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Esce oggi ‘Pianeti’, il nuovo album di Ultimo!

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E’ uscito, ‘Pianeti’, l’album d’esordio di Ultimo! Il disco è disponibile nei digital stores (distr. Believe Digital) e in copia fisica ordinabile nello store honiro.bigcartel.com

«In questo disco ci sono più cose che avrei voluto vivere che cose che ho vissuto ed il bello è proprio qui: la musica è amica della fantasia, ed io le porto sempre in tasca con me. Non credere a niente che non sia fantasia. Il mondo è un posto misero se lo guardi con gli occhi di tutti. Distinguiti, vola alto – continua Ultimo- Ognuno di noi ha passato, passa e passerà momenti in cui guardandosi allo specchio non vedrà altro che una persona, ed è in quel momento che tu devi prendere in mano un sasso e trasformarlo con la fantasia in un pianeta».

Ultimo è un giovane musicista appartenente alla nostra scuderia Honiro Rookies, una delle label indipendente più attive nel panorama hip hop italiano, che ha nel suo cast artisti quali Briga, Mostro, Sercho, Shiva.

Così Ultimo, racconta, traccia dopo traccia, le canzoni del suo album d’esordio:

CHIAVE
La prima è sempre la prima. Non è una scelta casuale che il disco inizi con lei. Ricordo ancora quando entrai per la prima volta in studio da Yoshimitsu e Manusso e dissi “voglio esordire con questa”.
Mi piace pensarla più come un inno che come un brano…
La chiave è un simbolo magico: apre e chiude ogni cosa. Quando ho iniziato questo percorso mi sono detto “con questa devo aprirmi il destino. Ho sempre appesa al collo una chiave, apre la testa ad ogni rivale…”

IL CAPOLAVORO
Nasce in uno stupido pomeriggio di agosto. È l’unico brano del disco in cui la musica l’ho scritta insieme ad un altro musicista.. Un giorno Yoshi mi inviò una nota vocale su whatsapp e dopo 15 minuti gli rinviai il brano finito. Il titolo può ingannare, può far pensare alla canzone perfetta… invece è tutt’altro; nel testo io ammetto che lei era la sola nota che riusciva a far uscire da me il capolavoro che ho dentro, e che ora sembra non appartenermi più. È una nostalgia che mi porto dentro di quello che ero, che eravamo insieme… quando tutto sembrava troppo più facile di ora.

PIANETI
Il singolo dell’album. Il titolo dell’album. Molti di voi mi hanno chiesto il perchè di questa scelta… Io sono un sognatore, da sempre… e non ho mai voluto perdere la mia voglia di evadere. Mi spiego meglio. A me il mondo sta stretto, è un posto pieno di convinzioni inutili che la maggior parte della gente indossa. Io no, o almeno utopisticamente parlando, cerco di convincermi che sono il più lontano possibile dalla realtà. Non c’è stato giorno che Dio ha creato in cui non mi sono perso nella fantasia. L’amore si sa, c’è chi non lo dice, ma si sa, è il motore di tutto… e quando mi sono ritrovato a non riuscire a mostrarlo come volevo, e che non veniva recepito come io volevo, ho deciso di scrivere una canzone sull’attesa (come anche il video stupendo di Emanuele Pisano può confermare). Ho scelto di non scegliere. Sapendo che almeno nella fantasia, quello che nel mondo è un semplice sasso, io posso trasformarlo in un pianeta.

MILLE UNIVERSI
Incomprensione e rabbia. E’ la canzone più “cruda” del disco. Un viaggio nella consapevolezza di non riuscire più a controllare le cose. Lo scrissi un anno fa dopo aver terminato un discorso con uno dei tanti giullari che si spacciano per artisti e poi passa le giornate a capire come rimorchiare qualche ragazzina sui social. Ricordo che mi diede un fastidio tale da volergli spaccare la birra in testa. Si vantava di stronzate come i seguaci su Instagram, modi infimi su come arrivare ad essere più popolare, come rubare idee di qua e di la, e tutto con l’aria da superiore di chi pensa di essere davvero convinto di esistere. Tornai a casa e come prima frase mi uscì spontanea “a me serve di più di un telefono nuovo”… doveva essere chiaro quello che NON volevo. Maledette le persone.

SABBIA
Nella track-list è subito dopo “mille universi” e non è un caso. Hanno molto in comune. In entrambi i pezzi esterno una difficoltà ad associarmi alle cose e alle persone; con la differenza che in Sabbia mi esprimo al futuro sperando che le cose cambino (“voglio che un giorno si sappia…”) Mi piace pensarla come una canzone contro la resa. Perché tutti noi infondo siamo granelli che riempiono una spiaggia… e tutti noi abbiamo la possibilità di essere distinguerci, ognuno di noi resta unico se lo vuole.

RACCONTERO’ DI TE
Questo brano insieme a “Giusy” sono gli unici che ho scritto quando avevo 16 anni. Ero appena tornato da Cracovia e anche ora il solo ripensare a quel viaggio mi sta provocando una nostalgia incolmabile. Vivevo la mia prima relazione con una ragazza e quando tornai mi accorsi che per sempre qualcosa sarebbe cambiato… ma l’amore in quel caso fu solo un odore da inseguire per arrivare ad altro; infatti iniziai a scrivere d’amore per poi arrivare a parlare di qualsiasi cosa in quel momento mi faceva sentire vuoto. Avevo solo voglia di immaginare la mia vita tra vent’anni, e sapere quali fossero le cose che avrei voluto raccontare. Un concetto fondamentale che ripeto spesso anche parlando tutti i giorni lo esprime nella parte in cui scrivo : “Le volte che ho respinto e dicevano “sei un viziato” perché ho sempre avuto tutto e ho amato ciò che mi è mancato…vai a spiegarglielo a chi predica soltanto che è proprio chi ha avuto il pane che desidera qualcos’altro”; ovvero che non è vero che chi ha avuto tutto dalla vita non ha un motivo per lamentarsi semplicemente perché ha un piatto caldo a tavola, anzi, è proprio chi ha il pane assicurato, che cerca altro, ed è chi ha altro che cercherà altro ancora.

GIUSY
Un manifesto sulla fragilità femminile, che da sempre mi affascina. La cosa assurda che mi succede con questo pezzo è che l’ho scritto a 16 anni ma ogni volta che lo ascolto scopro in quello che dico nuove sfaccettature, ed è l’unico brano in cui trovo forza. Tante volte mi viene chiesto: “ma cosa provi quando ascolti i tuoi brani?” Io rispondo che se li ascolto è per aggiustare dettagli tecnici o perchè voglio cambiare qualcosa… con Giusy no, lei mi da forza nella vita quando sono giù, trovo nelle mie parole forza per me, e non c’è cosa più intima musicalmente parlando… che anche se le cose vanno male e se la vita si ribella, io posso sempre ribellarmi più di lei.

OVUNQUE TU SIA
Voglia di evadere che si ripresenta. E’ il mio “mal di mondo” che si ripresenta. Nel brano racconto i postumi di una storia d’amore finita, cercando di saturare i dettagli che più mi hanno colpito. Ho cercato di richiudere nelle strofe quello che materialmente mi mancava, (“è rimasta la collana che ti avevo regalato…”), sfociando nel ritornello con un urlo di speranza e di richiesta: “portami via, dove il mondo è un’idea…dove ancora sei mia…” E’ una canzone uscita a Maggio come mio secondo singolo, e secondo me ha un filo musicale coerente.

LA STORIA DI UN UOMO
Questa è la storia di un uomo pieno di speranze che è partito in cerca d’amore. Oggi guardandosi intorno tra i ragazzi che scelgono l’amore sembra trovare solo ovvietà. Qui invece c’è una persona pronta a scavalcare il mare che lo divide dalla donna che vuole, soltanto per averla accanto. Nel brano ci sono “botta e risposta” tra i due protagonisti, con l’uomo che forse quando capisce di aver viaggiato per la donna sbagliata, torna nella sua città, ed un pomeriggio sovrastato dalla nostalgia chiama la ragazza disperato e vomita al telefono tutto l’amore che prova per lei, e lei non sa fare altro che chiedergli se è ubriaco… Lui confessa di aver avuto forse un comportamento infantile, ma almeno pieno di purezza e sincerità. “L’amore è lacuna, si ama ciò che non si ha, come il giorno ama la luna”; questa è la frase che racchiude questo pezzo perché forse, saremo sempre tutti quanti affascinati dall’impossibile e sarà sempre il passo da compiere quello che riteniamo giusto.

WENDY
E’ davvero possibile fantasticare su una persona che neanche si conosce fino ad averla con se tutti i giorni? Si. Senza veli confesso di farlo da sempre. Wendy è la donna che sogno mentre torno dallo studio a casa, è lo spazio di luce tra la siepe, è la bellezza rassicurante che mi culla ogni notte, è il sogno che non si deve mai avverare. Il blu nei suoi occhi mi conosce come nessuno. Io non mi ritengo un ragazzo romantico, ma mi ritengo abbastanza fragile da poter capire che solo immaginando l’amore lo si può vivere in modo perfetto. Mai e poi mai vorrei Wendy vicino a me, oppure parlare di cose stupide con lei di cui parlano tutti perchèélei è perfetta così: tra il sogno e la speranza. “Ti prego Wendy non finire come loro, con il cuore sotto terra e con il sogno di un lavoro!” Questa è l’unica cosa che ti chiedo.

L’UNICA FORZA CHE HO
Questo brano arriva dopo “Wendy”, la traccia precedente, perché è la coscienza che ogni tanto riemerge. Quando ti accorgi che l’unica forza che hai rimane nel sogno e tu devi tornare alla realtà delle cose quotidiane, della burocrazia, dei caffè, della macchina che si rompe, ti senti piccolo da far schifo… e questo succede a me molte volte lasciandomi un amaro in bocca. C’è l’amarezza di aver voluto esternare un amore e non averlo tenuto dentro: “vedi quanto costa poi parlarne? Dirti che ti voglio veramente? Che non ho visto mai occhi più grandi? Blu come il cielo che avevo davanti…” e si torna al discorso di Wendy…ovvero che, almeno per me, vale la pena vivere dentro le cose, compreso l’amore, che tanto una volta urlato, non ne rimane altro che parole su parole.

SOGNI APPESI
La canzone più bella che abbia mai scritto. “Dalla parte degli ultimi per sentirmi primo”. Non penso serva aggiungere altro.

L’ELEGANZA DELLE STELLE
Arrangiamento sublime di Yoshimitsu e Manusso che mi ha lasciato senza parole. Anche qui è la solita storia… Mi sta stretto il mondo e immagino una parte di quello che vorrei cambiare se solo ne avessi la possibilità. In questo brano riesco a percepire quanto il mio maestro Lucio Dalla mi abbia influenzato. Il suo modo di elaborare i testi mi ha condizionato per sempre (senza voler assolutamente paragonarmi ad un Dio della musica come lui).
“Saresti la risorsa per ogni sorriso, sarebbe la tua vita il tuo film preferito; e poi se mi credessi ti porterei in salvo dallo smog, dagli spari di un mondo violento…” E’ di nuovo il mio ribrezzo per certe sfumature del mondo che mi spingono a volerlo vivere senza farne parte… utopia? Si.

STASERA
Il brano più intimo del disco. Non a casa l’outro. L’ho scritto immaginando come vorrei che fosse la persona che voglio vicino. Analizzo i particolari di lei, è un pezzo che illumina le sfumature che amo della donna. “Tutto quello che chiedo è avere te che detesti litigarci il cuscino, mentre di notte calpesti.” Non c’è cosa più bella di vedere una donna dormire, e vedere finalmente le sue mille angosce spegnersi sul viso… vederla chiusa in se stessa e sentirla respirare piano; sdraiarsi vicino a lei rivolendo il tuo cuscino che nel sonno lei sta abbracciando, e mentre lo riprendi lei si oppone tenendoselo stretto ma cedendo alla fine… “lamentandosi” con un tenero capriccio calpestando le lenzuola per aver sfiorato il suo sonno. Tutto questo dopo averle chiesto a fine cena “Resti stasera? Fuori piove e non ho voglia di altro…”

Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, nasce a Roma il 27 Gennaio 1996. Studia pianoforte dall’età di 8 anni presso il conservatorio di musica S.Cecilia di Roma. Inizia a scrivere le sue prime canzoni dai 14 anni: il suo stile nel corso degli anni si evolve in un connubio fra la musica cantautoriale e quella hip hop. Nel 2016 vince il contest più importante per gruppi e solisti emergenti di musica hip hop italiana promosso dalla Honiro, vince e inizia, nel marzo 2017, la sua collaborazione con la Honiro con il singolo d’esordio intitolato “Chiave”
A maggio 2017, Ultimo, ha aperto, con grande successo di pubblico e critica, il concerto di Fabrizio Moro al Palalottomatica di Roma, mentre a settembre si è esibito al MACRO – Museo di Arte Contemporanea di Roma – nel corso dell’ Honiro Label Party.
Di seguito trovate il videoclip ufficiale della title track del disco, ‘Pianeti’, diretto da Emanuele Pisano per Honiro Factory. Buona visione!

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Marco Pessimo racconta il mondo dietro “Radical Shit”

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Con Radical Shit, Marco Pessimo porta avanti una visione personale del rap fatta di esperienza, osservazione e identità. Un disco che nasce tra Corvetto e Bali, tra storie di quartiere, riflessioni sociali e un immaginario costruito negli anni insieme a Cabecao Prod. In questa intervista ci racconta la scelta dei due singoli che hanno anticipato il progetto, il rapporto con il proprio territorio, il tema della gentrificazione e il lavoro creativo dietro uno dei dischi più personali del suo percorso.

Radical Shit arriva dopo due singoli molto diversi tra loro, “Senza Pensieri” e “Passamontagna”. Perché hai scelto proprio questi due brani per presentare il disco?

Ho scelto queste due tracce perché si contrastano l’una con l’altra ma, allo stesso tempo, si impilano e si compensano. In Senza Pensieri è giorno, l’atmosfera è chill ed il messaggio è pesante: “dritti in*ulano gli scemi, il gioco dello schiaffo, quando perdi amici veri non ti passa un cazzo”.

Gli scemi soccombono all’ombra dei dritti ma poi qualcuno ci lascia le penne per questo giochino di merda e chi se lo piange? I suoi amici, la sua famiglia, non il “dritto” di turno che è già a cercare un’altra vittima.

In Passamontagna è notte, le cose sono diverse: qui non soccombe nessuno, li aspetto tutti in strada senza problemi ma… non si presenta nessuno. Il ritornello è basato su un ragionamento da bar fatto da amici davanti a svariate birre: “balaclava o passamontagna?”. Quale maschera ti copre di più quando fai una rapina? Io intervenni dicendo loro “forse nessuno dei 2” e, paradossalmente, un mio amico mi disse “ma sì hai ragione Marco, meglio a volto scoperto”.

E così andò, prese otto anni di condanna per tredici rapine in un mese. Continuo a vedere più coerenza in questo tipo di persone rispetto a chi finge ed usa la falsa politica per scalare la società. “Sto dalla parte degli emarginati, non li ho mai dimenticati, fra ricopro di platino il tuo sarcofago”. Sono 2 tracce complementari alla fine.

Cosa raccontano questi due pezzi che il resto dell’album non mostra immediatamente?

Due facce della stessa medaglia: il giorno e la notte, il bene e il male, la paura e il coraggio, la vita e la morte. Il video di Senza Pensieri è stato girato in un campetto pubblico, lì dove c’è quel canestro. Proprio lì, in quel punto, è stato assassinato un mio carissimo amico con una punteruolata al cuore.

Bisogna usare la ragione perché in strada non si scherza e vedere questi Radical Chic che fanno quelli di quartiere solo perché fa figo ed è di moda mi fa rabbrividire. Un po’ come prendere credibilità di strada sulle nostre sofferenze e sulle nostre pene. Ma loro non sono noi e noi non siamo loro. Ad ognuno la sua vita, ammesso che questi fantasmi ne abbiano una.

Nel disco convivono immagini di periferia, riflessioni personali e osservazioni sociali. Come hai trovato l’equilibrio tra questi elementi?

L’equilibrio si è creato da solo, è tutto parte di un puzzle costruitosi nel tempo, ogni mattone è al suo posto. La periferia è la dolce casa. Io sono come Brandon Lee ne Il Corvo: mi muovo, osservo, ascolto e punisco se necessario.

La situazione sociale, ora come ora, mi è molto spigolosa per via dei ricchi alla conquista del mio territorio. C’è in atto la più rapida gentrificazione d’Europa proprio nel mio quartiere, Corvetto. Modello Brooklyn: invasione di Radical Chic, aumento dei prezzi degli immobili, aumento degli affitti, aumento dei beni di prima necessità. Obbligano gli autoctoni a vendere la casa dei genitori o dei nonni al triplo del prezzo di acquisto, pensando di fare l’affare della vita, e poi gli tocca andare a vivere fuori città poiché diventa impossibile “sopravvivere” in un quartiere gentrificato per via dei costi elevati.

Questa è violenza perché vieni obbligato a lasciare il tuo posto, quindi a lasciare casa tua in mano a degli stronzi annoiati che invadono il territorio come parassiti.

Il mio è il quartiere Mazzini, si chiama così da sempre ed ora lo hanno soprannominato “SouPra”, South of Fondazione Prada. D’accordo col nostro bel sindaco: “si dice che la bellezza cacci via il male, ma il pane sa di fantasia perché scompare”. Non li vogliamo, che tornino in centro da dove sono venuti.

Quanto è stato importante il lavoro di Cabecao Prod. nel definire l’identità sonora del progetto?

È stato vitale. Senza di lui non esisterebbe questo suono con questo concetto. Ricordo che, anche se vive a Bali da 10 anni, Cabecao è cresciuto alle popolari in Corvetto. Lui stende il tappeto e sa benissimo come farlo. È l’unico producer al quale non devo dire nulla, sa già tutto. Con lui devo dedicarmi solo alla scrittura.

È il migliore! Lui produce, mixa, masterizza e fa direzione artistica. Ci si capisce al volo. Lui conosce benissimo l’immaginario che io narro nelle tracce, lo conosce come le sue tasche, e ci si muove benissimo. Diciamo che al 50% ha contribuito alla costruzione del film che vedi ascoltando il disco.

Ci sono artisti, album o riferimenti che hanno influenzato particolarmente la realizzazione di Radical Shit?

Mmhh, no. Completamente inventato e creato da zero, sia la parte sonora che la parte di rap. Quello che ha realmente influenzato il disco non è un altro artista, non è un film o un libro, ma in questo caso solo l’ambiente circostante e la nostra visione delle cose. Infatti, non si troverà mai un’affinità con qualcos’altro né a livello sonoro né a livello di testi.

Qual è il messaggio principale che speri rimanga a chi ascolterà il disco dall’inizio alla fine?

Che se arrivi dal basso e dalla povertà in Italia purtroppo è quasi impossibile elevarsi a livello sociale. Circondati di gente meglio di te che ti capisca e capisca la tua visione.

Unisci le forze con chi ha un obiettivo simile al tuo o il medesimo perché da solo, senza soldi e senza le giuste conoscenze, non vai da nessuna parte. Metti in tasca l’orgoglio e cerca di coinvolgere quanta più gente nel tuo progetto perché le uniche risorse che hai sono il tempo e le persone.

Cerca di non finire al gabbio perché peseresti sulla tua famiglia che ha già problemi economici e perderesti una delle due risorse a tua disposizione: “il tempo”.

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OYOSHE: “MILLENNIAL” è il racconto di una generazione in trasformazione

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Per OYOSHE il rap non è mai stato soltanto musica. È uno strumento per leggere la realtà, elaborare esperienze e costruire dialogo. In MILLENNIAL questa visione emerge con forza attraverso sedici tracce che attraversano temi come relazioni, crescita personale, salute mentale, appartenenza culturale e trasformazione sociale. Un progetto che guarda avanti senza rinnegare il percorso che lo ha reso uno degli artisti più riconoscibili dell’underground napoletano.

MILLENNIAL” racconta una generazione cresciuta tra analogico e digitale. Quanto questa transizione ha influenzato il tuo modo di vivere la musica?

A. 15 anni ho fatto di tutto pur di avere il mio primo campionatore, groove machine, per riuscire a fare le basi indipendentemente dal computer. La mia generazione è sempre riuscita ad avere questo equilibrio, anche perché abbiamo vissuto l’ingresso dei 2000 e di tutte le sue influenze digitali e di evoluzioni, ma abbiamo comunque dovuto fare un processo di accettazione, abitudine e distacco, che non tutti si sono sentiti obbligati nel processare. Ho sempre ascoltato musica di quando ancora dovevo nascere o di quando ero troppo piccolo per capirla. I tempi in cui ho iniziato mi hanno portato tanto a cercare, in ogni dove e in ogni epoca, perché vedendo quanto fossero osannati i computer, ho sempre cercato di riuscire a risolvere le mie cose con le capacità umane, innanzitutto, senza mai denigrare l’evoluzione ma senza dimenticare anche di quanto gli stessi computers siano un’invenzione dell’essere umano.

Il disco alterna produzioni moderne e richiami hip hop più classici. Quanto lavori sull’identità sonora di un progetto oggi?

C’è molta influenza di quello che ascolto. C’è la pazzia di Tyler e gli 808 in stile asap rocky, asap ferg, e poi c’è il sample, il boombap, il funk, i libri che leggo e gli approcci di artisti di generi totalmente lontani dal mio mondo, per provare a importare nuove forme e modi di fare anche in quello che faccio io

In molti tuoi testi si percepisce un forte bisogno di autenticità. Pensi che oggi il rap stia perdendo spontaneità?

Lavorando anche come producer per molti artisti più giovani, ti dico si. Vedo sempre che si cerca in qualcosa, o nel modo di fare di qualcuno, mai in se stessi, mai per soddisfare un proprio bisogno. Per essere autentici bisogna essere se stessi, e non avere paura, se si crede nei valori dell’arte, e non si vuole giustificare qualcosa che faccia male al prossimo, ma che semplicemente definisce un’esistenza di qualcosa, si può creare qualcosa di unico, che lo si può trovare solo a quello specifico indirizzo. È questo quello che credo di poter fare oggi, e ovviamente non rappresentando solo me stesso, ma una comunità di artisti definiti di nicchia, ma che una volta che li trovi non puoi non riconoscerne lo spessore, la knowledge, e l’autenticità.

Hai scelto collaborazioni molto diverse tra loro. Quanto era importante creare un dialogo tra differenti visioni della scena?

Sono artisti coi quali mi ci rispecchio sia artisticamente, che umanamente. Avendoli conosciuti e vissuti personalmente ho potuto riscontrare questo, quindi ho anche capito che grazie a determinate scelte, sono riuscito a guadagnarmi il rispetto di quei rappers, anche se più grandi di me, che hanno la mia stessa visione e che rispettano il mio operato. Con Jack ho avuto l’onore di condividere il palco con lui a Napoli, e si è mostrato super disponibile dopo aver condiviso tanta musica e artisti preferiti in comune; infatti, entrambi abbiamo collaborato con artisti Griselda. La Famiglia credo che oltre a essere un gruppo culto del rap della mia città, era una collaborazione che mancava alla mia carriera, e mi sono voluto, anzi correggo, mi hanno fatto questo fantastico regalo lavorando con la formazione al completo ad un brano con me. Tra me e Danno c’è un rapporto di stima immenso, e prima di arrivare a fare ben due brani con lui, ho avuto l’onore di maturare un forte rispetto reciproco. Tra l’altro credo di aver azzardato una delle cose più pazze del rap italiano mettendo insieme Danno e Chicoria in un pezzo polemico come “Fascio”. Non me lo aspettavo, ma si è incastrato benissimo con la traccia Chicoria. Morena Chiara oltre a portare un tocco e un timbro femminile, è anche una novità dalla mia città che merita di essere seguita. Tra apparizioni televisive, serie tv e musica in strada, spero possa quanto più anche lei far arrivare il suo talento ai più e se può iniziare da qui sono felice, e anche con lei c’è una bella amicizia oltre alla collaborazione musicale.

Oltre alla musica, porti avanti esperienze sociali e pedagogiche legate all’hip hop. Quanto queste esperienze entrano nella tua scrittura?

Tantissimo. Gran parte dei testi a volte li scrivo anche nell’ora di spacco durante i laboratori in Istituto per minori, o semplicemente quando ho finito di lavorare tra scuole e comunità di recupero dove portiamo laboratori di pedagogia Hip Hop per affrontare stress e provare a sviluppare una comunicazione con sé e con gli altri tramite la musica. Inevitabilmente molte storie sono ispirate anche a loro, e il fatto di essere riuscito a trovare un timbro più contemporaneo e anche grazie alla presenza di tanti giovani nel mio circuito lavorativo sociale e studio. Mi lascio molto trascinare anche da loro, e voglio che la mia musica possa rappresentare, oltre la mia e la precedente generazione, anche le future.

MILLENNIAL” sembra molto personale ma allo stesso tempo collettivo. Ti interessava parlare solo di te o anche di una generazione intera?

Ovviamente, mantengo quel filo metaforico e di mistero dietro i miei testi, oltre che per dare occasione a quante più persone possibili di rispecchiarsi e potersi ritrovare, anche per far si che quelle persone che mi conoscono meglio possano ritrovare in maniera esplicita il vero significato di qualche vicenda vissuta insieme. Sono partito da me, e ho voluto connessione sincera con quello che penso di quello che ho vissuto, sulla mia autocritica, e sulle mie necessità sociali urlate al resto del mondo, sono visioni personali, ma che derivano da bisogni comunitari dove anche oltre il rap, so di non essere solo.

Cosa vuoi lasci rimanga davvero dopo l’ascolto di questo disco?

La necessità di riascoltarlo. L’occasione di ritrovarsi e di poter cantare di qualche sofferenza in comune, la voglia di pomparlo forte.

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Met Fish si mette allo specchio: dentro “Anamnesi”, il disco che trasforma le fragilità in musica

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Cercare di capire chi si è davvero non è sempre un esercizio semplice. Con Anamnesi, Met Fish prova a farlo attraverso la musica, costruendo un progetto che mette al centro dubbi, paure, relazioni complesse e quei conflitti interiori che spesso restano nascosti dietro le apparenze.

Lontano dalle logiche dell’impatto immediato, l’artista romano firma un EP che nasce dall’introspezione e dalla necessità di osservare sé stesso senza filtri. Tra influenze che spaziano dall’hip hop all’elettronica, un forte legame con lo storytelling e un concept ispirato all’universo di Magritte, Anamnesi si presenta come un percorso personale che invita l’ascoltatore a confrontarsi con le proprie ombre.

Ne abbiamo parlato con Met Fish per approfondire la nascita del progetto e la visione che lo accompagna.

Il titolo Anamnesi richiama immediatamente qualcosa di medico e introspettivo. Quando hai capito che sarebbe stato il nome perfetto per questo progetto?

L’ho capito alla fine delle registrazioni, quando avevo i mix e master di tutti i pezzi, confrontandomi con diversi addetti ai lavori, mi facevano tutti le stesse domande:” ma tu chi sei esattamente? Cosa vuoi essere?” All’inizio ci ridevo su, poi pian piano ho iniziato anche io a pormi gli stessi quesiti e non avevo una risposta. Da lì mi è venuta l’ispirazione per il titolo.

Il disco affronta temi molto delicati come depressione, ansia e relazioni tossiche. Quanto è importante per te raccontare questi argomenti senza romanticizzarli?

E’ fondamentale raccontarli senza romanticizzarli, perché non bisogna mai dimenticare che per quanto una canzone sia profonda e veritiera, non rispecchierà mai le emozioni che prova chi vive certe storie, la depressione e le relazioni tossiche alle volte hanno risvolti brutali che a volte culminano con il suicidio, questo non può essere reso romantico, va raccontato per ciò che è: una tragedia.

Nel tuo percorso hai sempre alternato scrittura, produzione e ricerca sonora. Ti senti più rapper, producer o storyteller?

Chi ascolta le mie tracce dice che sullo storytelling mi esprimo al meglio, però a me piace sia narrare che fare freestyle o giocare con la metrica, per cui ti dico che mi sento sia un rapper che storyteller. Le produzioni ultimamente le sto curando sempre meno, preferisco concentrarmi sulla scrittura.

L’opera di Magritte che ispira il concept del disco parla dell’impossibilità di conoscersi davvero. Pensi che la musica ti abbia aiutato a capire meglio chi sei?

Lo sta facendo, devo dire che è un’esperienza incredibile, è bellissimo potersi fermare un attimo e dire:”wow! Ho scoperto questo lato di me che non conoscevo”.

Hai attraversato diverse fasi musicali, dal freestyle più classico fino alle produzioni Techno e Trance. Quanto queste contaminazioni hanno influenzato Anamnesi?

L’hanno influenzata tantissimo, il background di musica elettronica mi ha aiutato a scegliere le strumentali e creare le atmosfere giuste; invece, il freestyle mi ha aiutato a tirare fuori tutte le emozioni e metterle in un testo senza stare a pensare troppo alle regole.

I singoli usciti prima dell’EP mostrano facce diverse del progetto. Hai pensato alla tracklist come a un vero percorso narrativo?

Esattamente, ho cercato fare una tracklist che fosse un percorso a tappe e che ognuna di esse lasciasse un’emozione diversa all’ascoltatore.

In un momento storico in cui molti progetti puntano sull’impatto immediato, tu hai scelto un disco molto personale e concettuale. È stata una scelta naturale o quasi controcorrente?

Per me è stata una scelta naturale, ho scritto le canzoni in un periodo in cui provavo determinate emozioni e stavo vivendo determinate esperienze, così mi è venuto spontaneo metterle in un EP.

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