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CanovA ci racconta “Benedetto l’inferno” il suo nuovo singolo con Gianna Nannini e Rosa Chemical: “Voglio creare qualcosa di sorprendente”

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E’ disponibile da venerdì 7 gennaio, “BENEDETTO L’INFERNO” (Columbia Records/Sony Music Italy), il nuovo singolo di CanovA feat. Gianna Nannini e Rosa Chemical.

Dopo aver lanciato il suo nuovo progetto artistico con “Sorpresa”, nato dalla collaborazione con Nayt, nonché versione speciale del brano del rapper contenuto nel suo ultimo album DOOM, “Benedetto l’inferno” prende vita dall’incontro tra CanovA, la regina del rock e uno degli artisti più poliedrici e richiesti degli ultimi anni. Il producer ha messo insieme due anime esplosive, a prima vista molto diverse, che hanno generato una traccia passionale e travolgente.

Chi meglio dello stesso CanovA poteva raccontarci la genesi di “Benedetto l’inferno” e tutto il percorso artistico che lo ha portato alla realizzazione di questo suo nuovo progetto? Noi di Honiro Journal lo abbiamo intervistato!

Sappiamo che “Benedetto l’inferno” assieme alla nuova versione di “Sorpresa” è uno dei tasselli che andrà a comporre il grande mosaico del tuo nuovo progetto. Ti andrebbe di raccontarci qual è la tua idea e come è nata l’ispirazione per un lavoro di questo tipo?
L’idea di questo progetto è nata tempo fa. Durante il lockdown del 2020 ho costruito uno studio in casa e questo mi ha portato ad espormi maggiormente sui social, raccontando tecnicamente il mio lavoro e mostrando tutte le sfaccettature della mia professione.

In particolare, ho iniziato due impegni settimanali che sto continuando tutt’ora. Ogni giovedì ascolto i pezzi dei ragazzi che vogliono farmi sentire la loro musica e do loro dei consigli. Ogni martedì invece faccio ascoltare le sessioni originali di Pro Tools dei brani che ho realizzato in passato con artisti come Giorgia, Tiziano Ferro, Marco Mengoni, ecc… Mostro traccia per traccia l’evoluzione della produzione, facendo vedere come si arriva alla versione definitiva del brano.

Queste iniziative mi hanno avvicinato a Maria de Filippi e a collaborare con la scuola di “Amici”. Mi interfaccio a distanza con gli artisti e lavoro alla produzione dei loro brani. Queste esperienze mi hanno fatto capire che in vent’anni di carriera “dietro le quinte” ho curato a 360° molti progetti, ma sempre di altri artisti. Così è nata l’idea di crearne uno tutto mio. In questo lavoro coinvolgerò personalità del mondo musicale con cui ho già collaborato, ma anche artisti con cui non avevo ancora avuto il piacere di lavorare, come è stato con Nayt per la nuova versione di “Sorpresa”.

Come è nata l’idea di far incontrare due anime così diverse come Gianna Nannini e Rosa Chemical nello stesso brano?
Volevo unire in un unico pezzo degli artisti apparentemente molto lontani tra loro, per creare qualcosa di sorprendente e inaspettato. Ho conosciuto Gianna Nannini nel 2006, ho lavorato a diversi suoi dischi. Stavo producendo “Diamante” ed ero in studio con lei e Francesco De Gregori. In quel momento ho avuto l’idea di far ascoltare a Gianna “Polka” di Rosa Chemical, artista con cui avevo collaborato poche settimane prima. Gianna si è innamorata immediatamente della personalità artistica e dei brani di Rosa. Dall’energia del loro incontro si è creato “Benedetto l’inferno”, il brano è nato in sole 4 ore!

CanovA, in “Benedetto l’inferno” Gianna Nannini afferma “devi cadere in basso per tornare più su”. Il tuo lavoro porta sicuramente a grandi soddisfazioni, spesso però molte persone non si accorgono di tutti i sacrifici e le rinunce che sono fondamentali per avere una carriera come la tua. Qual è un aspetto che pensi il pubblico non conosca del tuo lavoro?
Le persone non possono immaginare che si stia, soprattutto per la prima parte di questa professione, moltissime ore in studio al giorno, compreso il sabato e la domenica. C’è tanto da imparare tecnicamente, c’è molto da sacrificare ma, personalmente, essendo sempre stata una grande passione, a me questo non è mai dispiaciuto. Paradossalmente, quando non ero in studio, avvertivo la mancanza di fare musica.

Credo che il pubblico non sappia quanto tempo ci voglia per imparare come registrare propriamente una voce, una chitarra, ma anche semplicemente conoscere l’armonia e saper suonare gli accordi in modo corretto. Arrangiare e accompagnare un brano musicale è il traguardo che arriva dopo un lungo percorso, dopo anni passati ad imparare a conoscere gli strumenti, gli amplificatori. In ogni processo creativo poi, è fondamentale avere una mente più aperta possibile, in modo da poter imparare da tutto e da tutti.

Una carriera come la tua non può che derivare da una grandissima passione, da qualcuno che fa le cose con il cuore. Questa è una cosa che ultimamente si è un po’ persa. Molti giovani fanno cose per farle e non mettendoci davvero sentimento, che consiglio daresti ai ragazzi per inseguire la loro strada con passione? Come si trova o si ritrova questa passione?
La passione si incontra o si rincontra nel tempo. In questo periodo noto che le persone che fanno musica decidono di intraprendere questa strada perché veramente ci credono e veramente nella loro vita vogliono fare questo.

Non c’è momento migliore di oggi per trovare o ritrovare la passione ed imparare da soli, anche da autodidatti. YouTube, ad esempio, è un database formidabile. Certo, bisogna saper scegliere i tutorial validi, ma fino a qualche anno fa piattaforme simili non erano nemmeno a disposizione. Mi sembra un buon periodo per cominciare a cercare e coltivare questa passione.

Io stesso, grazie ai miei canali social, mi imbatto in tantissimi giovani che hanno voglia di esprimersi, di confrontarsi, di far ascoltare la propria musica. Il consiglio che posso dare per iniziare è di acquistare il minimo indispensabile e cominciare a fare musica, ormai abbiamo degli strumenti e dei mezzi che lo permettono.

A proposito di passione, in un mondo ormai così tecnologico e frenetico quanto è importante per un produttore e in particolar modo per te, cercare e mantenere l’aspetto umano della musica, l’emozione?
Penso che siamo riusciti a valorizzare questa importante sfaccettatura della musica durante il lockdown. Nel periodo che ormai tutti conosciamo bene, noi musicisti, come anche tutto il resto del mondo, siamo stati costretti a lavorare e collaborare da remoto. All’inizio in questa modalità si potevano trovare anche dei vantaggi, ma dopo un anno e mezzo di sessioni portate avanti in questo modo, abbiamo molta nostalgia del contatto umano, ci mancano le emozioni che si provano dal vivo, la magia che si respira all’interno di uno studio.

Oggi giorno i ritmi sono fulminei, dopo una media di sei ore il pezzo deve essere pronto, il lavoro in studio è quindi diventato una sorta di performance. Nei brani chiusi a distanza c’è sicuramente molto sentimento, ma penso siano un po’ privi di quell’anima che avrebbero potuto avere se creati dal vivo.

Guardando la lista di tutti i grandi artisti con i quali hai collaborato si prova un’emozione incredibile. Tu che emozione provi a sapere di aver fatto arrivare la tua musica a così tante persone? Che effetto ti fa?
La mia fortuna è stata quella di pensare di fare musica per me stesso, per mia passione e mia esigenza. Il mio lavoro deve tener conto di molti parametri: le tendenze musicali, la struttura delle canzoni e altri aspetti che variano molto con il passare del tempo. Non mi sono mai posto grandi pressioni dal punto di vista artistico ma quando collabori con altri grandi nomi è naturale desiderare che il risultato sia il migliore possibile. Ho sempre creato la musica che mi sarebbe piaciuto sentire, quindi sapere che la ascoltano e la apprezzano anche molte altre persone è un immenso piacere.

CanovA, ci hai raccontato “Benedetto l’inferno” e questo tuo nuovo progetto, volendo riavvolgere il nastro e tornare un attimo agli inizi, Come ti sei avvicinato al mondo della musica? Qual è stato il momento in cui hai compreso che eri sulla strada giusta e che questa sarebbe stata la tua vita?
Gli inizi sono stati a Padova, quando all’età di 10 anni ho deciso di intraprendere un percorso di musica classica. In seguito mi sono iscritto al conservatorio Cesare Pollini dove mi sono appassionato in particolar modo al violino. Ho deciso di convertire l’affitto del mio pianoforte nell’acquisto di una tastiera, e da lì è iniziato il vero e proprio viaggio. Si faceva sempre più viva l’idea di unire la musica alla mia altra passione, l’informatica. A sedici anni ho iniziato a conoscere i primi software e sono riuscito a costruirmi il mio primo, piccolo, studio.

Poco tempo dopo, la voglia di fare musica ha iniziato a crescere sempre di più, nonostante io non fossi nemmeno a conoscenza che questa potesse essere una vera e propria professione. Così, ho incominciato a fare i primi dischi. Poi, casualmente, ho incontrato Leandro Barsotti, che mi ha chiesto se volessi partecipare ad un suo disco. Questo mi ha portato a conoscere Mara Maionchi e Salerno, i primi produttori esecutivi di Leandro. È stato quello il momento in cui ho capito che questa poteva davvero essere la mia strada. A 19 anni, per la prima volta, mi sono ritrovato in un vero e proprio studio di registrazione. Mi sono innamorato ancor di più della musica quando ho capito che sarebbe potuta diventare il mio lavoro.

Ora che sei arrivato dove sei arrivato e dove probabilmente anni fa sognavi di arrivare, c’è qualcosa che ti manca di quando eri all’inizio? Qualcosa di cui hai particolarmente nostalgia?
Provo molta nostalgia nei confronti di Padova, la mia città natale. Quando ci sono tornato, pochi mesi fa, mi ha fatto particolarmente piacere rincontrare tutti i miei amici del liceo e tutte le persone che avevano caratterizzato la mia adolescenza. Da ragazzi si tenta in tutti i modi di “evadere” dal proprio mondo, dal posto in cui si è nati, per raggiungere Milano o altre grandi realtà, ma quando poi questo accade ne nasce una nostalgia molto forte.

Avrei anche l’idea di realizzare, proprio a Padova, un’università della musica e inventare qualcosa di nuovo per i ragazzi che vogliono intraprendere questa strada. Ho notato che ora c’è molto movimento per quel che riguarda questo campo, andrebbe coltivato il talento di molti giovani.

Quali sono gli aspetti delle tue origini che hanno maggiormente influenzato la tua musica? Dato che attualmente vivi a Los Angeles qual è invece la parte del panorama Americano che ti affascina di più? Mi ha influenzato sicuramente la musica con la quale mia madre mi ha cresciuto quindi Battisti, De André, De Gregori, tanti cantautori italiani. Ricordo che, quando avevo all’incirca 15 anni, ascoltavo in particolar modo Jovanotti e Carboni ma anche gli U2 e i Pink Floyd.

Della musica americana mi affascina particolarmente il fatto che si possa fare qualsiasi genere e trovare comunque un pubblico vasto. In Italia, alcune volte, si tende a seguire maggiormente il genere del momento. Quando invece si guardano i Grammy ci si accorge che ci sono premi per ogni stile, spesso anche per generi che noi stessi non conosciamo ma di cui potremmo appassionarci o che, comunque, potrebbero arricchirci. Questo è l’aspetto mi sorprende particolarmente dell’America, l’essere così eclettica. La musica inoltre, qui negli USA non è vissuta come un passatempo o un hobby ma come un vero e proprio percorso, che inizia proprio dalla scuola, con lo studio di uno strumento e l’approfondimento della storia musicale.

CanovA, c’è qualcosa in particolare che vorresti i nostri lettori sapessero di “Benedetto l’inferno” del tuo nuovo progetto, della tua musica o della tua carriera?
Vorrei sapessero che ci saranno altri episodi di questo nuovo progetto, il ritmo spero possa essere un singolo ogni 2 mesi circa. Come è stato per “Sorpresa” e “Benedetto l’inferno” voglio dar vita a brani inaspettati. Voglio unire artisti o concetti che a primo impatto potrebbero sembrare incompatibili tra loro o comunque opposti. Il mio intento è quello di alimentare la curiosità e il rischio nella musica!

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Onyx live al Pistoia Urban Festival (PUF): musica, writing e cultura urban il 13 giugno

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Sabato 13 giugno 2026, dalle 11:00 alle 02:00, il Parco di Monteoliveto a Pistoia si trasformerà in un punto di convergenza per tutte le anime della cultura urban con la nuova edizione del PUF – Pistoia Urban Festival. Ingresso gratuito e una visione precisa: costruire uno spazio reale dove musica, writing, sport e comunità possano convivere senza compromessi.

Organizzato dall’associazione culturale Art in the Park, realtà attiva sul territorio dal 2020, il festival entra ufficialmente in una nuova fase. A guidarlo è Gianluca Reni, in arte Pinzi, tatuatore e presidente dell’associazione, che negli anni ha sviluppato un progetto capace di crescere in modo organico, mantenendo sempre un legame diretto con la strada e con chi la vive. Il passaggio al nome PUF – Pistoia Urban Festival non è solo un rebranding, ma la definizione chiara di un’identità più ampia, più riconoscibile, più ambiziosa.

Una giornata intera pensata per chi la cultura urban la crea, la pratica e la attraversa ogni giorno.

Onyx (USA) live: energia hardcore e connessione tra generazioni

A segnare questa nuova fase è la presenza degli ONYX, storico gruppo hardcore hip hop statunitense e nome simbolo di un’attitudine che ha attraversato decenni senza perdere impatto. La loro musica, diretta e senza filtri, ha contribuito a definire un immaginario preciso, fatto di energia, identità e appartenenza.

Portare gli Onyx a Pistoia significa creare un collegamento concreto tra la scena internazionale e il contesto locale, mettendo sullo stesso piano radici e presente. Non è solo un live, ma un momento di connessione culturale che parla a più generazioni.

Ad aprire il palco saranno Clickhead + Lvnar due artisti che rappresentano una nuova sensibilità sonora e visiva, capaci di inserirsi in un contesto come PUF mantenendo un linguaggio contemporaneo e personale. Due percorsi diversi, un’unica direzione: portare sul palco qualcosa di autentico, senza filtri. La musica, in questo contesto, diventa uno dei tanti linguaggi attraverso cui il festival prende forma.

Le attività del festival: writing, battle e cultura in movimento

PUF è costruito come un ecosistema urbano a 360 gradi, dove ogni area racconta un pezzo preciso della cultura. Dall’area dedicata al writing, fino alla skate area, passando per il torneo di streetball 1vs1, la breaking battle 1vs1 e il freestyle contest, il festival si muove tra discipline diverse mantenendo un’unica linea: espressione libera e confronto diretto.

Accanto a queste attività, spazio anche allo streetwear & market, pensato come punto di incontro tra creativi, brand e pubblico, in un dialogo continuo tra estetica e identità.

Il programma dettagliato di ogni singola area – dal writing alle battle – verrà svelato progressivamente. Per partecipare alle attività, ricevere informazioni o entrare in contatto con l’organizzazione è possibile scrivere via email ( Info.artintheparkevents@gmail.com ) e seguire la pagina Instagram ufficiale di Art in the Park, dove verranno pubblicati tutti gli aggiornamenti e le call dedicate.

PUF non è solo un festival. È uno spazio vivo, in continua evoluzione. È cultura.

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Il Contagio: identità, consapevolezza e “Un Metro e un Nigiri” fuori dalle logiche del mercato

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Il Contagio torna con “Un Metro e un Nigiri”, un singolo che segna un momento preciso del suo percorso: meno rincorsa, più identità. Un brano che nasce da un’esigenza personale prima ancora che artistica, e che porta dentro riferimenti concreti, vissuti, radici. Lecco non è solo uno sfondo, ma una presenza attiva, quasi un motore creativo che negli ultimi tempi ha contribuito a rimettere tutto al suo posto.

Dopo oltre vent’anni dentro l’hip hop, il suo approccio è cambiato: via l’ossessione dell’arrivare, dentro la volontà di fare musica per ciò che è, senza adattarsi alle dinamiche del mercato. Una direzione lucida, consapevole, che oggi si traduce in una serie di singoli costruiti con BM Records e destinati a diventare qualcosa di più ampio.

In questa intervista ci racconta cosa c’è dietro “Un Metro e un Nigiri”, il rapporto con la sua città, le disillusioni della scena e la visione che sta costruendo passo dopo passo.

  1. Con questo nuovo singolo sembri puntare su immediatezza e identità: è una fase precisa del tuo percorso?

“Un Metro e Un Nigiri” è un pezzo identitario, si, in quanto è pieno di riferimenti al mio contesto di vita. Potete trovare tracce della mia cara LC sia nella canzone che nel video realizzato da S Production. Non è il primo brano in cui emerge la mia appartenenza a Lecco, ma questa componente è in crescita nell’ultimo periodo: la mia città mi ha dato tanto nell’ultimo periodo, aiutandomi a riprendermi da un brutto periodo e a ricentrarmi. Ho trovato le energie dentro di me, certo, ma l’ho fatto con lo sguardo al lago, alle montagne, allo stadio, ai pub, allo studio di registrazione. Quando un essere umano è grato a qualche cosa, è normale che decida di inserirla nella propria arte.

  1. Come nasce la collaborazione con Bolas e cosa ha portato al suono di questo pezzo?

Bolas è un giovanissimo produttore e compositore della mia zona. L’ho conosciuto anni fa, quando mi ospitò un paio di volte in un programma radiofonico che conduceva; fu una bellissima esperienza. Da lì abbiamo iniziato a parlare di musica… e noi due parliamo davvero tanto! Mi ha proposto di poter mettere la voce su una delle sue produzioni, e questa è quella che ho preferito. Adoro il groove di quel basso! Inoltre, Bolas è uno dei due membri di S Production, che ha realizzato il video che potete trovare sui social networks.

  1. Stai lavorando a una serie di singoli con BM Records: c’è una strategia dietro questa continuità?

Si, decisamente: l’intento mio e di Masta Five è quello di creare in futuro una raccolta di tutte queste canzoni, uno spaccato del periodo che sto vivendo e mettendo in rima. Mi piace l’idea di una raccolta, è una dimensione inedita per me.

Per ora sono uscite: “Lei, Lui, Loro, Noi”, “La Giusta Distanza”, “Dopo Il Sereno”, “Tagliaecucidisinapsi”. Con “Un Metro e Un Nigiri” siamo a 5, e in arrivo ci sono altre chicche firmate Il Contagio!

  1. Dopo tanti anni nella scena, cos’è cambiato nel tuo approccio alla musica e al pubblico?

20 anni tondi tondi nell’hip hop… e si, i cambiamenti ci sono stati, eccome! Ad esempio, c’è stato un momento in cui volevo sfondare, emergere. Idea quantomeno bizzarra nell’hip hop underground, tanto che l’ho fatta a piccoli pezzi e l’ho riposta nell’apposito cassonetto. A ciò ho sostitutito la volontà di spaccare, di fare musica bella, per il gusto di farla, senza una finalità ulteriore. “Art for art’s sake”. Un altro esempio è la volontà passata di arrivare a tutti: ora so che la mia musica è destinata a un determinato pubblico, a determinati ascoltatori. Preferisco ricevere il consenso di chi stimo nell’hip hop, piuttosto che “bravo” da chi ha appena finito di ascoltare Sal Da Vinci.

In generale, il cambiamento, l’evoluzione del mio approccio alla musica, al pubblico e all’hip hop è sotto questo segno: ho capito da dove vengo, quindi ho capito chi sono, perciò mi è chiaro dove sto andando. E, soprattutto, mi ricordo sempre che sto facendo il rap… in Italia.

  1. Hai mai avuto momenti di disillusione rispetto al mercato o alla scena?

Solo un folle non ne avrebbe. Soprattutto dopo tutto questo tempo. Quando vedo sedicenti paladini dell’hip hop fare un restyling di loro stessi per poter cantare sulla Rai a febbraio… quando mi capitano le storie Instagram di artisti underground che si rivolgono al loro cellulare come se stessero parlando a grandi folle… quando sento gli ex duri e puri fare i props ai peggiori scemi di plastica… si, lo ammetto, vacillo. Se no quando, mi è appena successo, nessuno alza il telefono per mesi per propormi una data… o quando vedo che vengono spinti signori e signore Nessuno, ancora prima che pubblichino una canzone.

Ma poi mi ricordo quanto ti dicevo poco fa rispetto a cosa mi spinge a fare musica. E mi ricordo del ritornello di questo singolo: “lo faccio con la solita passione, anche se il mercato va nell’altra direzione” e via dicendo…!

  1. Guardando avanti, stai costruendo un progetto più ampio o preferisci restare su uscite singole?

C’è l’idea della raccolta, come ti dicevo. Ma è anche vero che questa sfornata di singoli mi sta stimolando: per tanto tempo ho solo lavorato stando nel concetto di album, quindi in questo periodo mi ritrovo a potermi concentrare maggiormente sul dettaglio della singola canzone. E NicoFuzz, che pazientemente mi mixa i brani, sa bene quanto io ami i dettagli!

Non escludo, comunque, di tornare a lavorare a progetti unitari, come l’ep realizzato con Nix l’anno scorso e i miei due album solisti. Collaboro con tanti produttori, ho davvero l’imbarazzo della scelta… e nessuna fretta.

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Centochili riportano il boom bap al centro con The Craft. Intervista

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The Craft non è un disco che nasce per caso. È il risultato di anni messi da parte, beat lasciati lì a maturare e una scelta precisa: fermarsi, chiudere un capitolo e tornare a fare musica nel modo più diretto possibile.

Centochili arrivano da un percorso fatto di dj set, connessioni e cultura vissuta sul campo, ma con questo progetto spostano il focus sulla produzione, riportando tutto all’essenziale. Niente scorciatoie, niente rincorsa ai trend: solo un suono costruito con tempo, identità e visione.

Dentro The Craft c’è una direzione chiara e una rete internazionale che si è creata in modo naturale, partendo dai beat e arrivando alle persone. Un disco che non vuole dimostrare nulla, ma che mette in fila anni di lavoro e li trasforma in qualcosa di concreto.

The Craft è un progetto che arriva dopo anni di lavoro e di pausa. Cosa rappresenta oggi questo disco per voi?

E + S: È la chiusura di un cerchio iniziato anni fa ed allo stesso tempo un nuovo inizio. E’ l’ennesimo percorso fatto insieme, fianco a fianco e come altri prima di questo siamo curiosi di vedere in cosa ci siamo buttati!

Per molto tempo siete stati attivi soprattutto come DJ. Che differenza c’è tra suonare hip hop e produrlo?

E + S: Credo sia come quando si organizza una cena. Quando si è invitati, bisogna portare qualcosa che piaccia in base al tipo di occasione. Quando si ospita, invece, devi accogliere al meglio le persone che hanno accettato il tuo invito. La differenza tra suonare e produrre penso sia proprio questa. In entrambe le situazioni però, lo si fa per la community, per il piacere di condividere e questo è importantissimo.


Il disco nasce da un’idea di EP tra amici e si è trasformato in un album con numerosi featuring internazionali. Quando avete capito che stava diventando qualcosa di più grande?

E: Personalmente, quando Afu-Ra ci ha mandato il suo numero di telefono. xD

S: Oppure, quando sempre Afu-Ra, chiamò Edo a notte fonda per chiedergli come si pronunciava “Centochili”! 🙂

Il primo singolo “Waoh” ha segnato un momento chiave nel progetto. Cosa rende speciale quella traccia per voi?

E + S: È la traccia che ha dato il via a tutto. Senza quella probabilmente il disco non esisterebbe. Ringraziamo Casual e Ice B per aver creduto in noi dall’inizio e per averci dato la carica giusta per concretizzare il lavoro di tanti anni insieme.

Il vostro suono mantiene una forte identità boom bap. Quanto è importante per voi rimanere legati a certe radici sonore?

E + S: Siamo cresciuti con quello. Non è una scelta strategica, è quello che ci rappresenta. Anche volendo, credo faremmo una fatica pazzesca a tentare di emulare o realizzare un sound che non ci identifica.

Nel disco convivono punchline hip hop e tracce più conscious. Quanto è importante per voi mantenere questa doppia dimensione?

E + S: È importante ed automatico. Ci interessa mostrare entrambe le anime dell’hip hop. Fa parte della cultura e vogliamo mantenerla il più autentica possibile.

In che modo lavorate sui beat: partite da un campione, da una batteria o da un’idea di atmosfera?

E + S: Quasi sempre partiamo dall’ascolto di vecchi brani, dall’estrapolazione di suoni ricreandone un sample ed in seguito realizzare tutto il resto. Più che la tecnica, per noi, conta molto l’atmosfera che vogliamo creare ed ottenere per ogni singolo beat.

Dopo The Craft, cosa vi piacerebbe esplorare musicalmente nel prossimo futuro?

E + S: Desideriamo continuare a produrre musica internazionale mantenendo lo stesso approccio e trattamento di questo album, connettendo artisti da tutto il mondo. Vogliamo continuare a rendere omaggio all’hip hop in modo globale restando ciò che siamo sempre stati.

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