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Ludovique ci racconta il suo nuovo singolo “Pensati Ex”: “Questo brano è l’essenza della mia personalità”

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Dopo la pubblicazione dei due singoli “Dimmi” e “Trauma Zero”, Ludovique torna con “Pensati Ex”(distribuzione Artist First) il suo nuovo brano disponibile dal 24 gennaio su tutte le piattaforme digitali.

Grinta, determinazione ma anche amore, passione e speranza, Ludovique fa incontrare tutte queste sfumature caratteristiche del suo universo musicale in un brano che rispecchia a pieno la sua identità artistica. Con delle vibes trascinanti e un sound che cattura fin dal primo ascolto, l’artista immerge l’ascoltatore in un pezzo che come parole d’ordine ha senza dubbio self confidence e autoironia.

Chi meglio di Ludovique poteva raccontarci questo singolo? Noi di Honiro Journal l’abbiamo intervistata!

Mi piacerebbe iniziare questa intervista parlando proprio dell’immaginario che avvolge questo singolo. Per la cover, l’artwork e l’annuncio del brano hai scelto come ambientazione un ring. Ti chiedo quindi quale sia una battaglia che vorresti portare avanti o che secondo te valga la pena combattere tramite la musica

Credo che la battaglia più grande sia quella per raggiungere i propri sogni, è un tema ricorrente nella mia musica. Ci vuole molto coraggio e molta costanza per trovare un’identità ben definita e per riuscire a spogliarsi dei filtri e delle costruzioni. Sto lavorando molto anche su me stessa, a livello di introspezione. Molte volte i miei brani sono leggeri, tendo spesso ad affrontare determinate tematiche in modo estremamente autoironico semplicemente per raccontarle più liberamente. La sfida più grande è essere sinceri, coerenti e fedeli con se stessi e far arrivare la propria musica al pubblico. “Pensati Ex” è la mia terza release e devo ammettere che sto già ricevendo le mie piccole grandi conferme, persone che non conoscevo che hanno ascoltato i miei brani mi hanno scritto come questi li abbiano aiutati in momenti di difficoltà e ciò mi riempie di gioia.

Questa non è la prima volta che ti intervisto, ci eravamo sentite anche dopo la pubblicazione del tuo primissimo singolo “Dimmi”. In quell’occasione mi avevi raccontato come la tua release d’esordio rappresentasse per te una vera e propria rinascita. Leggendo la didascalia di un tuo post Instagram, questa volta affermi come questo pezzo ti abbia dato e tolto tantissimo, facendoti crescere sia come artista sia come donna. Ti andrebbe di raccontarci quali siano stati gli aspetti principali di questa crescita?

Ho iniziato questo percorso lo scorso giugno, da quel momento, dall’uscita del mio primo singolo, è cominciata una nuova, grandissima, esperienza che mi ha permesso di mettermi in gioco, mi ha dato modo di capire su che aspetti stilistici lavorare maggiormente e altre cose veramente molto belle e stimolanti. Questo però non toglie che ci possano essere dei rallentamenti di percorso, che si possa inizialmente affidarsi a persone che poi nel tempo iniziamo a ritenere non affini alla nostra mentalità artistica. Ho creduto particolarmente in “Pensati Ex” fin dal primo istante, c’è stato molto impegno per concludere il suo processo creativo e la sua pubblicazione. A volte nella realizzazione dei brani ci si lascia influenzare dall’opinione di persone vicine o comunque da dinamiche esterne ma, soprattutto nella musica, bisogna sempre ricordarsi che nessuno sa ciò che si vuole veramente comunicare con un brano se non l’artista stesso. Non bisogna quindi cedere al mostrarsi come gli altri vorrebbero che ci mostrassimo, bisogna portare avanti la propria visione, anche se questo a volte significa andare controcorrente, e io così ho fatto. È sbagliato essere vittima delle pressioni, ma anche essendo un’artista indipendente è inevitabile incontrare quel timore. A volte si iniziano a compiere scelte sbagliate proprio per la pressione che si percepisce, ti senti di dover fare sempre di più, sempre meglio. Non si deve far prendere il sopravvento a questi meccanismi, a volte si assorbono anche in modo inconsapevole dinamiche esterne ma è importante ricordarsi come, chi ci ha creduto da zero, ha impegnato energie e cuore in ciò che fa, sei tu stesso.

Solo la passione quello che rimane” 
Cosa vorresti che rimanesse della tua musica, in particolare di questo singolo, a chi l’ascolta?
Molta self confidence, penso che questo si percepisca anche nella mia volontà di affrontare determinate tematiche con un tocco di ironia, come se fossi una sorella maggiore che possa far sentire compreso chi mi ascolta. Credo che questo in particolare sia un brano in cui ci si possa facilmente ritrovare, è un pezzo molto sincero che porta a riflettere sulle dinamiche che a volte si instaurano nella relazione con qualcuno a cui siamo particolarmente legati. Molto spesso parlo d’amore nelle mie canzoni, tramite la mia musica vorrei dare forza, carica a chi mi ascolta, come se fosse un dialogo con un’amica che ti trasmette energia positiva.

Il brano trasmette delle vibes che catturano fin dal primo istante, come è nata l’ispirazione per il sound di questo singolo?
Ero in studio con Cino, uno dei produttori del pezzo, io e lui abbiamo un bellissimo rapporto, siamo grandi amici. Ascoltando una serie di suoi beat ho sentito questa bozza, ancora da produrre, che mi ha catturato fin dal primo istante. Mi ha subito trasmesso questa vibe diversa dal solito e poi, da lì, ha iniziato a prendere forma il pezzo. Originariamente non avevo una reference specifica o una strada già chiara da voler percorrere, mi sono lasciata trasportare da questo mood molto confidence, creando un brano che strizzasse l’occhio anche al mondo club. Il pezzo è mixato da Emyk, un grandissimo ingegnere del suono. Sicuramente questa cura, queste accortezze che ci sono state anche rispetto ai minimi dettagli hanno fatto una grandissima differenza, come la vocal production con Alessia Labate, io e lei siamo un duo lavorativo ormai consolidato per la finalizzazione dei brani.

Ludovique, solitamente prima di concludere un’intervista domando sempre se c’è qualcosa che non ti ho chiesto ma che ci terresti che i nostri lettori sapessero (su di te, sulla tua musica, su questo singolo…)

Mi piacerebbe molto menzionare un grande progetto a cui sto lavorando ormai da un anno, ovvero Seven Songs. Siamo quattro organizzatrici provenienti da ogni parte del mondo, Los Angeles, Amsterdam, e poi ci siamo io e Alessia Labate dall’Italia. È una realtà veramente stupenda che sta crescendo in modo esponenziale. Organizziamo camp di scrittura per artisti in location pazzesche, Ibiza, Sanremo, Los Angeles, Amsterdam… Ci stiamo particolarmente impegnando anche nell’artist development per il mercato internazionale. Di questo c’è sempre più bisogno, non solo in Italia ma anche all’estero e soprattutto anche per artisti Italiani che vorrebbero affacciarsi ad una carriera di maggiore respiro internazionale. Ci stiamo dedicando anima e corpo, è un progetto che può anche affiancarsi all’operato delle label e il livello è molto alto, ora iniziamo a puntare anche al mercato dell’urban, essendo noi partiti inizialmente principalmente con il dance pop.

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Self Made Men: identità, visione e costanza nel percorso di Flesha & Jap

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In un momento in cui tutto corre veloce e spesso si assomiglia, restare fedeli a sé stessi è forse la scelta più difficile — ma anche quella più importante. Self Made Men nasce proprio da qui: da un percorso costruito nel tempo, senza scorciatoie, senza compromessi, con la consapevolezza di chi sa esattamente cosa vuole raccontare.

Flesha & Jap tornano con un progetto che unisce esperienza e attitudine, radici Hip Hop e sguardo contemporaneo. Un lavoro che non cerca di inseguire le mode, ma di dare continuità a una visione chiara, fatta di identità, scrittura e crescita costante.

In questa intervista ci raccontano cosa significa oggi essere davvero “self made”, tra cambiamenti della scena, evoluzione personale e la voglia, ancora intatta, di dire qualcosa che resti.

  1. Self Made Men racconta il percorso di due artisti che hanno costruito tutto con le proprie mani. Quanto è importante oggi difendere la propria identità artistica?

È fondamentale. Oggi è facile perdersi, seguire i trend, ma così il rischio è diventare uno dei tanti. L’identità è ciò che ti rende riconoscibile nel tempo. Se non sai chi sei artisticamente, il pubblico lo percepisce subito. Difendere la propria identità significa anche accettare di andare controcorrente. In quasi 30 anni di carriera abbiamo sempre cercato di difendere la nostra integrità musicale lottando con i denti, non abbiamo mai fatto scelte convenienti anche quando avremo potuto farlo, spesso non siamo stati capiti, ma a noi non interessa. Il 90% dei nostri colleghi alla nostra età solitamente molla la presa, si dedica ad altro: figli, famiglia, lavoro; cosa giusta per altro, ognuno ha i suoi progetti e obiettivi nella vita, noi dal canto nostro ci sentiamo ancora di dire la nostra con la musica, questa roba è una missione, il nostro viaggio prosegue.

  1. Nel disco convivono energia classica e sensibilità contemporanea. Come avete trovato l’equilibrio tra questi due elementi?

È venuto naturale. Siamo cresciuti con un certo tipo di rap, ma viviamo il presente. Non volevamo imitare il passato né inseguire il futuro. Abbiamo preso il meglio di entrambi: la sostanza e la scrittura da una parte, i suoni e le vibes dall’altra. Un altro aspetto che abbiamo voluto enfatizzare è soprattutto l’originalità, senza ripeterci con i precedenti lavori, “Self Made Man” è un upgrade rispetto al nostro primo progetto come duo (“Longevity” del 2021) sicuramente più dinamico e fresco, è un Mixtape, ma come tale non deve essere visto come un tappabuchi o un lavoro superficiale, tutt’altro. Per noi è una sorta di “Street Album”, i contenuti sono quelli di un disco ufficiale, la forma è quella di un Tape, questo rende “Sel Made Men” speciale ed unico nel suo genere.

  1. Il rap nasce come espressione diretta della realtà. Quanto della vostra vita personale entra nelle tracce di questo progetto?

Tanto. Anche quando non è esplicito, c’è sempre qualcosa di vissuto. Non riusciremmo a scrivere altrimenti. Ogni barra ha dentro esperienze, errori, momenti veri, oltre alla componente autocelebrativa che è parte integrante del nostro genere. Il vissuto personale è quello che rende tutto più autentico. Ti diamo 2 titoli su tutti: “Senza Paura” e “La Giostra”, sicuramente i due brani più intimi dell’intero Album. Non spoileriamo il contenuto dei brani, vi invitiamo caldamente ad ascoltarli per comprendere appieno ciò che intendiamo.

  1. Collaborare con artisti che condividono la stessa visione quanto ha influenzato il risultato finale del disco?

Tantissimo. Quando lavori con persone sulla stessa lunghezza d’onda, tutto scorre meglio. Sono dei Plus che alzano il livello. Una vera collaborazione ti spinge a dare di più, perché sai che dall’altra parte c’è qualcuno che tiene davvero al progetto; è giusto citarli, quindi ringraziamo vivamente: Eyem Bars, Esa, Herman Medrano & Kalibro, Alessandra Ferrari, Tripla B, Dok The Beatmaker, DJ Berthony, JK, Sonbudo, Paggio, Sethisfaction, Bassi Maestro ed Eleine Suarez per i mix, Jack The Smoker che ha curato il Master, Michele Rodella per le grafiche. Senza di voi tutto questo non sarebbe stato possibile.

  1. Nel vostro percorso avete vissuto diverse fasi dell’industria musicale. Come è cambiato il modo di fare rap oggi rispetto agli anni Novanta?

Oggi è tutto più veloce. Negli anni ’90 c’era più attesa, più costruzione. Adesso hai più mezzi, più accesso, ma anche più confusione. Prima dovevi conquistarti ogni spazio, oggi devi difendere la tua credibilità. In passato era tutto più lento ma anche più “pesante” a livello di valore. Dovevi guadagnarti ogni passo: studio, live, passaparola. Non c’erano scorciatoie. Oggi puoi arrivare subito a tanta gente, ma proprio per questo devi lavorare il doppio per restare. È cambiato l’approccio. Prima c’era più fame e meno distrazioni, oggi hai mille opportunità ma anche mille copie. La differenza vera la fa sempre la sostanza: tecnologia e piattaforme cambiano, ma se non hai qualcosa da dire, duri poco.

  1. Lavorando insieme da anni, qual è l’aspetto che rende la vostra collaborazione ancora stimolante?

Il fatto che non è mai scontata. Ognuno evolve, cambia, e questo mantiene viva la dinamica. E la fiducia. Possiamo sperimentare senza paura, perché sappiamo di avere una base solida. Non diventa mai routine. Anche se ci conosciamo da anni, ogni volta troviamo un modo nuovo di approcciare un pezzo, c’è sempre stata crescita reciproca: ci si evolve, si cambiano influenze, e questo tiene tutto vivo. Non restiamo mai fermi. C’è anche molta sincerità. Se una cosa non funziona, ce lo diciamo senza filtri. È questo che ci permette di alzare sempre il livello. Alla fine è un equilibrio tra rispetto e sfida continua. Sai che puoi contare sull’altro, ma allo stesso tempo vuoi sempre dare qualcosa in più.

  1. Qual è stata la sfida più grande durante la realizzazione di questo progetto?

Come accennato prima, restare coerenti con noi stessi senza ripeterci, trovare sempre qualcosa di nuovo da dire, senza forzarlo, sperimentare nuovi suoni senza clonare il nostro repertorio, non volevamo fare un nuovo “Longevity”, un nuovo “Occhi Di Ghiaccio” o un nuovo “Reportage”, siamo 2 uomini di 40 e 50 anni rispettivamente, con decenni di esperienza nel Rap Business e con decine di progetti prodotti, trovare sempre nuovi stimoli non è mai facile, ma quando sei un “Self Made Man”, in grado restare in piedi autonomamente, tutto è possibile.

  1. Se qualcuno ascoltasse Self Made Men per la prima volta oggi, cosa vorreste che portasse con sé dopo l’ascolto?

Sicuramente ci piacerebbe che si portasse a casa un senso di realtà. Che capisse che dietro ogni traguardo c’è lavoro, sacrificio e costanza. Niente è regalato. Direi anche che è un progetto con una forte spinta motivatrice. Se dopo l’ascolto qualcuno ha più voglia di costruire qualcosa di suo, allora abbiamo fatto centro. Magari anche un po’ di consapevolezza: restare se stessi oggi è una delle cose più difficili, ma anche quella che alla lunga paga di più: alla fine il messaggio è quello: puoi partire da zero, ma se ci credi davvero, puoi creare il tuo percorso.

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SPAZIO: dentro il viaggio mentale di Nix tra boom bap e ricerca personale

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C’è un momento preciso in cui un disco smette di essere solo musica e diventa una mappa. SPAZIO, il nuovo progetto di Nix, nasce proprio lì: nel punto in cui il movimento fisico incontra quello interiore, dove il bisogno di partire si scontra con quello di restare.

Interamente prodotto da Jambé e costruito su un impianto boom bap che guarda avanti, il disco si muove tra riflessione, disciplina e immaginario, tenendo sempre al centro una domanda semplice ma enorme: qual è il nostro posto nel mondo?

Abbiamo parlato con Nix per entrare dentro il concept del progetto, tra processo creativo, collaborazioni e visione dell’hip hop oggi.

Il tuo nuovo album si intitola SPAZIO. Da dove nasce questo titolo e in quale momento della tua vita hai sentito il bisogno di raccontare questo concetto?

Il titolo nasce da una riflessione sul rapporto tra me e l’ambiente che ho intorno. Per me lo spazio non è soltanto una dimensione fisica: è fatto anche di relazioni, distanze e limiti che in qualche modo influenzano le nostre scelte e il nostro percorso personale.

All’interno dell’album il viaggio è un elemento centrale. Un viaggio che non è solo fisico, ma anche mentale: il bisogno di partire, di tornare, di arrivare da qualche parte, ma soprattutto di accettare il cammino mentre succede.

Ho sentito l’esigenza di raccontare questo concetto circa due o tre anni fa. Però l’idea ha iniziato davvero a prendere forma circa un anno dopo, quando ho iniziato a svilupparla in maniera più concreta nella musica e nei testi.

Nel disco lo spazio non è solo una dimensione fisica ma anche mentale e personale. Qual è stato il tuo “spazio creativo” mentre lavoravi a questo progetto?

Il mio spazio creativo nasce prima di tutto nella mente. È lì che iniziano a prendere forma le idee, le riflessioni e le emozioni che poi diventano musica e parole. Però spesso queste intuizioni arrivano nei momenti in cui mi fermo davvero: quando viaggio oppure quando cammino tra le montagne di casa.

Sono momenti di silenzio e di distanza dalla routine, in cui riesco a guardare le cose con più lucidità. In un certo senso anche questo diventa uno “spazio”: uno spazio mentale dove tutto si riorganizza.

Poi, quando le idee iniziano a prendere forma, il lavoro vero e proprio succede a casa o in studio, in luoghi dove posso isolarmi e concentrarmi. È lì che quel flusso di pensieri si trasforma concretamente in musica.

Le produzioni di Jambé costruiscono un sound boom bap con una sensibilità contemporanea. Come è nata la vostra collaborazione e come avete lavorato insieme per definire il suono del disco?

Jambé è letteralmente una macchina da beat. Nei mesi mi ha mandato una quantità enorme di strumentali e da lì ho iniziato a selezionare quelle che sentivo più in linea con il suono e con il concept del disco.

Condividiamo lo stesso amore per il boom bap, quindi l’idea era mantenere quell’anima classica ma cercando di sviluppare qualcosa che suonasse comunque attuale. Nei beat convivono campioni soul, frammenti di film e atmosfere che passano da momenti molto intimi ad altri più aperti e quasi “cosmici”, che si collegano anche al tema dello spazio del disco.

La nostra collaborazione è nata grazie a Contagio, che mi ha fatto conoscere Jambé mandandomi alcune sue strumentali. Due di quelle sono finite anche nel nostro progetto Tutto è fermo e da lì abbiamo iniziato a sentirci sempre di più e a lavorare insieme.

La cosa curiosa è che, nonostante tutto questo lavoro, non ci siamo ancora incontrati di persona: lui è italiano ma vive da anni a Londra, quindi tutto il disco è nato completamente a distanza.

All’interno del progetto compare un solo featuring rap, quello con Tusco. Come è nata questa collaborazione e cosa ha portato al disco?

Ho scelto di inserire un solo featuring perché sentivo l’esigenza di esprimermi in modo molto personale. Anche perché il mio ultimo progetto più corposo è stato il joint album Tutto è fermo, uscito l’anno scorso e realizzato insieme a Il Contagio, quindi questa volta volevo prendermi più spazio per raccontarmi.

Tusco è un amico ormai da anni e negli ultimi tempi abbiamo condiviso molti palchi e tante belle esperienze insieme. La pensiamo in modo molto simile su tante cose, sia nella vita che nell’hip hop, quindi collaborare è venuto in maniera molto naturale.

La sua presenza nel disco porta sicuramente una tecnica sensazionale, frutto di quello che per me è uno dei migliori MC in Italia.

Nel disco compaiono anche strumenti come sax e tromba. Quanto è importante per te inserire elementi musicali che arricchiscono il classico impianto hip hop?

Ti ringrazio per la domanda, perché per me è davvero un grande onore poter lavorare con dei musicisti. È una cosa che adoro fare, anche perché da ogni sessione imparo sempre qualcosa di nuovo.

Davide Vinci e Simone Antonioli sono musicisti davvero molto bravi, che spaziano in tutta la musica black, e si sono resi subito super disponibili a collaborare al progetto. Questa cosa per me è una grande soddisfazione, soprattutto arrivando da un genere dove, storicamente, le skill strumentali sono meno centrali.

Negli ultimi anni però ho notato che molti musicisti hanno iniziato ad apprezzare molto di più l’hip hop e ad avvicinarsi con interesse. Rispetto a 15 o 20 anni fa c’è sicuramente molta più apertura e scambio tra mondi diversi.

In più, secondo me avere dei suoni presi direttamente dallo strumento spesso restituisce qualcosa di più pulito e vivo rispetto al campionamento. Ti permette anche di sviluppare meglio un’idea musicale che magari hai già in testa e portarla ancora più avanti.

La copertina disegnata da Menazone richiama il mondo dei ninja e il concetto di disciplina e armonia. In che modo questo immaginario si lega alla tua visione dell’hip hop?

La copertina raffigura due mudra, cioè gestualità sacre e molto antiche: particolari posizioni delle mani che, nella tradizione, si accompagnano a nove suoni specifici. Le due rappresentate sono “To”, che indica l’armonia con se stessi, e “Zen”, che richiama il concetto di illuminazione.

Ognuno di questi gesti richiedono precisione, controllo e consapevolezza. Sono qualità che sento molto vicine anche al modo in cui vivo e pratico l’hip hop.

Per me la disciplina è una parte fondamentale: è il momento in cui mi dichiaro nello spazio, in quello che faccio e in quello che ho intorno. In un certo senso l’hip hop diventa proprio questo, una pratica dove cerchi equilibrio tra tecnica, testa e spirito.

Hai già portato la tua musica su molti palchi in Italia. Quanto conta per te la dimensione live nel percorso di un rapper?

Per me la dimensione live è fondamentale. Amo rappare dal vivo e sentire l’energia che si crea tra me e il pubblico. Il palco è un vero banco di prova: saper tenere le tue strofe live è imprescindibile per ogni rapper, è lì che si vede la vera bravura. Mi dà motivazione e ispirazione, e allo stesso tempo sono grato di poter girare l’Italia, conoscere posti incredibili e persone meravigliose grazie alla mia musica

Se dovessi riassumere SPAZIO con una sola sensazione o immagine, quale sarebbe?

L’immagine che rappresenta SPAZIO è proprio quella creata da Menazone sulla copertina del progetto: racchiude esattamente la sensazione che volevo trasmettere

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Onyx live al Pistoia Urban Festival (PUF): musica, writing e cultura urban il 13 giugno

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Sabato 13 giugno 2026, dalle 11:00 alle 02:00, il Parco di Monteoliveto a Pistoia si trasformerà in un punto di convergenza per tutte le anime della cultura urban con la nuova edizione del PUF – Pistoia Urban Festival. Ingresso gratuito e una visione precisa: costruire uno spazio reale dove musica, writing, sport e comunità possano convivere senza compromessi.

Organizzato dall’associazione culturale Art in the Park, realtà attiva sul territorio dal 2020, il festival entra ufficialmente in una nuova fase. A guidarlo è Gianluca Reni, in arte Pinzi, tatuatore e presidente dell’associazione, che negli anni ha sviluppato un progetto capace di crescere in modo organico, mantenendo sempre un legame diretto con la strada e con chi la vive. Il passaggio al nome PUF – Pistoia Urban Festival non è solo un rebranding, ma la definizione chiara di un’identità più ampia, più riconoscibile, più ambiziosa.

Una giornata intera pensata per chi la cultura urban la crea, la pratica e la attraversa ogni giorno.

Onyx (USA) live: energia hardcore e connessione tra generazioni

A segnare questa nuova fase è la presenza degli ONYX, storico gruppo hardcore hip hop statunitense e nome simbolo di un’attitudine che ha attraversato decenni senza perdere impatto. La loro musica, diretta e senza filtri, ha contribuito a definire un immaginario preciso, fatto di energia, identità e appartenenza.

Portare gli Onyx a Pistoia significa creare un collegamento concreto tra la scena internazionale e il contesto locale, mettendo sullo stesso piano radici e presente. Non è solo un live, ma un momento di connessione culturale che parla a più generazioni.

Ad aprire il palco saranno Clickhead + Lvnar due artisti che rappresentano una nuova sensibilità sonora e visiva, capaci di inserirsi in un contesto come PUF mantenendo un linguaggio contemporaneo e personale. Due percorsi diversi, un’unica direzione: portare sul palco qualcosa di autentico, senza filtri. La musica, in questo contesto, diventa uno dei tanti linguaggi attraverso cui il festival prende forma.

Le attività del festival: writing, battle e cultura in movimento

PUF è costruito come un ecosistema urbano a 360 gradi, dove ogni area racconta un pezzo preciso della cultura. Dall’area dedicata al writing, fino alla skate area, passando per il torneo di streetball 1vs1, la breaking battle 1vs1 e il freestyle contest, il festival si muove tra discipline diverse mantenendo un’unica linea: espressione libera e confronto diretto.

Accanto a queste attività, spazio anche allo streetwear & market, pensato come punto di incontro tra creativi, brand e pubblico, in un dialogo continuo tra estetica e identità.

Il programma dettagliato di ogni singola area – dal writing alle battle – verrà svelato progressivamente. Per partecipare alle attività, ricevere informazioni o entrare in contatto con l’organizzazione è possibile scrivere via email ( Info.artintheparkevents@gmail.com ) e seguire la pagina Instagram ufficiale di Art in the Park, dove verranno pubblicati tutti gli aggiornamenti e le call dedicate.

PUF non è solo un festival. È uno spazio vivo, in continua evoluzione. È cultura.

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