci conosciamo da anni, ogni volta troviamo un modo nuovo di approcciare un pezzo, c’è sempre stata crescita reciproca: ci si evolve, si cambiano influenze, e questo tiene tutto vivo. Non restiamo mai fermi. C’è anche molta sincerità. Se una cosa non funziona, ce lo diciamo senza filtri. È questo che ci permette di alzare sempre il livello. Alla fine è un equilibrio tra rispetto e sfida continua. Sai che puoi contare sull’altro, ma allo stesso tempo vuoi sempre dare qualcosa in più.
- Qual è stata la sfida più grande durante la realizzazione di questo progetto?
Come accennato prima, restare coerenti con noi stessi senza ripeterci, trovare sempre qualcosa di nuovo da dire, senza forzarlo, sperimentare nuovi suoni senza clonare il nostro repertorio, non volevamo fare un nuovo “Longevity”, un nuovo “Occhi Di Ghiaccio” o un nuovo “Reportage”, siamo 2 uomini di 40 e 50 anni rispettivamente, con decenni di esperienza nel Rap Business e con decine di progetti prodotti, trovare sempre nuovi stimoli non è mai facile, ma quando sei un “Self Made Man”, in grado restare in piedi autonomamente, tutto è possibile.
- Se qualcuno ascoltasse Self Made Men per la prima volta oggi, cosa vorreste che portasse con sé dopo l’ascolto?
Sicuramente ci piacerebbe che si portasse a casa un senso di realtà. Che capisse che dietro ogni traguardo c’è lavoro, sacrificio e costanza. Niente è regalato. Direi anche che è un progetto con una forte spinta motivatrice. Se dopo l’ascolto qualcuno ha più voglia di costruire qualcosa di suo, allora abbiamo fatto centro. Magari anche un po’ di consapevolezza: restare se stessi oggi è una delle cose più difficili, ma anche quella che alla lunga paga di più: alla fine il messaggio è quello: puoi partire da zero, ma se ci credi davvero, puoi creare il tuo percorso.

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SPAZIO: dentro il viaggio mentale di Nix tra boom bap e ricerca personale
C’è un momento preciso in cui un disco smette di essere solo musica e diventa una mappa. SPAZIO, il nuovo progetto di Nix, nasce proprio lì: nel punto in cui il movimento fisico incontra quello interiore, dove il bisogno di partire si scontra con quello di restare.
Interamente prodotto da Jambé e costruito su un impianto boom bap che guarda avanti, il disco si muove tra riflessione, disciplina e immaginario, tenendo sempre al centro una domanda semplice ma enorme: qual è il nostro posto nel mondo?
Abbiamo parlato con Nix per entrare dentro il concept del progetto, tra processo creativo, collaborazioni e visione dell’hip hop oggi.
Il tuo nuovo album si intitola SPAZIO. Da dove nasce questo titolo e in quale momento della tua vita hai sentito il bisogno di raccontare questo concetto?
Il titolo nasce da una riflessione sul rapporto tra me e l’ambiente che ho intorno. Per me lo spazio non è soltanto una dimensione fisica: è fatto anche di relazioni, distanze e limiti che in qualche modo influenzano le nostre scelte e il nostro percorso personale.
All’interno dell’album il viaggio è un elemento centrale. Un viaggio che non è solo fisico, ma anche mentale: il bisogno di partire, di tornare, di arrivare da qualche parte, ma soprattutto di accettare il cammino mentre succede.
Ho sentito l’esigenza di raccontare questo concetto circa due o tre anni fa. Però l’idea ha iniziato davvero a prendere forma circa un anno dopo, quando ho iniziato a svilupparla in maniera più concreta nella musica e nei testi.
Nel disco lo spazio non è solo una dimensione fisica ma anche mentale e personale. Qual è stato il tuo “spazio creativo” mentre lavoravi a questo progetto?
Il mio spazio creativo nasce prima di tutto nella mente. È lì che iniziano a prendere forma le idee, le riflessioni e le emozioni che poi diventano musica e parole. Però spesso queste intuizioni arrivano nei momenti in cui mi fermo davvero: quando viaggio oppure quando cammino tra le montagne di casa.
Sono momenti di silenzio e di distanza dalla routine, in cui riesco a guardare le cose con più lucidità. In un certo senso anche questo diventa uno “spazio”: uno spazio mentale dove tutto si riorganizza.
Poi, quando le idee iniziano a prendere forma, il lavoro vero e proprio succede a casa o in studio, in luoghi dove posso isolarmi e concentrarmi. È lì che quel flusso di pensieri si trasforma concretamente in musica.
Le produzioni di Jambé costruiscono un sound boom bap con una sensibilità contemporanea. Come è nata la vostra collaborazione e come avete lavorato insieme per definire il suono del disco?
Jambé è letteralmente una macchina da beat. Nei mesi mi ha mandato una quantità enorme di strumentali e da lì ho iniziato a selezionare quelle che sentivo più in linea con il suono e con il concept del disco.
Condividiamo lo stesso amore per il boom bap, quindi l’idea era mantenere quell’anima classica ma cercando di sviluppare qualcosa che suonasse comunque attuale. Nei beat convivono campioni soul, frammenti di film e atmosfere che passano da momenti molto intimi ad altri più aperti e quasi “cosmici”, che si collegano anche al tema dello spazio del disco.
La nostra collaborazione è nata grazie a Contagio, che mi ha fatto conoscere Jambé mandandomi alcune sue strumentali. Due di quelle sono finite anche nel nostro progetto Tutto è fermo e da lì abbiamo iniziato a sentirci sempre di più e a lavorare insieme.
La cosa curiosa è che, nonostante tutto questo lavoro, non ci siamo ancora incontrati di persona: lui è italiano ma vive da anni a Londra, quindi tutto il disco è nato completamente a distanza.
All’interno del progetto compare un solo featuring rap, quello con Tusco. Come è nata questa collaborazione e cosa ha portato al disco?
Ho scelto di inserire un solo featuring perché sentivo l’esigenza di esprimermi in modo molto personale. Anche perché il mio ultimo progetto più corposo è stato il joint album Tutto è fermo, uscito l’anno scorso e realizzato insieme a Il Contagio, quindi questa volta volevo prendermi più spazio per raccontarmi.
Tusco è un amico ormai da anni e negli ultimi tempi abbiamo condiviso molti palchi e tante belle esperienze insieme. La pensiamo in modo molto simile su tante cose, sia nella vita che nell’hip hop, quindi collaborare è venuto in maniera molto naturale.
La sua presenza nel disco porta sicuramente una tecnica sensazionale, frutto di quello che per me è uno dei migliori MC in Italia.
Nel disco compaiono anche strumenti come sax e tromba. Quanto è importante per te inserire elementi musicali che arricchiscono il classico impianto hip hop?
Ti ringrazio per la domanda, perché per me è davvero un grande onore poter lavorare con dei musicisti. È una cosa che adoro fare, anche perché da ogni sessione imparo sempre qualcosa di nuovo.
Davide Vinci e Simone Antonioli sono musicisti davvero molto bravi, che spaziano in tutta la musica black, e si sono resi subito super disponibili a collaborare al progetto. Questa cosa per me è una grande soddisfazione, soprattutto arrivando da un genere dove, storicamente, le skill strumentali sono meno centrali.
Negli ultimi anni però ho notato che molti musicisti hanno iniziato ad apprezzare molto di più l’hip hop e ad avvicinarsi con interesse. Rispetto a 15 o 20 anni fa c’è sicuramente molta più apertura e scambio tra mondi diversi.
In più, secondo me avere dei suoni presi direttamente dallo strumento spesso restituisce qualcosa di più pulito e vivo rispetto al campionamento. Ti permette anche di sviluppare meglio un’idea musicale che magari hai già in testa e portarla ancora più avanti.
La copertina disegnata da Menazone richiama il mondo dei ninja e il concetto di disciplina e armonia. In che modo questo immaginario si lega alla tua visione dell’hip hop?
La copertina raffigura due mudra, cioè gestualità sacre e molto antiche: particolari posizioni delle mani che, nella tradizione, si accompagnano a nove suoni specifici. Le due rappresentate sono “To”, che indica l’armonia con se stessi, e “Zen”, che richiama il concetto di illuminazione.
Ognuno di questi gesti richiedono precisione, controllo e consapevolezza. Sono qualità che sento molto vicine anche al modo in cui vivo e pratico l’hip hop.
Per me la disciplina è una parte fondamentale: è il momento in cui mi dichiaro nello spazio, in quello che faccio e in quello che ho intorno. In un certo senso l’hip hop diventa proprio questo, una pratica dove cerchi equilibrio tra tecnica, testa e spirito.
Hai già portato la tua musica su molti palchi in Italia. Quanto conta per te la dimensione live nel percorso di un rapper?
Per me la dimensione live è fondamentale. Amo rappare dal vivo e sentire l’energia che si crea tra me e il pubblico. Il palco è un vero banco di prova: saper tenere le tue strofe live è imprescindibile per ogni rapper, è lì che si vede la vera bravura. Mi dà motivazione e ispirazione, e allo stesso tempo sono grato di poter girare l’Italia, conoscere posti incredibili e persone meravigliose grazie alla mia musica
Se dovessi riassumere SPAZIO con una sola sensazione o immagine, quale sarebbe?
L’immagine che rappresenta SPAZIO è proprio quella creata da Menazone sulla copertina del progetto: racchiude esattamente la sensazione che volevo trasmettere

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Onyx live al Pistoia Urban Festival (PUF): musica, writing e cultura urban il 13 giugno
Sabato 13 giugno 2026, dalle 11:00 alle 02:00, il Parco di Monteoliveto a Pistoia si trasformerà in un punto di convergenza per tutte le anime della cultura urban con la nuova edizione del PUF – Pistoia Urban Festival. Ingresso gratuito e una visione precisa: costruire uno spazio reale dove musica, writing, sport e comunità possano convivere senza compromessi.
Organizzato dall’associazione culturale Art in the Park, realtà attiva sul territorio dal 2020, il festival entra ufficialmente in una nuova fase. A guidarlo è Gianluca Reni, in arte Pinzi, tatuatore e presidente dell’associazione, che negli anni ha sviluppato un progetto capace di crescere in modo organico, mantenendo sempre un legame diretto con la strada e con chi la vive. Il passaggio al nome PUF – Pistoia Urban Festival non è solo un rebranding, ma la definizione chiara di un’identità più ampia, più riconoscibile, più ambiziosa.
Una giornata intera pensata per chi la cultura urban la crea, la pratica e la attraversa ogni giorno.
Onyx (USA) live: energia hardcore e connessione tra generazioni
A segnare questa nuova fase è la presenza degli ONYX, storico gruppo hardcore hip hop statunitense e nome simbolo di un’attitudine che ha attraversato decenni senza perdere impatto. La loro musica, diretta e senza filtri, ha contribuito a definire un immaginario preciso, fatto di energia, identità e appartenenza.
Portare gli Onyx a Pistoia significa creare un collegamento concreto tra la scena internazionale e il contesto locale, mettendo sullo stesso piano radici e presente. Non è solo un live, ma un momento di connessione culturale che parla a più generazioni.
Ad aprire il palco saranno Clickhead + Lvnar due artisti che rappresentano una nuova sensibilità sonora e visiva, capaci di inserirsi in un contesto come PUF mantenendo un linguaggio contemporaneo e personale. Due percorsi diversi, un’unica direzione: portare sul palco qualcosa di autentico, senza filtri. La musica, in questo contesto, diventa uno dei tanti linguaggi attraverso cui il festival prende forma.
Le attività del festival: writing, battle e cultura in movimento
PUF è costruito come un ecosistema urbano a 360 gradi, dove ogni area racconta un pezzo preciso della cultura. Dall’area dedicata al writing, fino alla skate area, passando per il torneo di streetball 1vs1, la breaking battle 1vs1 e il freestyle contest, il festival si muove tra discipline diverse mantenendo un’unica linea: espressione libera e confronto diretto.
Accanto a queste attività, spazio anche allo streetwear & market, pensato come punto di incontro tra creativi, brand e pubblico, in un dialogo continuo tra estetica e identità.
Il programma dettagliato di ogni singola area – dal writing alle battle – verrà svelato progressivamente. Per partecipare alle attività, ricevere informazioni o entrare in contatto con l’organizzazione è possibile scrivere via email ( Info.artintheparkevents@gmail.com ) e seguire la pagina Instagram ufficiale di Art in the Park, dove verranno pubblicati tutti gli aggiornamenti e le call dedicate.
PUF non è solo un festival. È uno spazio vivo, in continua evoluzione. È cultura.

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