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Solo Biasso: tra strada, poesia e verità
Con ”Sulla Strada”, il suo primo album solista, Solo Biasso firma un’opera cruda e sincera che affonda le radici nella tradizione boom bap, ma guarda con profondità al presente, alle solitudini e alle connessioni che ci definiscono. Il titolo omaggia Jack Kerouac, ma diventa anche metafora di un percorso artistico e umano costruito passo dopo passo, tra Roma, le amicizie, la musica, e una costante tensione verso il senso.
In questa lunga chiacchierata con Honiro, Solo Biasso racconta il cuore del disco: le influenze che lo hanno formato, i luoghi e le persone che lo hanno ispirato, l’importanza dell’intimità creativa e il valore del collettivo. Ne emerge un ritratto lucido e appassionato di un artista che non ha paura di stare “sulla strada”, né di raccontarla.
Il titolo del tuo album, Sulla Strada, richiama il celebre romanzo di Jack Kerouac. Cosa ti ha spinto a scegliere questo titolo e come si collega al tuo percorso artistico?
Il titolo ha almeno due origini: la prima, come dici tu, rimanda al famoso romanzo di Kerouac. Sulla Strada è forse il primo libro di “contro-cultura” che ho letto in vita mia, intorno ai 14-15 anni. Un romanzo scritto su un unico rotolo di carta lungo 36 metri, proprio per essere pensato a tutti gli effetti come una strada. Una strada, metaforica e reale, che allontana il protagonista dalla staticità della sua vita borghese proiettandolo in una dimensione di libertà apparentemente senza limiti. La strada percorsa dal protagonista è una specie di deserto mistico che diventa simbolo di tutto ciò che “sfugge” al controllo, un viaggio iniziatico che ha come solo scopo quello di non fissare mai una meta. Un annetto fa, durante un trasloco, mi è capitato di ritrovarlo e rileggerlo dopo quindici anni, ma nel farlo ho provato una sensazione di nausea, perché in qualche modo ci ho trovato dentro la stessa spasmodica e individuale ricerca di senso della mia generazione — ma soprattutto la stessa solitudine. Una fuga da un capitalismo ancora più estremo che in realtà rimane impigliata nello stesso verbo capitalista: “Solo da soli ci si può salvare”. Il secondo motivo per cui ho scelto questo titolo deriva invece da tutta una serie di coincidenze, una su tutte la collaborazione con Unblasfemo, unico feat. del progetto. Quando ci siamo conosciuti avevo da poco riletto il libro, e parlando del suo nome d’arte abbiamo scoperto di avere in comune questa passione per De André, e in particolare per l’album Non all’amore, né al denaro né al cielo, a cui si ispira il nome Unblasfemo. Parlando di quel disco, notavamo quanto il tema della strada e della marginalità accomunasse il rap e un certo tipo di canzone italiana. Così ci siamo detti di provare a creare un ponte tra il rap e uno dei pezzi più sperimentali — e, se vogliamo, “street” — che ha mai fatto De André: Un Ottico. In quel pezzo c’è una frase: “Vedo gli amici ancora SULLA STRADA, loro non hanno fretta.” Una frase che ho scritto a pennarello su ogni muro di ogni casa dove ho abitato e che per me simboleggia il valore del tempo e dell’amicizia. Come Kerouac e De André, la strada che ho voluto raccontare è innanzitutto un simbolo: un simbolo legato al gioco, alla libertà, allo scorrere delle cose e del tempo. Stare sulla strada è diverso dal camminare per strada: implica già non avere un controllo, come se fossero la strada e le cose a scorrere attraverso di te — ed è questo che fa un rapper quando fa rivivere in musica le proprie strade.
In che modo la scena rap romana ha influenzato la tua musica e la tua crescita come artista?
Da un lato penso che, nonostante abbia vissuto tutta la mia vita qui, ho davvero poco di romano: con padre brianzolo e madre di origine sarda ho masticato pochissimo accento e cultura popolare romana. Ma il rap ha compensato parecchio. Quello che ho sempre apprezzato della scena romana è il cosiddetto “cuore + cervello”: un tipo di rap senza fronzoli che mira sempre alla sostanza e mette la tecnica esclusivamente a servizio di essa. Se la cifra per definire un rapper forte all’epoca era la propria autenticità, i rapper romani erano davvero i più forti, per il senso di missione che mettevano nella penna e al microfono.
Penso a gente come Primo, Danno, più tardi Rancore e Noyz. Ho vissuto tante fasi e tante “chiuse”: il Truceklan alle medie, l’Xtream Team, i Cor Veleno e Rancore al liceo. Il mio quasi coetaneo Ketama più tardi. Tutti artisti di cui mastico a memoria l’intera discografia e a cui ho cercato di rubare ognuno qualcosa. Mi piace pensare la musica, e in particolare il rap, come il libro di Kerouac: un unico manoscritto infinito. Il rap, attraverso l’arte del campionamento, della citazione e della fusione di generi, ti fa calare in questo flusso unico dove tradizione e innovazione dialogano continuamente. Roma, in particolare, è una città fortemente identitaria ma che lascia anche molto spazio alla solitudine e alla ricerca di sè.
Il disco esplora temi di solitudine e crescita personale. Come hai affrontato questi temi nel processo creativo?
Come scrivo nel secondo pezzo dell’album, HH: “Ho sempre pensato contro me stesso, rappato contro me stesso”, per dire che quando mi metto su un foglio l’obiettivo non è combattere un nemico immaginario, ma in primis non avere pietà verso me stesso. Solo dopo essermi smontato posso pensare a eventuali nemici esterni. Grazie a Dio sono tutto tranne che una persona sola. Ho una famiglia frammentata ma numerosa, tanti amici veri, una ragazza stupenda. Ma la mia solitudine è sacra, ed ho sempre combattuto per strapparla al rumore dei giudizi altrui, all’eccessiva influenza del branco. Penso che la solitudine sia una condizione costitutiva di ogni persona, perché dentro sé stesso ognuno di noi è solo, e deve rispondere a delle domande che sono solo sue. Il rap è un ottimo mezzo per farci i conti, e per fare il punto con me stesso quando mi sento sopraffatto dal mondo. Quando cresci lasci un mondo protetto: quello della scuola, della famiglia, della comitiva e la solitudine forse si fa sentire di più ma lo stesso si può dire della vecchiaia e dell’infanzia. Esistono tanti tipi di solitudine e bisogna farsene carico perché l’altra faccia della medaglia, quella della compagnia “a tutti i costi”, a me fa molta più paura.
Hai dichiarato che ogni traccia è ispirata a una persona o un luogo specifico. Puoi raccontarci di più su questo approccio?
Quasi ogni traccia che scrivo segue un processo induttivo: parto da un particolare per arrivare ad un universale, a qualcosa che possa rimanere vero nel tempo — e magari non solo per me.
La passione per il rap mi ha portato da un certo punto in poi a pensare letteralmente in rima, e ad appuntarmi ogni cosa degna di nota che vedo o ascolto per strada, al bar o sulla metro.
Per molto tempo la mia produzione è stata caotica e figlia del mero impulso a scrivere.
Da un po’ di anni a questa parte, invece, scrivo sempre partendo da un tema, da una conversazione, da una frase o un pensiero che mi colpisce particolarmente.
Per fare un esempio concreto: uno dei primi pezzi dell’album, Prima Di Fare Il Cash, è stato scritto qualche giorno dopo che alla mia ragazza è stata sequestrata la patente.
In quei giorni — che sono diventati mesi — questo episodio l’aveva messa parecchio in crisi, facendola sentire limitata e trattata come una specie di criminale.
Quindi ho deciso di scriverle una specie di lettera, che poi è diventata quel pezzo lì.
Il messaggio che volevo imprimere era questo: non dare mai più potere all’autorità di quanto l’autorità se ne possa prendere da sola. Un po’ la stessa cosa che cantava Inoki in Non mi avrete mai: possono prendersi la tua patente, le tue canne, trattarti come un criminale — ma non dargli mai il potere di determinare la tua salute e la tua serenità.
La produzione del disco è caratterizzata da un sound boom bap arricchito da strumenti analogici. Come hai scelto i produttori con cui collaborare e quale atmosfera volevi creare?
Fin da quando ho cominciato ho fatto la scelta di collaborare solo con persone a cui sono legato da rapporti di stima o affetto — meglio se entrambi.
Ma ho aspettato quasi dieci anni prima di incontrare una persona che credesse in me: il primo è stato Dario Castelli, uno dei produttori del disco e mio ex coinquilino, che nel 2019 mi ha presentato Tak, diventato poi il mio socio storico in questi ultimi anni.
Con il tempo la cosa si è allargata ed ho iniziato a lavorare anche con Dario (fondatore del gruppo romano “Sinnerman”), che viene da mondi sonori completamente diversi, che per me all’inizio erano totalmente esoterici. La nostra affiliazione musicale è andata di pari passo allo sviluppo della nostra amicizia. In questo progetto si sono aggiunti anche Dario Migali e Giacomo Nardelli. Con il primo abbiamo già lavorato insieme in una realtà di gruppo che si chiamava Interferenzer, e che rappresenta il mio primo lavoro ufficiale (2020).
Con Nino invece — bassista degli Innacantina Sound, nonché della mia ragazza, anche lei cantante — ci siamo conosciuti quest’anno, ed è stato fondamentale nella direzione sonora di tutto il disco, in veste sia di bassista che di produttore.
Ogni produttore di questo disco rappresenta un’anima e mi ha messo in contatto con un lato diverso di me: Dario con la mia parte più introspettiva e sognante,Tak con la mia autostima generale, nell’essere stato il primo a farmi credere di poter fare seriamente questa cosa; è anche la persona che musicalmente mi conosce forse meglio. Nino con le mie radici “culturali”. Dario Migali con la mia rabbia più vera ed elementare.
Il brano Notti Belle è un omaggio all’amicizia. Come è nato questo pezzo e cosa rappresenta per te?
Questo pezzo nasce nell’autunno 2024, da una poesia di Cesare Pavese che si chiama Lettera a una ragazza. I primi versi riflettono quella che è la sua più grande paura di quel momento, che forse è anche quella di ogni persona che scrive: “Sai qual è il mio terrore? Svegliarmi un giorno e non avere più una poesia per te.” Che per è stato come leggere: “Sai qual è il mio terrore? Svegliarmi un giorno e non avere più l’anima.” Quando l’ho letta, questa frase mi è rimasta impressa per giorni come un monito, e mi ha fatto pensare in un colpo solo ai miei amici, alla mia ragazza, alla mia famiglia. Alle mie “responsabilità” nei loro confronti. Dopo giorni che ci ragionavo, ho iniziato anche io a pensare alle mie paure, e mi è venuto spontaneo canalizzare quei pensieri verso i miei amici d’infanzia che vedo tutte le estati in Sardegna, terra dei miei nonni, con cui tutta la mia famiglia ha un legame molto profondo. Si tratta di una colonia, più che di una comitiva di amici, perché i nostri stessi genitori e nonni erano anche loro amici sin da bambini, e ci hanno concepiti praticamente tutti nello stesso momento.
Ho avuto la fortuna di crescere insieme a loro e di passare estati meravigliose in loro compagnia. Ma, com’è normale, quando si cresce ciò che divide è sempre di più di ciò che unisce, e non è semplice restare vicini quando ognuno ha preso una strada completamente diversa. Notti belle nasce pensando a quei momenti di pura spensieratezza che forse non torneranno mai del tutto, ma sono pur sempre dentro di noi — e ogni tanto vengono risvegliati da una festa, da un momento di unione senza pretese. Quando scrivo cerco sempre di parlare con la parte più intima di me e degli altri, quella che resiste al tempo e alle sovrastrutture.
Ho scritto questo pezzo col cuore, pensando agli scalini del bar dove ancora ci sediamo a fumare, alle sere in macchina girando senza una meta, alle estati da bambini che duravano tre mesi. In poche parole, a quelle “Notti belle senza la brama di arrivare a niente.”
Il tuo nome d’arte, Solo Biasso, riflette un progetto solista. Come concili la solitudine del percorso artistico con la collaborazione con altri artisti?
Per me è importante coltivare entrambe le sfere: quella della solitudine e quella della condivisione. Dalla prima deriva la concentrazione e la ricerca della propria unicità; dalla seconda, il confronto che ti permette di evolvere e di godere di quello che fai. È una banalità, ma credo anche io che la felicità sia tale solo se condivisa. Allo stesso tempo, avere complicità con se stessi e non fluttuare in base al giudizio degli altri, è altrettanto importante.
La mia è sicuramente una musica che nasce dalla solitudine, ma se sono musicalmente cresciuto più negli ultimi due-tre anni che nei primi dieci di pseudo attività, lo devo solo agli incontri che la musica mi ha permesso di fare. Sia nella solitudine che nel branco tutti corriamo il rischio di spersonalizzarci, ed è difficile trovare un equilibrio.
Il mio l’ho cercato restando sempre ai margini di ogni gruppo che ho frequentato, investendo molto nei rapporti individuali — cosa che ancora oggi mi permette di avere più nuclei affettivi, senza mai sentirmi schiacciato su una logica di gruppo.
Guardando al futuro, quali sono i tuoi prossimi progetti musicali e come pensi di evolvere come artista?
A proposito della domanda precedente, posso già dire che rispetto a questo i miei progetti futuri saranno tutti lavori collettivi — e sono già in fase di elaborazione.
Per quanto riguarda la mia evoluzione, mi rendo conto di avere ancora tanti limiti da superare, ma anche di avere l’attitudine giusta per imparare qualcosa di nuovo da ogni persona e situazione che incontro. Non mi spaventa il confronto, la critica, il biasimo del pubblico.
Molto di più l’accondiscendenza, o la gentilezza facile.
Non so in che direzione andrà il mio percorso, sinceramente. La mia evoluzione dipenderà da me, ma soprattutto dagli incontri che farò da qui in avanti.
Da come saprò lasciarmi permeare positivamente da chi ha qualcosa che io non ho — e viceversa. Negli ultimi anni ho iniziato a lavorare con dei pischelli più piccoli, che mi stanno insegnando tantissimo, e con cui ci completiamo a meraviglia. Col tempo mi auguro di condividere anche un po’ più di responsabilità, e smettere di accollarmi tutto da solo. Perché già scrivere un disco è una fatica, ma non è neanche l’1% di quello che poi serve per rendergli giustizia e farlo vivere veramente. L’anno prossimo vedrà la luce anche un disco in duo con Dario Castelli — che sarà una cosa aliena rispetto a tutto quello che ho fatto finora. Ma non anticipo nulla, perché stiamo ancora nel pieno del lavoro.

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Psycho Red sperimenta con “Maschine / Still Pushin’”: il rap incontra una produzione fuori dagli schemi
Due produzioni, due strofe e un unico singolo. Psycho Red sceglie una struttura insolita per “Maschine / Still Pushin’”, il nuovo brano che introduce un elemento inedito nella sua discografia: la produzione musicale curata direttamente dall’artista.
Il rapper, originario di Rieti e attualmente residente in Germania, è attivo dal 2016 e ha sviluppato nel corso degli anni un repertorio legato al rap e alle sue contaminazioni contemporanee. Con questa pubblicazione propone una soluzione compositiva che si distingue dalla struttura più convenzionale del singolo, suddividendo il brano in due sezioni caratterizzate da beat differenti.
“Maschine / Still Pushin’” non si limita quindi a un semplice cambio di ritmo, ma sviluppa due momenti musicali all’interno della stessa traccia. La seconda parte introduce una variazione nella costruzione sonora senza allontanarsi completamente dall’atmosfera iniziale. A collegare le due sezioni rimangono le sonorità trap e l’impostazione rap che caratterizza l’intero lavoro.
La particolarità di questa uscita riguarda anche il processo di realizzazione. Psycho Red ha infatti assunto per la prima volta il ruolo di producer, curando personalmente la base musicale oltre alla scrittura e all’interpretazione. Un ampliamento delle attività in studio che comprende anche la realizzazione della copertina, concepita direttamente dall’artista.
Per il mix e il master è stato coinvolto DJ Arm, collaboratore già presente nella storia discografica di Psycho Red, al quale è stata affidata la finalizzazione tecnica del brano. Una collaborazione che si inserisce in un progetto caratterizzato da una gestione prevalentemente autonoma delle diverse fasi di lavorazione.
Anche sul piano della comunicazione, l’uscita viene accompagnata da contenuti realizzati direttamente dal rapper, tra reel e materiali destinati principalmente a Instagram e TikTok. Un lavoro che affianca la distribuzione del singolo e ne sostiene la presenza sulle piattaforme digitali.
A differenza di molte pubblicazioni utilizzate come anticipazione di progetti più ampi, “Maschine / Still Pushin’” non è attualmente associato all’annuncio di un nuovo disco. Si tratta di un singolo che trova una propria collocazione nella discografia di Psycho Red e che introduce una modalità di produzione destinata a poter essere sviluppata anche nelle successive pubblicazioni.
A dieci anni dai primi passi nella musica, il rapper aggiunge dunque una nuova competenza al proprio lavoro, scegliendo una traccia dalla struttura particolare per presentare questa evoluzione.
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Capstan e Muttofunk riattivano F.U.E.L.: “Space Program 45” porta il rap fuori orbita
Sedici anni dopo il primo capitolo, Capstan e Muttofunk tornano a firmare insieme un disco con “F.U.E.L. 2: Space Program 45”, pubblicato da Vibrarecords / Bootay. Un ritorno che rimette in movimento un progetto nato molto prima del 2010, quando i due artisti veronesi avevano già alle spalle anni di musica condivisa, demo, live e sperimentazioni.
F.U.E.L. — acronimo di Funk Union Editing Loops — è sempre stato un territorio comune, un punto d’incontro tra due identità diverse ma complementari. Da una parte Capstan, rapper e DJ con una forte cultura del digging e del rap; dall’altra Muttofunk, produttore e polistrumentista con un approccio più legato alla composizione, ai synth e alla costruzione del suono. “Space Program 45” nasce proprio nell’incastro tra questi due mondi e restituisce un album che mette il groove al centro senza ridurlo a semplice citazione.
Il nuovo lavoro si muove tra hip hop, funk, G-Funk, West Coast ed elettronica, ma lo fa con una produzione molto più ampia rispetto al primo F.U.E.L. Se allora il campionamento aveva un peso centrale, oggi il suono è costruito in larga parte attraverso strumenti, sintetizzatori, batterie programmate e linee di basso che danno al disco una fisionomia precisa. Il risultato mantiene una matrice profondamente rap, ma evita di rimanere ancorato a una sola epoca o a un unico codice sonoro.
A tenere insieme il progetto c’è anche la scrittura di Capstan, capace di passare con naturalezza da momenti più leggeri ad altri maggiormente osservativi, senza trasformare il disco in una raccolta di brani scollegati. L’album conserva una forte componente ludica, quasi cinematografica, ma sotto la superficie resta sempre riconoscibile uno sguardo sul presente.
Il titolo “Space Program 45” riprende inoltre l’immaginario fantascientifico che aveva già accompagnato il primo F.U.E.L., aggiornandolo attraverso una nuova identità visiva. La copertina firmata da Tommy Verità, costruita attorno a una televisione CRT, prosegue idealmente quel mondo fatto di segnali, trasmissioni, tecnologia e riferimenti retrofuturisti. Un’estetica che acquista ancora più peso nell’edizione fisica, pensata come parte integrante del progetto e non come semplice supporto.
Nel disco compaiono anche DJ Zeta, Sebastiano De Gaspari, Snapcat, Lord One e DJ Maroder, presenze inserite senza snaturare il nucleo centrale del lavoro. Sul fronte tecnico, il mix porta la firma di Manny Mani, mentre il mastering è stato affidato a Bassi Maestro; il pressing del vinile è curato da Mother Tongue Records.
“F.U.E.L. 2: Space Program 45” arriva inoltre dopo anni in cui entrambi hanno continuato a muoversi tra progetti e collaborazioni differenti. Capstan ha lavorato, tra gli altri, con Jack the Smoker, Asher Kuno, Egreen, DJ Zeta e Re-Tko, pubblicando nel 2024 “V-troit” insieme a Dankery Harv dei Frank-N-Dank. Muttofunk ha invece continuato ad attraversare rap, funk, soul ed elettronica, affiancando alla produzione il lavoro da musicista e partecipando anche a North Of Loreto di Bassi Maestro.
Il nuovo F.U.E.L. raccoglie quindi due percorsi cresciuti parallelamente e li riporta dentro uno stesso spazio creativo. Non una riedizione del passato, ma un nuovo capitolo costruito con strumenti, esperienza e prospettive diverse: stesso nome, altra traiettoria.
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Naesh: «Il rap deve essere autentico, senza costruirsi un personaggio». L’intervista su “N”
Dopo alcuni anni di distanza dalla musica, Naesh riprende il proprio percorso con “N”, il nuovo album interamente prodotto da RameBiz. Un progetto che nasce da un’esigenza personale, lontano dalle strategie e dalla necessità di inseguire le tendenze, e che mette insieme scrittura introspettiva, ego trip e una visione dell’hip hop maturata attraverso vent’anni di esperienze.
Dalla collaborazione con un amico di lunga data al rapporto con la propria identità artistica, passando per il valore della credibilità e la libertà di muoversi tra linguaggi differenti, Naesh racconta la genesi del disco e il significato che la musica continua ad avere nella sua vita.
“N” arriva dopo un periodo in cui avevi seriamente pensato di chiudere con la musica. Quando hai ricominciato a scrivere, hai ritrovato immediatamente il Naesh di prima oppure hai dovuto conoscere una versione diversa di te stesso?
Credo che a spingermi a ricominciare sia stata soprattutto l’esigenza di raccontare storie nuove. Negli ultimi anni ho ascoltato prevalentemente rap classico e ad un certo punto ho sentito che quella fosse la forma più adatta per esprimere quello che avevo in mente. Rispetto alla trap, mi dava maggiori possibilità di sviluppare certi temi e raccontare determinate esperienze con una maturità diversa, senza rinunciare al mio modo di scrivere. Con “N” non ho cercato di recuperare il passato né di dimostrare qualcosa a qualcuno. Ho semplicemente ricominciato a fare quello che mi piaceva, partendo da quello che sono oggi.
Nel disco convivono due anime: una più riflessiva e una che lascia spazio all’ego e alla competizione. Quanto è importante, per te, non dover scegliere tra il raccontare le proprie fragilità e il mostrare sicurezza al microfono?
La cosa che mi ha fatto innamorare del rap è proprio la sua capacità di affrontare praticamente qualsiasi argomento e di farlo attraverso linguaggi e attitudini anche molto diversi tra loro. Non sono mai stato un ascoltatore legato ad un’unica forma di rap: mi è sempre piaciuto esplorarlo a 360 gradi, dal racconto più introspettivo e conscious fino alla competizione, al puro esercizio di stile, alla ricerca della reference che possa creare un certo tipo di immaginario e alla punchline potente. Per me non c’è nessuna contraddizione tra queste due anime. Anzi, credo che la ricchezza del rap stia proprio nella possibilità di passare da una dimensione all’altra senza perdere la propria identità. Con “N” ho voluto concedermi questa libertà, senza impormi limiti e senza sentirmi obbligato a scegliere un’unica direzione. La sicurezza al microfono fa parte di quello che sei così come le tue fragilità. L’importante è che entrambe le dimensioni siano sincere e che ci sia una ragione per esprimerle.
Hai raccontato di aver costruito questo album con RameBiz mettendo il vostro rapporto umano davanti a tutto. Quanto cambia il risultato creativo quando lavori con qualcuno che conosce la tua storia anche fuori dallo studio?
Con RameBiz ci sono cresciuto. Siamo amici da tanti anni e non potrei chiedere di meglio a livello di produzioni, perché ci capiamo al volo e condividiamo una visione musicale molto simile. Questo non significa che siamo sempre d’accordo, anzi, spesso nascono discussioni, ma credo che il confronto sia fondamentale per arrivare ad un risultato che soddisfi entrambi. Faccio fatica ad immaginare di realizzare un album affidandomi ad un produttore distante o semplicemente acquistando dei beats. Sono ancora un inguaribile romantico: credo nel concept album e penso che il tappeto sonoro debba essere omogeneo e coerente con ciò che si vuole raccontare. Per “N” abbiamo lavorato insieme ad ogni produzione, costruendo il disco passo dopo passo. Credo che questo abbia dato al progetto una forte identità e, allo stesso tempo, ci abbia uniti ancora di più.
Si parla spesso della musica come di qualcosa che aiuta a elaborare le esperienze. Nel tuo caso, scrivere “N” ti ha permesso di comprendere meglio alcuni momenti della tua vita oppure è stato soprattutto un modo per raccontarli?
Ho cominciato a fare rap per un’esigenza personale e ogni pezzo che ho scritto ha sempre avuto un significato preciso. Alcuni brani nascono semplicemente dal piacere di fare rap e dalla voglia di mettermi alla prova, altri invece hanno una dimensione più intima. In “N” c’è un pezzo che è stato un vero e proprio sfogo: avevo bisogno di esternare determinate cose e scriverle mi ha aiutato a buttarle fuori. I brani più introspettivi sono anche una sorta di promemoria delle esperienze che ho vissuto e delle lezioni, a volte molto dure, che ho imparato. Inciderle su un beat mi ha permesso di esorcizzarle e di dare loro una forma. Più che trovare tutte le risposte, la musica mi ha dato un modo per raccontarle e, in qualche misura, fare pace con esse.
Hai scelto una sola lettera per rappresentare un intero disco. In un’epoca in cui gli artisti tendono a spiegare e mostrare continuamente tutto di sé, quanto conta per te lasciare qualcosa all’interpretazione di chi ascolta?
Per me è fondamentale lasciare spazio all’interpretazione di chi ascolta. Quando pubblichi un disco, smette di essere soltanto tuo e diventa anche di chi lo ascolta, che lo rielabora attraverso le proprie esperienze. Non credo che un autore debba sentire il bisogno di spiegare continuamente ciò che scrive: deve riuscire a comunicare attraverso la propria musica. Personalmente, cerco di sapere il meno possibile degli artisti che ascolto, perché non voglio che la loro personalità influenzi il mio giudizio sulla musica. Credo che l’opera debba poter vivere indipendentemente dal suo autore, e mi piace pensare che “N” possa assumere significati diversi a seconda di chi lo ascolta.
In brani come “Vita lenta”, “Re Carlo” e “California” emergono già titoli che suggeriscono immaginari differenti. Come scegli quali aspetti della tua personalità trasformare in canzoni e quali, invece, tenere per te?
Credo che nei miei lavori ci siano tutte le sfaccettature della mia personalità. Sono una persona profonda e malinconica, ma allo stesso tempo amo la leggerezza, ridere e far divertire. Non vedo queste dimensioni come contraddittorie: fanno tutte parte di me e non voglio rinunciare a nessuna di esse quando faccio musica. L’unico limite che mi pongo riguarda le cose che potrebbero ferire inutilmente qualcuno. Non amo fare nomi e cognomi e difficilmente farei un dissing: preferisco raccontare situazioni attraverso il mio punto di vista, senza trasformare una canzone in un attacco personale.
Se pensi alle persone che ti ascoltavano nei primi anni della tua carriera e a quelle che potrebbero scoprirti oggi, quale parte di Naesh vorresti che entrambe riuscissero a riconoscere?
Mi piacerebbe che il filo conduttore di tutti i miei lavori fosse la credibilità, l’autenticità. Ho sempre preso molto sul serio il “keep it real”, che per me significa essere coerente con quello che sono, senza costruirmi un personaggio per piacere agli altri o inseguire le tendenze del momento.
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