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CLASSICO MARINARA & LADY THE MURDER CI RACCONTANO “DELOREAN TAPE VOL. 2: PRESENTE”: “Ogni forma d’arte nasce da una fragilità”

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Immaginate di poter salire a bordo della Delorean, famosissima auto di “Ritorno Al Futuro”, e di trovare nel suo mangianastri una cassetta che ha viaggiato nel tempo, registrando i vari generi e stili musicali che si sono susseguiti nelle epoche. Probabilmente, facendo partire il nastro, quello che sentireste assomiglierebbe a “DELOREAN TAPE VOL. 2: PRESENTE” di CLASSICO MARINARA E LADY THE MURDER.

Il progetto è disponibile dal 15 dicembre su tutti i digital stores per Supernova Group SRL/ADA Music Italy e chi meglio di CLASSICO MARINARA e LADY THE MURDER potevano raccontarci questo album? Noi di Honiro Journal li abbiamo intervistati!

In un momento in cui ormai molto spesso si pubblicano maggiormente singoli piuttosto che album, come nasce l’idea di portare avanti un unico progetto diviso addirittura in tre volumi? E come mai, rispettivamente, proprio passato, presente e futuro?

Ci affascinava l’idea di sviluppare questo progetto come se fosse una serie TV, dividendolo quindi in più episodi. Il primo album, il “passato”, contiene infatti nostre esperienze vissute, il “presente” contiene invece le nostre emozioni di oggi, mentre il futuro conterrà una proiezione di noi stessi, un’ipotesi, l’immaginario del domani – Lady The Murder

Abbiamo iniziato a produrre questo disco proprio nel periodo in cui è uscito Stranger Things, io e Francesco infatti, abbiamo da sempre condiviso la passione per la pop culture, per i film, per i fumetti, per la musica anni ’80 e quindi abbiamo pensato che fosse finalmente arrivata l’occasione perfetta per fotografare grazie alla musica questi nostri interessi. L’idea di pubblicare il progetto in tre volumi ha preso vita dalla nostra volontà di essere più creativi possibile e grazie al desiderio di far affezionare l’ascoltatore agli album – Classico Marinara

All’interno dell’EP si passa da un sound dream pop all’elettronico, fino ad arrivare anche a melodie più anni ’80. Se poteste viaggiare nel tempo, avanti o indietro, su che anno impostereste il timer? C’è un periodo musicale che vi ha ispirato particolarmente?

A livello artistico, mi sono sempre piaciuti molto sia gli anni ’80 sia gli anni ’90, periodo in cui si scoprivano i sintetizzatori e ci si iniziava ad avvicinare molto alla musica del futuro. Mi ha sempre affascinato molto anche il mood che si respirava in quegli anni – Lady The Murder

Personalmente mi sento abbastanza a mio agio nel presente ma se potessi rivivere un’epoca, sicuramente sceglierei di teletrasportarmi all’inizio della wave che stiamo sperimentando ancora oggi, quindi anni novanta/duemila, per essere spettatore di quel periodo evolutivo dell’Hip Hop, sarei curioso di vivere in prima persona la sua trasformazione, il suo sviluppo e come si sia affermato questo genere – Classico Marinara

Roma d’estate, tutti vanno via, io rimango qui, da solo con la noia”
Oggi, molto spesso, si tenta di fuggire in tutti i modi dalla noia, quasi la si “colpevolizza”, ci sembra solo una perdita di tempo, ma non sempre è così. Quanto, metaforicamente, la noia ha aiutato il processo creativo di questo album?

Sono una persona che avverte sempre la necessità di impegnare le giornate, ancor di più quando queste hanno dei momenti vuoti. La noia che si può trovare a Roma d’estate però, credo sia una noia diversa, penso si possa identificare come la sensazione di essere abituati a camminare in una città costantemente affollata, mentre ad agosto ci si ritrovi in delle vie praticamente deserte – Lady The Murder

Ho scritto questa canzone proprio quando mi sono trasferito a Roma. Vivendo da solo, d’estate sperimentavo questa lontananza dai miei amici e dalla mia città natale. In modo quasi naturale quindi, iniziava una mia ricerca della solitudine, trovo infatti la noia e la malinconia molto stimolanti dal punto di vista artistico. A Roma d’estate ci si sente davvero catapultati in un’altra dimensione, sembra di vivere una situazione onirica – Classico Marinara

Cercavamo di rimanere grandi perché anche avere un sogno che poi non si realizza mai ti dà sempre un motivo per alzarti” Quanto sono importanti per voi i sogni al giorno d’oggi? Anche se poi non si realizzano, quanto è importante vivere sognando?

Davvero fondamentale, è vitale. In diversi momenti mi sono trovato ad abbandonare posizioni di lavoro sicure per rischiare, per inseguire i miei sogni. Paradossalmente, mi ha sempre fatto più paura rimanere incatenato in una vita schematica, in una vita che non desideravo, piuttosto che non avere qualche certezza in più. Rileggendo i miei testi ho inoltre notato che molto spesso, nei brani, io abbia involontariamente affrontato la tematica del diventare grandi. È stato un anno particolare in cui ho realizzato che stessi crescendo davvero e quanti aspetti della mia vita fossero cambiati. Il cambiamento è inevitabile e a parer mio è anche bene che avvenga, nonostante allo stesso tempo sia importante mantenere anche quella parte di curiosità, di fantasia, quel lato sognatore tipico di quando si è bambini.

Diventare grandi può spaventare, ma crescere è in realtà un avvenimento molto bello, è maturare, è comprendere e dare un nuovo significato al dolore. Ho scritto il pezzo da cui è estratta la frase in un momento di frustrazione, nel classico istante in cui, dopo aver rincorso un obiettivo per tanto tempo, ci si rende conto di non essere riusciti ad arrivare ai risultati sperati. È proprio da qui che nasce la consapevolezza di dire “ok, ho fallito, ma almeno la mattina mi sveglio sapendo che ho una stella da seguire”. E questo attualmente non è così scontato, perché ci sono purtroppo molti ragazzi che ancora non sanno in che direzione andare – Classico Marinara

Sono assolutamente d’accordo, un sogno ti aiuta a scoprire la tua passione. Stiamo vivendo il nostro desiderio di fare musica, di essere creativi, e già questo ci fa crescere – Lady The Murder

Mostrare le emozioni non è facile, in un mondo che non ti vuole fragile”
Quanto per voi invece è importante avere il coraggio di mostrare le proprie emozioni e come facciamo, in un mondo che forse, a volte, le fa scomparire, a ritrovarle?

Ho notato che, rispetto a quando ero più piccolo, il mondo sia diventato indubbiamente più sensibile e aperto nei confronti di tematiche come la salute mentale. C’è molta più consapevolezza e un pensiero collettivo che si sta evolvendo sempre di più ma, allo stesso tempo, c’è anche sempre più competitività. E questo è un paradosso, perché si parla con cura di fragilità, di problemi, di debolezze, ma poi spesso tutti gli aspetti della quotidianità vengono vissuti come se fossero una gara. Penso inoltre che le fragilità vadano accettate ma che non si debba trasformare queste ultime in una scusa, rappresentano piuttosto un’occasione per conoscersi meglio e per far si che si tramutino in punti di forza, che diventino una caratteristica positiva e distintiva della tua persona – Classico Marinara

Credo che le fragilità possano essere un momento di riflessione in cui pensare come poter tramutarle in altro, d’altronde ogni forma d’arte si sviluppa proprio da questo – Lady The Murder

A proposito di futuro, abbiamo conosciuto il vostro passato, con questo progetto conosceremo il vostro presente, volete liberamente anticiparci qualcosa rispetto il vostro domani?

“Delorean Tape Vol. 3: Futuro” contiene le mie due tracce preferite, caratterizzate da un forte struggle emotivo. Come abbiamo detto prima inoltre, passato, presente e futuro non determinano il genere musicale all’interno del rispettivo album, ma il momento del vissuto in cui è ambientato l’artista all’interno dei brani – Classico Marinara

A livello emotivo il prossimo album in particolare avrà un bell’impatto. Rappresenterà inoltre la chiusura di un cerchio e la rottura di questo viaggio nel tempo. Credo che i tre volumi del progetto siano stati ben bilanciati, ma inevitabilmente il terzo sarà il capitolo che racchiuderà maggiormente tutte le emozioni che questa esperienza ci ha portato a vivere – Lady The Murder

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Marco Pessimo racconta il mondo dietro “Radical Shit”

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Con Radical Shit, Marco Pessimo porta avanti una visione personale del rap fatta di esperienza, osservazione e identità. Un disco che nasce tra Corvetto e Bali, tra storie di quartiere, riflessioni sociali e un immaginario costruito negli anni insieme a Cabecao Prod. In questa intervista ci racconta la scelta dei due singoli che hanno anticipato il progetto, il rapporto con il proprio territorio, il tema della gentrificazione e il lavoro creativo dietro uno dei dischi più personali del suo percorso.

Radical Shit arriva dopo due singoli molto diversi tra loro, “Senza Pensieri” e “Passamontagna”. Perché hai scelto proprio questi due brani per presentare il disco?

Ho scelto queste due tracce perché si contrastano l’una con l’altra ma, allo stesso tempo, si impilano e si compensano. In Senza Pensieri è giorno, l’atmosfera è chill ed il messaggio è pesante: “dritti in*ulano gli scemi, il gioco dello schiaffo, quando perdi amici veri non ti passa un cazzo”.

Gli scemi soccombono all’ombra dei dritti ma poi qualcuno ci lascia le penne per questo giochino di merda e chi se lo piange? I suoi amici, la sua famiglia, non il “dritto” di turno che è già a cercare un’altra vittima.

In Passamontagna è notte, le cose sono diverse: qui non soccombe nessuno, li aspetto tutti in strada senza problemi ma… non si presenta nessuno. Il ritornello è basato su un ragionamento da bar fatto da amici davanti a svariate birre: “balaclava o passamontagna?”. Quale maschera ti copre di più quando fai una rapina? Io intervenni dicendo loro “forse nessuno dei 2” e, paradossalmente, un mio amico mi disse “ma sì hai ragione Marco, meglio a volto scoperto”.

E così andò, prese otto anni di condanna per tredici rapine in un mese. Continuo a vedere più coerenza in questo tipo di persone rispetto a chi finge ed usa la falsa politica per scalare la società. “Sto dalla parte degli emarginati, non li ho mai dimenticati, fra ricopro di platino il tuo sarcofago”. Sono 2 tracce complementari alla fine.

Cosa raccontano questi due pezzi che il resto dell’album non mostra immediatamente?

Due facce della stessa medaglia: il giorno e la notte, il bene e il male, la paura e il coraggio, la vita e la morte. Il video di Senza Pensieri è stato girato in un campetto pubblico, lì dove c’è quel canestro. Proprio lì, in quel punto, è stato assassinato un mio carissimo amico con una punteruolata al cuore.

Bisogna usare la ragione perché in strada non si scherza e vedere questi Radical Chic che fanno quelli di quartiere solo perché fa figo ed è di moda mi fa rabbrividire. Un po’ come prendere credibilità di strada sulle nostre sofferenze e sulle nostre pene. Ma loro non sono noi e noi non siamo loro. Ad ognuno la sua vita, ammesso che questi fantasmi ne abbiano una.

Nel disco convivono immagini di periferia, riflessioni personali e osservazioni sociali. Come hai trovato l’equilibrio tra questi elementi?

L’equilibrio si è creato da solo, è tutto parte di un puzzle costruitosi nel tempo, ogni mattone è al suo posto. La periferia è la dolce casa. Io sono come Brandon Lee ne Il Corvo: mi muovo, osservo, ascolto e punisco se necessario.

La situazione sociale, ora come ora, mi è molto spigolosa per via dei ricchi alla conquista del mio territorio. C’è in atto la più rapida gentrificazione d’Europa proprio nel mio quartiere, Corvetto. Modello Brooklyn: invasione di Radical Chic, aumento dei prezzi degli immobili, aumento degli affitti, aumento dei beni di prima necessità. Obbligano gli autoctoni a vendere la casa dei genitori o dei nonni al triplo del prezzo di acquisto, pensando di fare l’affare della vita, e poi gli tocca andare a vivere fuori città poiché diventa impossibile “sopravvivere” in un quartiere gentrificato per via dei costi elevati.

Questa è violenza perché vieni obbligato a lasciare il tuo posto, quindi a lasciare casa tua in mano a degli stronzi annoiati che invadono il territorio come parassiti.

Il mio è il quartiere Mazzini, si chiama così da sempre ed ora lo hanno soprannominato “SouPra”, South of Fondazione Prada. D’accordo col nostro bel sindaco: “si dice che la bellezza cacci via il male, ma il pane sa di fantasia perché scompare”. Non li vogliamo, che tornino in centro da dove sono venuti.

Quanto è stato importante il lavoro di Cabecao Prod. nel definire l’identità sonora del progetto?

È stato vitale. Senza di lui non esisterebbe questo suono con questo concetto. Ricordo che, anche se vive a Bali da 10 anni, Cabecao è cresciuto alle popolari in Corvetto. Lui stende il tappeto e sa benissimo come farlo. È l’unico producer al quale non devo dire nulla, sa già tutto. Con lui devo dedicarmi solo alla scrittura.

È il migliore! Lui produce, mixa, masterizza e fa direzione artistica. Ci si capisce al volo. Lui conosce benissimo l’immaginario che io narro nelle tracce, lo conosce come le sue tasche, e ci si muove benissimo. Diciamo che al 50% ha contribuito alla costruzione del film che vedi ascoltando il disco.

Ci sono artisti, album o riferimenti che hanno influenzato particolarmente la realizzazione di Radical Shit?

Mmhh, no. Completamente inventato e creato da zero, sia la parte sonora che la parte di rap. Quello che ha realmente influenzato il disco non è un altro artista, non è un film o un libro, ma in questo caso solo l’ambiente circostante e la nostra visione delle cose. Infatti, non si troverà mai un’affinità con qualcos’altro né a livello sonoro né a livello di testi.

Qual è il messaggio principale che speri rimanga a chi ascolterà il disco dall’inizio alla fine?

Che se arrivi dal basso e dalla povertà in Italia purtroppo è quasi impossibile elevarsi a livello sociale. Circondati di gente meglio di te che ti capisca e capisca la tua visione.

Unisci le forze con chi ha un obiettivo simile al tuo o il medesimo perché da solo, senza soldi e senza le giuste conoscenze, non vai da nessuna parte. Metti in tasca l’orgoglio e cerca di coinvolgere quanta più gente nel tuo progetto perché le uniche risorse che hai sono il tempo e le persone.

Cerca di non finire al gabbio perché peseresti sulla tua famiglia che ha già problemi economici e perderesti una delle due risorse a tua disposizione: “il tempo”.

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OYOSHE: “MILLENNIAL” è il racconto di una generazione in trasformazione

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Per OYOSHE il rap non è mai stato soltanto musica. È uno strumento per leggere la realtà, elaborare esperienze e costruire dialogo. In MILLENNIAL questa visione emerge con forza attraverso sedici tracce che attraversano temi come relazioni, crescita personale, salute mentale, appartenenza culturale e trasformazione sociale. Un progetto che guarda avanti senza rinnegare il percorso che lo ha reso uno degli artisti più riconoscibili dell’underground napoletano.

MILLENNIAL” racconta una generazione cresciuta tra analogico e digitale. Quanto questa transizione ha influenzato il tuo modo di vivere la musica?

A. 15 anni ho fatto di tutto pur di avere il mio primo campionatore, groove machine, per riuscire a fare le basi indipendentemente dal computer. La mia generazione è sempre riuscita ad avere questo equilibrio, anche perché abbiamo vissuto l’ingresso dei 2000 e di tutte le sue influenze digitali e di evoluzioni, ma abbiamo comunque dovuto fare un processo di accettazione, abitudine e distacco, che non tutti si sono sentiti obbligati nel processare. Ho sempre ascoltato musica di quando ancora dovevo nascere o di quando ero troppo piccolo per capirla. I tempi in cui ho iniziato mi hanno portato tanto a cercare, in ogni dove e in ogni epoca, perché vedendo quanto fossero osannati i computer, ho sempre cercato di riuscire a risolvere le mie cose con le capacità umane, innanzitutto, senza mai denigrare l’evoluzione ma senza dimenticare anche di quanto gli stessi computers siano un’invenzione dell’essere umano.

Il disco alterna produzioni moderne e richiami hip hop più classici. Quanto lavori sull’identità sonora di un progetto oggi?

C’è molta influenza di quello che ascolto. C’è la pazzia di Tyler e gli 808 in stile asap rocky, asap ferg, e poi c’è il sample, il boombap, il funk, i libri che leggo e gli approcci di artisti di generi totalmente lontani dal mio mondo, per provare a importare nuove forme e modi di fare anche in quello che faccio io

In molti tuoi testi si percepisce un forte bisogno di autenticità. Pensi che oggi il rap stia perdendo spontaneità?

Lavorando anche come producer per molti artisti più giovani, ti dico si. Vedo sempre che si cerca in qualcosa, o nel modo di fare di qualcuno, mai in se stessi, mai per soddisfare un proprio bisogno. Per essere autentici bisogna essere se stessi, e non avere paura, se si crede nei valori dell’arte, e non si vuole giustificare qualcosa che faccia male al prossimo, ma che semplicemente definisce un’esistenza di qualcosa, si può creare qualcosa di unico, che lo si può trovare solo a quello specifico indirizzo. È questo quello che credo di poter fare oggi, e ovviamente non rappresentando solo me stesso, ma una comunità di artisti definiti di nicchia, ma che una volta che li trovi non puoi non riconoscerne lo spessore, la knowledge, e l’autenticità.

Hai scelto collaborazioni molto diverse tra loro. Quanto era importante creare un dialogo tra differenti visioni della scena?

Sono artisti coi quali mi ci rispecchio sia artisticamente, che umanamente. Avendoli conosciuti e vissuti personalmente ho potuto riscontrare questo, quindi ho anche capito che grazie a determinate scelte, sono riuscito a guadagnarmi il rispetto di quei rappers, anche se più grandi di me, che hanno la mia stessa visione e che rispettano il mio operato. Con Jack ho avuto l’onore di condividere il palco con lui a Napoli, e si è mostrato super disponibile dopo aver condiviso tanta musica e artisti preferiti in comune; infatti, entrambi abbiamo collaborato con artisti Griselda. La Famiglia credo che oltre a essere un gruppo culto del rap della mia città, era una collaborazione che mancava alla mia carriera, e mi sono voluto, anzi correggo, mi hanno fatto questo fantastico regalo lavorando con la formazione al completo ad un brano con me. Tra me e Danno c’è un rapporto di stima immenso, e prima di arrivare a fare ben due brani con lui, ho avuto l’onore di maturare un forte rispetto reciproco. Tra l’altro credo di aver azzardato una delle cose più pazze del rap italiano mettendo insieme Danno e Chicoria in un pezzo polemico come “Fascio”. Non me lo aspettavo, ma si è incastrato benissimo con la traccia Chicoria. Morena Chiara oltre a portare un tocco e un timbro femminile, è anche una novità dalla mia città che merita di essere seguita. Tra apparizioni televisive, serie tv e musica in strada, spero possa quanto più anche lei far arrivare il suo talento ai più e se può iniziare da qui sono felice, e anche con lei c’è una bella amicizia oltre alla collaborazione musicale.

Oltre alla musica, porti avanti esperienze sociali e pedagogiche legate all’hip hop. Quanto queste esperienze entrano nella tua scrittura?

Tantissimo. Gran parte dei testi a volte li scrivo anche nell’ora di spacco durante i laboratori in Istituto per minori, o semplicemente quando ho finito di lavorare tra scuole e comunità di recupero dove portiamo laboratori di pedagogia Hip Hop per affrontare stress e provare a sviluppare una comunicazione con sé e con gli altri tramite la musica. Inevitabilmente molte storie sono ispirate anche a loro, e il fatto di essere riuscito a trovare un timbro più contemporaneo e anche grazie alla presenza di tanti giovani nel mio circuito lavorativo sociale e studio. Mi lascio molto trascinare anche da loro, e voglio che la mia musica possa rappresentare, oltre la mia e la precedente generazione, anche le future.

MILLENNIAL” sembra molto personale ma allo stesso tempo collettivo. Ti interessava parlare solo di te o anche di una generazione intera?

Ovviamente, mantengo quel filo metaforico e di mistero dietro i miei testi, oltre che per dare occasione a quante più persone possibili di rispecchiarsi e potersi ritrovare, anche per far si che quelle persone che mi conoscono meglio possano ritrovare in maniera esplicita il vero significato di qualche vicenda vissuta insieme. Sono partito da me, e ho voluto connessione sincera con quello che penso di quello che ho vissuto, sulla mia autocritica, e sulle mie necessità sociali urlate al resto del mondo, sono visioni personali, ma che derivano da bisogni comunitari dove anche oltre il rap, so di non essere solo.

Cosa vuoi lasci rimanga davvero dopo l’ascolto di questo disco?

La necessità di riascoltarlo. L’occasione di ritrovarsi e di poter cantare di qualche sofferenza in comune, la voglia di pomparlo forte.

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Met Fish si mette allo specchio: dentro “Anamnesi”, il disco che trasforma le fragilità in musica

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Cercare di capire chi si è davvero non è sempre un esercizio semplice. Con Anamnesi, Met Fish prova a farlo attraverso la musica, costruendo un progetto che mette al centro dubbi, paure, relazioni complesse e quei conflitti interiori che spesso restano nascosti dietro le apparenze.

Lontano dalle logiche dell’impatto immediato, l’artista romano firma un EP che nasce dall’introspezione e dalla necessità di osservare sé stesso senza filtri. Tra influenze che spaziano dall’hip hop all’elettronica, un forte legame con lo storytelling e un concept ispirato all’universo di Magritte, Anamnesi si presenta come un percorso personale che invita l’ascoltatore a confrontarsi con le proprie ombre.

Ne abbiamo parlato con Met Fish per approfondire la nascita del progetto e la visione che lo accompagna.

Il titolo Anamnesi richiama immediatamente qualcosa di medico e introspettivo. Quando hai capito che sarebbe stato il nome perfetto per questo progetto?

L’ho capito alla fine delle registrazioni, quando avevo i mix e master di tutti i pezzi, confrontandomi con diversi addetti ai lavori, mi facevano tutti le stesse domande:” ma tu chi sei esattamente? Cosa vuoi essere?” All’inizio ci ridevo su, poi pian piano ho iniziato anche io a pormi gli stessi quesiti e non avevo una risposta. Da lì mi è venuta l’ispirazione per il titolo.

Il disco affronta temi molto delicati come depressione, ansia e relazioni tossiche. Quanto è importante per te raccontare questi argomenti senza romanticizzarli?

E’ fondamentale raccontarli senza romanticizzarli, perché non bisogna mai dimenticare che per quanto una canzone sia profonda e veritiera, non rispecchierà mai le emozioni che prova chi vive certe storie, la depressione e le relazioni tossiche alle volte hanno risvolti brutali che a volte culminano con il suicidio, questo non può essere reso romantico, va raccontato per ciò che è: una tragedia.

Nel tuo percorso hai sempre alternato scrittura, produzione e ricerca sonora. Ti senti più rapper, producer o storyteller?

Chi ascolta le mie tracce dice che sullo storytelling mi esprimo al meglio, però a me piace sia narrare che fare freestyle o giocare con la metrica, per cui ti dico che mi sento sia un rapper che storyteller. Le produzioni ultimamente le sto curando sempre meno, preferisco concentrarmi sulla scrittura.

L’opera di Magritte che ispira il concept del disco parla dell’impossibilità di conoscersi davvero. Pensi che la musica ti abbia aiutato a capire meglio chi sei?

Lo sta facendo, devo dire che è un’esperienza incredibile, è bellissimo potersi fermare un attimo e dire:”wow! Ho scoperto questo lato di me che non conoscevo”.

Hai attraversato diverse fasi musicali, dal freestyle più classico fino alle produzioni Techno e Trance. Quanto queste contaminazioni hanno influenzato Anamnesi?

L’hanno influenzata tantissimo, il background di musica elettronica mi ha aiutato a scegliere le strumentali e creare le atmosfere giuste; invece, il freestyle mi ha aiutato a tirare fuori tutte le emozioni e metterle in un testo senza stare a pensare troppo alle regole.

I singoli usciti prima dell’EP mostrano facce diverse del progetto. Hai pensato alla tracklist come a un vero percorso narrativo?

Esattamente, ho cercato fare una tracklist che fosse un percorso a tappe e che ognuna di esse lasciasse un’emozione diversa all’ascoltatore.

In un momento storico in cui molti progetti puntano sull’impatto immediato, tu hai scelto un disco molto personale e concettuale. È stata una scelta naturale o quasi controcorrente?

Per me è stata una scelta naturale, ho scritto le canzoni in un periodo in cui provavo determinate emozioni e stavo vivendo determinate esperienze, così mi è venuto spontaneo metterle in un EP.

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